High Summit Cop26

Oscuramento dei ghiacciai, quando lo “sporco” aumenta la fusione

Quando immaginiamo un ghiacciaio si configura nitida nella nostra mente l’immagine di una distesa bianco latte, quasi accecante. In realtà capita sempre più spesso, per i frequentatori delle terre alte, di osservare ghiacciai “sporchi”. Lo spessore ghiacciato è ricoperto da detriti, piccole pietre, polveri o sostanze organiche. Il risultato è che la superficie non si presenta più bianca, ma grigio fumo oppure rossa, colorata dalle sostanze che si depositano sulla superficie. Gli effetti di questa colorazione possono essere potenzialmente devastanti perché aumentano la quantità di radiazione solare che viene assorbita dalla superficie velocizzando così i fenomeni di fusione glaciale. Un tema sempre più attuale che sarà protagonista all’High Summit COP26 che si terrà i prossimi 23 e 24 settembre. A discutere attorno al tema dell’oscuramento dei ghiacciai e dell’effetto sul collasso della criosfera Davide Fugazza, ricercatore dell’Università di Milano.

Ci spiega meglio cosa si intende con il termine “oscuramento dei ghiacciai”?

“Sarebbe più corretto chiamarlo ‘annerimento’. Ma comunque sarebbero entrambe traduzioni dall’inglese ‘darkening’. In sostanza è un termine che descrive il fenomeno per cui la superficie di un ghiacciaio non si presenta candida e bianca, ma spesso ricoperta di detriti con varia dimensione e granulometria. Un fenomeno sempre più frequente a cui stiamo assistendo sia sulle Alpi, che in diverse parti del globo.”

Quali conseguenze ha questo annerimento?

“Che i ghiacciai fondono a una velocità maggiore.”

Abbiamo già fatto un accenno, ma entriamo meglio nel dettaglio. Quali cono le cause dell’annerimento?

“La presenza di detriti con diverse origini. Alcune cause sono naturali, dovute allo sgretolamento dei fianchi delle montagne con la produzione di un detrito che va a depositarsi sulla superficie glaciale; in altri casi si parla di polveri trasportate nell’atmosfera per lunghe distanze, come quelle sahariane; in altri ancora si tratta di origini organiche, dovute a organismi come alcune specie di alghe che negli ultimi anni hanno colonizzato diversi ghiacciai nel mondo. Poi ci sono le cause antropiche, come il carbon black derivante dalla combustione incompleta di diversi prodotti petroliferi, olii o vegetali.”

L’uomo può aver influito anche su alcune cause naturali?

“Sicuramente su quello derivante dalla produzione di detrito. Aumento delle temperature medie vuol dire ridurre il permafrost e avere continui cicli di gelo e disgelo che contribuiscono a disgregare la roccia.”

Non sempre però la presenza di detriti sul ghiacciaio comporta una maggiore fusione, in alcuni casi questi aiutano la sua conservazione. Come mai?

“Dipende dallo spessore dei detriti. Per comprenderlo bisogna distinguere tra la presenza di detriti, o altre componenti fini e sparse, e la presenza di uno strato omogeneo. Quando la copertura è formata da particelle con un diametro piccolo e uno spessore contenuto allora prevale l’effetto legato a un maggiore assorbimento della radiazione solare che va ad aumentare la fusione. Quando invece la copertura è continua, con uno spessore che va dai 4 ai 10 centimetri, allora prevale l’effetto isolante che rallenta la fusione. Fenomeno, quest’ultimo, osservabile chiaramente sul ghiacciaio del Miage e su quelli del Karakorum.”

Qual è l’attuale situazione sulle Alpi?

“Al momento non sono stati effettuati molti studi. Uno dei principali è quello condotto dal nostro gruppo di ricerca nel gruppo Ortles-Cevedale. Abbiamo lavorato su una selezione di 50 ghiacciai, tra cui quello dei Forni dove da anni vengono portate avanti analisi. Su questi abbiamo studiato la variazione dell’albedo, ovvero la capacità della superficie di riflettere la radiazione solare. Maggiore è l’albedo, maggiore è la radiazione riflessa. Al contrario minore è l’albedo, maggiore è la fusione glaciale. Tramite dati satellitari abbiamo effettuato studi sulla variazione dell’albedo dagli anni Ottanta a oggi, ottenendo come risultato una riduzione molto significativa su tutti i ghiacciai presi in esame. In alcuni casi il dato si è addirittura dimezzato in quaranta anni.

Uno studio che sto portando avanti in questo periodo è invece dedicato ai ghiacciai di tutte le Alpi. Non ho ancora i risultati definitivi ma posso dire che si osserva una diminuzione dell’albedo per quasi il 70 percento dei ghiacciai studiati.”

Oltre a quelli che evidenziano il problema esistono studi che lavorano a una possibile soluzione?

“Oggi si parla molto di coprire i ghiacciai con dei teli bianchi, capaci di riflettere la radiazione solare, tema che io non mi sento di supportare e consigliare. È stato fatto, e verrà fatto ancora, ma si tratta di una soluzione con un costo molto elevato, che si può mettere in pratica solo dove il ghiacciaio presenta un ritorno economico, per esempio dove si scia. Inoltre con questa tecnica ci possono essere rischi per quanto riguarda la dispersione di microplastiche. La soluzione per ridurre l’annerimento dei ghiacciai è la stessa che si dovrebbe mettere in pratica per fermare il ritiro, se ancora possibile: ridurre l’aumento delle temperature. Solo in questo modo potremo sperare, in futuro, di continuare ad ammirare i ghiacciai nella loro veste più pura.”

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