Freeride

Uscire dalla pista battuta

Per chi ha sempre sciato in pista il “fuori” può essere al tempo stesso affascinante e terrificante. Per fare qualche curva appena al di là del bordo non ci sono problemi o grosse difficoltà: se la neve non è granché o si è stanchi basta tornare in pista. Altra cosa è avventurarsi lungo il versante della montagna, spesso senza sapere come sarà il tratto che viene dopo ogni cambio di pendenza. Fare slalom tra le rocce non è come farlo tra i pali, sciare sulla crosta non è come scendere su una pista rovinata. E il pericolo valanghe, di solito, non è una preoccupazione che coinvolge troppo chi rimane all’interno delle piste.

Eppure le difficoltà sono – almeno in buona parte – più psicologiche che pratiche. O meglio: per quelle pratiche si può cercare di attrezzarsi. Innanzitutto, bisogna sempre avere pala e sonda con sé nello zaino e l’Artva carico e acceso in modalità trasmissione, posto sotto la giacca a vento o lo strato esterno che stiamo utilizzando. Anche se si è in giro da soli – cosa non ottimale dal punto di vista della sicurezza, ma che può comunque capitare – è importante averli con sé, perché in caso di valanga qualcuno potrebbe vedere il nostro coinvolgimento, o noi potremmo assistere a quello di qualcun altro, e a quel punto avremmo gli strumenti per poterlo soccorrere o essere soccorsi. È buona cosa, poi, portare nel proprio zaino un kit di pronto soccorso e uno per piccole riparazioni e imprevisti, perché se un attacco rotto o un taglio possono essere una seccatura in pista, al di fuori possono diventare qualcosa di molto più problematico, se non decisamente critico. Invece di limitarsi a controllare il meteo dalla finestra per decidere come vestirsi, è opportuno consultare il bollettino valanghe, che ci dice il grado di pericolo, a quali problematiche dobbiamo fare attenzione – neve fresca, ventata, bagnata, lastroni, strati deboli persistenti -, quali versanti potrebbero essere i più critici e come è più sicuro organizzare la gita… Se poi, sapendo sciare, per rimanere in pista non ci occorre in genere grande aiuto, a meno che non desideriamo migliorare dal punto di vista tecnico – in quel caso è utile rivolgersi a un maestro -, per uscirne potrebbe essere una buona cosa, soprattutto se non conosciamo il posto o sono le prime volte che lo facciamo, rivolgersi a un maestro di sci (se vogliamo solo fare discesa) o a una guida alpina (che oltre alla discesa in freeride potrebbe farci provare a salire con le pelli, con i ramponi, o farci sciare su un ghiacciaio).

Eppure, anche avendo fatto tutte queste cose, la prima volta porta con sé dosi enormi di adrenalina e, magari, apprensione. Perché è proprio l’idea di avventurarsi all’esterno, in un ambiente “diverso”, a non essere banale. Da un certo punto di vista è un po’ come tuffarsi per la prima volta in mare dopo aver sempre e solo nuotato in piscina. Ci si apre davanti un mondo immenso, che all’inizio sembra quasi troppo grande, sconosciuto e portatore di possibili pericoli. L’eventualità di un infortunio esiste, ma probabilmente ci sembra più grande per il fatto che si tratta di un’attività al di fuori della nostra zona di comfort. Piano piano, però, ci si accorge che questo modo completamente diverso di vivere la montagna, senza dubbio più lento e più silenzioso, ci permette di arrivare in luoghi che magari abbiamo visto solo da lontano, oppure in estate, ci regala panorami mozzafiato, ci “libera” da spazi confinati, affollati e scelti da altri. Quando scendi (o sali) nel silenzio riesci a pensare in modo più chiaro, o a svuotare la mente. Una roccia o un cumulo di neve possono diventare una sedia o un tavolo per fermarsi a mangiare – ma facciamo attenzione che il luogo di sosta sia ragionevolmente sicuro e riportiamo con noi tutti i rifiuti -, non esistono orari di apertura o chiusura.

È un mondo diverso in grado di stupire, emozionare, divertire. Se affrontato con conoscenza e consapevolezza non comporta rischi molto più grandi rispetto alla pista, dove nei periodi più affollati le possibili collisioni diventano un problema oggettivo. Può dare grandi soddisfazioni, oltre a un enorme senso di libertà. La domanda, ora, per quanto mi riguarda, più che “sono in grado?”, è diventata “perché no?”. Se non lo avete mai fatto… Vale la pena di uscire dal sentiero tracciato, dalla pista battuta.

Si ringraziano per gli insegnamenti e i consigli su freeride e autosoccorso, oltre che per i suggerimenti sulla sciata in condizioni complicate, le guide alpine Adriano Selva, Luca Tenni e Maurizio Zappa e l’istruttore Marco Vavassori. Spero di essere riuscita a farne tesoro. Tutte le sensazioni, i pensieri ed eventuali imprecisioni in quest’articolo sono miei e miei soltanto.

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2 Commenti

  1. dopo chiusura di numerosissimi impianti dir isalita, per chi non vuole scariche adrenaliniche e rischi..ci sarebbe uno skialp di mezzo, ovvero salita e discesa sulle piste semibattute rimaste inutilizzate in quanto non piu’ conveniente gestirle fino a Pasqua e oltre…almeno c’è un sottofondo pressato.Il silenzio c’è, i panorami mozzafiato pure…la performance fisica anche.

  2. Mi ricordo ancora la prima volta che ho sciato fuori pista e di quanto fossi mentalmente bloccato nell’eseguire la curva anche perchè la neve non era gran che. Per paura che lo sci si impiantasse stavo troppo arretrato col corpo e di conseguenza faticavo bestialmente a condurre gli sci. Devo dire che la prima impressione, fatta salva l’ambientazione e la quasi solitudine per chi era abituato alla sci di pista, non mi avevano lasciato una gran impressione. Poi, l’uscita dopo, ho trovato la neve fresca e non ho più smesso.

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