Gente di montagna

Lino Lacedelli

“Tempra eccezionale di alpinista, dopo aver profuso, durante la spedizione italiana al Karakorum-K2 nel 1954, le sue forze nella durissima scalata dello sperone Abruzzi del K2, e predisposto l’attacco finale, si slanciava con mirabile ardimento e sprezzo del pericolo, alla conquista della vetta inviolata. Superati i rischi e sacrifici di ogni sorta, pur avendo esaurito le riserve di ossigeno, traeva ancora dalle altissime qualità del suo forte animo l’energia sufficiente per giungere a piantare sulla seconda cima del mondo il tricolore d’Italia. Luminoso esempio delle più alte virtù di nostra gente. Karakorum – K2, 1954”

Motivazione della Medaglia d’Oro al Valore Civile assegnata a Lino Lacedelli

Il destino ha voluto che il suo nome fosse associato per sempre al K2, la grande montagna del Karakorum, la cui vetta venne raggiunta per la prima volta nella storia proprio da lui e Achille Compagnoni nel 1954. Un destino di gloria, che lo vide diventare uno degli eroi dell’Italia nel momento della sua rinascita dalle macerie della Seconda guerra mondiale. E una gloria macchiata infine dal fango delle bugie e dei silenzi che seguirono proprio quella grande impresa, per occultare verità scomode e gettare sospetti su chi voleva portare alla luce la realtà dei fatti.

Sarebbe però ingiusto ridurre la figura di Lino Lacedelli e il suo ruolo nella storia dell’alpinismo a questa sola vicenda e al suo contrasto di luci ed ombre.

Oltre ai ghiacci il K2 ci sono le rocce delle Dolomiti, che forse non hanno l’altezza della seconda montagna della terra, ma hanno pareti imponenti e ripide a sufficienza per viverci avventure straordinarie, al limite delle possibilità umane, come si diceva una volta. Proprio lì Lacedelli è stato interprete di scalate grandiose, vere e proprie pietre miliari dell’arte della verticale, come la mitica via aperta nel 1952 alla parete Sudovest della Cima Scotoni.

La vita e l’alpinismo

Lino Lacedelli nasce il 4 dicembre del 1925 a Cortina d’Ampezzo, fra le Dolomiti Bellunesi.

Visto l’ambiente naturale e culturale nel quale cresce il richiamo della scalata per lui arriva naturale e precoce. A soli 14 anni si avventura di nascosto dalla famiglia verso le Cinque Torri, le celebri pareti situate a breve distanza da Cortina e che costituiscono da sempre la “palestra” degli scalatori locali. Senza nessuna attrezzatura e senza alcuna cognizione tecnica, con ai piedi un paio di scarpe chiodate, Lino comincia ad arrampicarsi slegato, superando la guida Simone Lacedelli, impegnato sulla sua stessa via con due clienti inglesi. Un po’ per fortuna e un po’ per talento innato la giornata si conclude per lui senza gravi incidenti, a parte qualche ammaccatura dovuta alle botte didatticamente elargite prima dalla guida cortinese e poi dal padre…

In un modo o nell’altro il battesimo del fuoco ormai è superato e da lì comincia per il giovane Lacedelli una straordinaria carriera di rocciatore, che lo porterà a diventare uno dei più grandi nomi  del prestigioso gruppo alpinistico degli Scoiattoli e ad avviarsi alla professione di guida alpina, oltre che di maestro di sci.

