Cronaca

Le scelte di Irina e degli altri. Gli alpinisti di fronte all’attacco di Putin all’Ucraina

Irina Galay, nata a Mukačevo ai piedi dei Carpazi, è diventata famosa il 20 maggio 2016. Quel giorno, che era anche il suo ventottesimo compleanno, è diventata la prima donna di nazionalità ucraina a calcare gli 8848 metri dell’Everest. Tre anni dopo, il 26 giugno del 2021, Irina ha raggiunto anche gli 8611 metri del K2. In entrambe le occasioni ha usato respiratori e bombole, ed è salita da cliente di spedizioni commerciali. Non fa parte dell’élite dell’alpinismo, ma in Ucraina, anche grazie a Instagram e a Facebook, è diventata famosa.

Il 1° febbraio l’alpinista ha postato sui social dei video e delle foto che la mostravano in una foresta dei Carpazi rivestita da un metro e più di neve fresca. Poi il mondo si è capovolto. Il 24 febbraio, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin, Irina Galay ha iniziato a postare sui social delle immagini completamente diverse. Nelle foto e nei video, invece di una tuta d’alta quota o di un vestito elegante, indossa una mimetica militare. Nelle mani, invece di una piccozza, spicca un fucile mitragliatore AK 103, la versione aggiornata dello storico Kalashnikov.

In questi giorni Irina sarebbe dovuta volare a Kathmandu, per poi affrontare l’Annapurna. Invece, da Kyiv, si è spostata a casa dei suoi genitori a Hostomel, il primo obiettivo dei tank e dei paracadutisti di Mosca. Allora ha proseguito fino a Mukačevo, si è preparata a combattere per l’Ucraina insieme al suo compagno Ivan. Sui social, e in una serie di interviste, ha lanciato la campagna “No Peace No Climb”. “In questa situazione, mentre i loro soldati invadono l’Ucraina, e tutti i nostri uomini tra i 18 e i 60 anni, soggetti alla legge marziale, non possono lasciare il Paese, non è giusto che gli alpinisti russi continuino ad avere il privilegio di viaggiare per spedizioni alpinistiche” spiega Irina Galay. “Finché il presidente, il governo e il popolo della Russia porteranno avanti questa guerra, gli alpinisti russi non devono poter scalare all’estero” continua la prima ucraina sull’Everest e sul K2. “Sei un alpinista russo? Non sei d’accordo con la guerra? Allora cancella la tua spedizione, e trova un modo per dare una mano o protestare. Ignorare la guerra, o tacere, non serve a niente!

La primavera è iniziata, e nelle prossime settimane migliaia di alpinisti viaggeranno verso le alte montagne dell’Asia. Tra gli ucraini, però, molti hanno fatto la stessa scelta di Irina. E’ il caso di Taras Pozdnii, proprietario della Kuluar, la più importante agenzia specializzata del Paese, che ha bandito dalle sue spedizioni gli alpinisti nazionalità russa, che costituivano negli anni scorsi il 30-40% della clientela. “Anch’io mi sto preparando a difendere il mio Paese” spiega Podznii. “Ci sono città distrutte, e migliaia di morti tra i civili. Questa guerra resterà per sempre una ferita nel cuore degli ucraini. Non potremmo comunicare normalmente con i russi nei nostri gruppi, non ci potrebbe essere l’amicizia che in montagna è fondamentale”. Anche se avrà delle perdite economiche, Taras Podznii è convinto di aver fatto la scelta giusta. “Mi rendo conto che molti russi si oppongono alle scelte di Putin. Ora però, finché la guerra continua, noi ucraini non possiamo avere la forza morale per dividerli tra “buoni” e “cattivi”. Tutto il mondo dovrebbe gridare “basta!” alla guerra”.

Noi alpinisti non siamo i soli a mobilitarci” sottolinea Irina Galay. “Il pugile Vasili Lomashenko, due volte campione olimpico, sta combattendo per la difesa di Odessa. Sono rimasti a combattere anche il campione di arti marziali Yaroslav Amosov e il tennista Sergiy Stakhovsky. Vitaly Klitschko, sindaco di Kyiv, è uno dei migliori pugili della storia”.

Nei siti specializzati anglosassoni, da UK Climbing a Outside, la discussione sulle scelte degli alpinisti ucraini e russi va avanti da tempo. Natalie Berry, caporedattore di UK Climbing, racconta di aver intervistato Yuri, il compagno di Irina Galay, e che questi le ha raccontato di messaggi di insulti da parte di alpinisti russi. Un alpinista ucraino che ha chiesto di restare anonimo ha invece espresso supporto per Irina e di Yuri. “Finché la gente in Russia vivrà una vita normale, finché gli scaffali dei supermercati non saranno vuoti, solo pochi smetteranno di appoggiare il dittatore Putin e i suoi crimini di guerra. Vietare la partecipazione alle spedizioni è giusto”.

Certo, il mondo dell’alpinismo è diverso da quello degli sport organizzati, e nessuna federazione internazionale può decidere un divieto generalizzato di partecipare a spedizioni per i cittadini della Federazione Russa. “L’agenzia 7 Summits Club, con base a Mosca, fondata e diretta da Alexander Abramov che ha salito per dieci volte l’Everest, ha annunciato di essere pronto a partire con 4 guide russe, 20 sherpa e 17 clienti. Il Nepal non ha bloccato né i visti né i voli da e per la Russia” racconta Alan Arnette sul suo blog.

Qualcuno però, anche tra San Pietroburgo e Mosca, ha iniziato a prendere delle posizioni diverse. Nei primi giorni di marzo Vladimir Kotlyar, una guida alpina russa che organizza spedizioni in tutto il mondo, si è fatto fotografare sui 5895 metri del Kilimanjaro con una grande bandiera ucraina con la scritta “Stop alla guerra in Ucraina”. “Capisco la richiesta di un bando contro i russi, molti dei miei amici ucraini hanno perso le proprie case, stanno venendo bombardati e sono costretti nei rifugi antiaerei. So anche che molti alpinisti russi non appoggiano l’aggressione scatenata da Putin e dalla sua cricca” spiega Kotlyar, che da qualche giorno è a Kathmandu. A causa delle posizioni che ha espresso, alcuni clienti russi hanno rinunciato alle sue spedizioni. Ma Vladimir Kotlyar non ha paura. “Credo che l’alpinismo possa unire le persone che arrivano da Paesi diversi. Continuerò a usare i social per esprimermi contro la guerra, credo che in montagna non si debbano discriminare le persone a causa della nazionalità. Le montagne non sono un campo sportivo ma un santuario, dove i rappresentanti di tutte le nazioni e di tutte le religioni possono ammirare la bellezza e la meraviglia del mondo”.

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4 Commenti

    1. in che senso scusa? Lei ha fatto una scelta ben precisa, nessuno l’ha obbligata e non sta andando a una gita di piacere

  1. Certi commenti non si possono leggere. Aspetta e magari tra qualche giorno vedremo la foto di un cadavere con la mimetica sporca di sangue, per la gioia degli sportivi da tastiera. Ma a quel punto non avrà comunque lo stesso valore di un cadavere congelato sul tetto del mondo.
    NO ALLA GUERRA

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