L’impresa che gli vale l’ammissione nell’alite degli scalatori cortinesi (nel 1947) è la ripetizione della Direttissima alla parete Sudest del Col Rosà, un impegnativo itinerario di VI grado. Nel 1948, in cordata con gli altri Scoiattoli Luigi Ghedina e Bruno Menardi, porta a compimento un’altra ripetizione di prestigio: quella della via alla parete Ovest del Castello delle Nevere, nel gruppo della Moiazza, un appicco di 900 metri di dislivello, salito per la prima volta da Alfonso Vinci, Paolo Riva e Camillo Giumelli il 18-19 agosto del 1936 e da loro valutata di VI grado. I tre Scoiattoli la salirono in giornata, in circa 8 ore effettive di scalata! Nel 1951 arriva un’altra scalata clamorosa: Lacedelli si sposta sul versante opposto delle Alpi, nel gruppo del Monte Bianco e con Luigi Ghedina mette a segno la seconda ripetizione della Bonatti–Ghigo al Grand Capucin, in sole 18 ore di arrampicata senza bivacco.

È tempo per lui di lasciare la propria impronta personale nella storia dell’alpinismo. L’anno successivo, infatti, con lo stesso Ghedina e Guido Lorenzi affronta la repulsiva parete Sudovest della Cima Scotoni, nel gruppo del Fanis, e ne viene a capo con tre giorni di scalata estrema, tracciando quella che per molto tempo sarebbe stata considerata come una delle vie più difficili delle Dolomiti.

Il 1954 è l’anno dell’incontro con la sua montagna del destino: Lacedelli viene scelto da Ardito Desio come membro della cordata di punta del K2 e, il 31 luglio, assieme ad Achille Compagnoni, è il primo uomo a raggiungere gli 8611 metri della seconda vetta della terra. L’impresa, lo sappiamo, gli vale fama e gloria (e una medaglia d’oro al valore civile), ma gli costa anche l’amputazione di un pollice a causa dei congelamenti subiti: un prezzo non indifferente da pagare per chi ha fatto dell’arrampicata la propria professione oltre che passione.

La notorietà ha i suoi vantaggi, anche economici, e Lacedelli riesce a metterli a frutto aprendo a Cortina il negozio di articoli sportivi che ancora oggi porta il suo nome.

Nonostante le menomazioni subite anche la sua carriera alpinistica non subisce sostanziali battute d’arresto. Diverse sono le prime salite che porta a compimento negli anni successivi al K2. Fra queste una delle più significative è sicuramente lo Spigolo degli Scoiattoli, elegante e impressionante itinerario salito nel 1959 con Lorenzo Lorenzi, Albino “Strobel” Michielli e Gualtiero Ghedina sugli strapiombi della Cima Ovest di Lavaredo.

Nel 2004, 50 anni dopo la prima salita, Lacedelli è di nuovo ai piedi del K2 al seguito della spedizione commemorativa organizzata dagli Scoiattoli di Cortina. Salito fino al campo base, si reca a rendere omaggio alla sepoltura di Mario Puchoz, il compagno deceduto nel 1954 a causa del mal di montagna. In quello stesso anno gli viene attribuita dal Presidente della Repubblica l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce. Il 2004, però, segna anche la data conclusiva dell’infinita polemica seguita alla conquista del K2, che si trascinava da oltre 50 anni. Il comitato dei Tre Saggi, voluto dal CAI e composto da Fosco Maraini, Luigi Zanzi e Alberto Monticone giunge a stabilire che, in merito alle fasi salienti della conquista, la relazione ufficiale stesa dall’allora caposezione Ardito Desio e confermata da Compagnoni e Lacedelli, non poteva corrispondere alla verità.

Veniva così definitivamente confermata la versione dei fatti sostenuta da Walter Bonatti, secondo il quale Compagnoni e Lacedelli avevano piazzato l’ultimo campo in una posizione diversa da quella precedentemente stabilita e avevano omesso di rispondere ai suoi richiami, costringendo lui e l’hunza Mahdi ad un terribile bivacco all’aperto a 8000 metri. Anche in merito alla questione delle bombole d’ossigeno i Tre Saggi stabilirono che Bonatti non poteva averne fruito e che, Compagnoni e Lacedelli lo avevano potuto utilizzare sino in vetta.

Mentre Compagnoni non ritratterà mai quanto sostenuto sino ad allora, restando fermo sulle sue posizioni, Lacedelli da parte sua darà alle stampe il libro “K2 il prezzo della conquista”, scritto con il giornalista Giovanni Cenacchi, nel quale sostanzialmente ammette quanto gli era sempre stato contestato da Bonatti e riconosce anche lui il ruolo fondamentale svolto da quest’ultimo nelle fasi cruciali della conquista.

Il 20 novembre del 2009 Lino Lacedelli muore nella sua Cortina all’età di 84 anni.

Le prime salite sulle Alpi e nel mondo

  • 9 luglio 1944, Torre Grande (Cinque Torri), parete Nordovest, con Faustino Costantini e Duilio Alberti (100 m – IV)
  • 28 agosto 1947, Sassolungo di Cibiana, spigolo Nordovest, con Silvio Alverà (600 m –  IV)
  • 21 luglio 1949, Castelletto (Tofane), parete Ovest, con Luigi Ghedina, (240 m – V)
  • 31 luglio 1949, Col dei Bos, pilastro Est, con Luigi Ghedina, (270 m – VI)
  • 20 agosto 1949, Monti di Cacciagrande (Sorapis), parete Nord, «Via del Pilastro», con Pierpaolo Lombardi, (570 m – IV)
  • 6 maggio 1950, Punta Armando (Pomagagnon), parete Sud, con Luigi Ghedina, Angelo Menardi Miller, Albino Michielli, Beniamino Franceschi e Guido Lorenzi (V)
  • 3 settembre 1950, Gusela del Nuvolau, parete Sud, con Osvaldo Constantini, (200 m – V)
  • 10 e 12 giugno 1952, Cima Scotoni, parete Sudovest, con Luigi Ghedina e Guido Lorenzi (600 m – VI sup)
  • 26 luglio 1953, Cernera, parete Sud, con Beniamino Franceschi, Candido Bellodis e Claudio Zardini, (400 m – VI)
  • 31 luglio 1954, prima salita assoluta del K2 (Karakorum) per la via dello Sperone Abruzzi, con Achille Compagnoni
  • 10 luglio 1955. Col Rosà, parete Sudest, “via Savina”, con Albino Michielli e Arturo Zardini (200 m – VI)
  • 3 luglio 1956, Popena Basso, parete Sudest. con Guido Lorenzi (120 m – V+)
  • 10 luglio 1956, Campanile Wessely (Sassolungo), parete Sudovest, con Guido Lorenzi, (400 m – V)
  • 13 luglio 1956, Latemar, cresta Nordovest, con Pier Paolo Lombardi (650 mIII e IV)
  • 21 e 22 luglio 1959, Cima Ovest di Lavaredo, «Spigolo Scoiattoli», con Albino Michielli, Lorenzo Lorenzi e Gualtiero Ghedina (450 m – VI sup)
  • 11 – 14 luglio 1960 Punta Giovannina (Tofàne), parete Sudovest, con Albino Michielli e Claudio Zardini, (400 m – VI… 385 chiodi!)
  • 22 settembre 1961, Tofana di Rozes, parete Sud, variante alta alla “via della Julia”, con Lorenzo Lorenzi e Orazio Apollonio (250 m – V+)

La Scotoni: un capolavoro dell’alpinismo classico

Un tempo bastavano solo quell’articolo e quel nome per capire: “La Scotoni”.

Non c’era bisogno di specificare di quale via si stesse parlando. Se parlavi della Scotoni, parlavi di sicuro della via degli Scoiattoli, quella aperta nel 1952 da Lino Lacedelli, Luigi Ghedina e Guido Lorenzi. E quando dicevi così, dicevi VI grado superiore. Un termine da maneggiare con cura il “VI superiore”, perché nella storia dell’alpinismo spesso è diventato sinonimo di grandi itinerari in arrampicata artificiale, quelli che speravano strapiombi enormi seguendo la logica della “goccia d’acqua”, lungo la via più diretta dalla base alla cima, forzando la linea con magheggi di corde e staffe, spesso e volentieri senza lesinare nell’uso del perforatore e dei chiodi a pressione.

La Scotoni è qualcosa di diverso: è il canto del cigno della scalata classica. Forse l’ultima grande via di quel genere aperta in Dolomiti prima dell’era del chiodo a pressione. Di sicuro una delle più grandiose. Basta già guardare il tracciato per capire: la via degli Scoiattoli serpeggia sulla parete Sudovest cercando i punti di maggior debolezza in mezzo a muraglie impressionanti e repulsive. È la firma inconfondibile dei grandi itinerari classici del sesto grado: la ricerca del facile nel difficile.

Certo, per venire a capo di quel rebus, i tre cortinesi sfoderarono espedienti tecnici raffinatissimi e funambolici (uno su tutti la paurosa piramide umana a tre su staffe…), ma il numero di chiodi utilizzato, rispetto alle difficoltà e alla lunghezza della via, rimase esiguo e, soprattutto nelle lunghezze superiori, l’arrampicata libera rimase predominante, con tanti passaggi di difficoltà estrema per l’epoca, spesso affrontati senza possibilità alcuna di chiodare.

Quando si parla del ruolo di Lacedelli nella storia dell’alpinismo troppo spesso si fa riferimento solo al K2, dimenticando il suo formidabile talento di rocciatore e trascurando il suo capolavoro sulla Scotoni. Con questa via Lacedelli e i suoi due compagni scrissero un capitolo fondamentale nella storia dell’arrampicata, segnando il punto estremo di un discorso che sarebbe stato ripreso solo molti anni dopo con il ripudio del chiodo a pressione e la riscoperta della libera.

Probabilmente non è un caso se, nel 1972, Enzo Cozzolino e Flavio Ghio scelsero proprio la parete dove sale la Via degli Scoiattoli per tracciare l’altrettanto mitica Via dei Fachiri, aperta in pieno inverno, con un bivacco in parete e soli 12 chiodi, superando in libera passaggi ancora più difficili di quelli affrontati da Lacedelli e compagni. Il discorso interrotto 20 anni prima era stato ripreso e portato ancora più avanti…

Libri

  • La conquista del K2, Ardito Desio, Corbaccio, 2008 (prima edizione originale 1954)
  • K2 una storia finita, Fosco Maraini, Alberto Monticone, Luigi Zanzi, Club Alpino Italiano – Priuli & Verlucca, 2007
  • K2 il prezzo della conquista, Giovanni Cenacchi e Lino Lacedelli, Mondadori, 2004

Film

Italia K2, Marcello Baldi, Italia, 1955, 105’

La nostra mentalità di moderni ci ha traditi, non riusciamo a credere che allora si fosse potuto rischiare a tal punto. Che qualcuno avesse avuto la grinta di passare per primo là dove noi, da pretenziosi e un po’ faciloni epigoni, abbiamo fallito miseramente.

(Alessandro Gogna dopo un tentativo di ripetizione della Via degli Scoiattoli alla Cima Scotoni)

 

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10 Commenti

  1. L’ho sempre ritenuto un alpinista onesto, anche se la via sulla Scotoni per lungo tempo è stata troppo sopravalutata e decantata.

    1. Cone si può definirlo alpinista uomo?
      Lui ardito desio e compagnoni andrebbero radiato da ogni libro di storia. Ogni racconto di alpinismo, non per altro per 30 anni di bugie mai svelate, di menzogne tenute dentro.
      Tanto chi sarebbe riuscito davvero a salire sul K2 senza ossigeno realmente lo sappiamo.

  2. Diamo a Cesare quel che è di Cesare!Lino Lacedelli è stato un alpinista a cui bisogna portare il doveroso rispetto, alla fine per onestà nei confronti di Bonatti ha riconosciuto di aver sbagliato, questo dobbiamo riconoscerlo.Senza volersi addentrare in un vespaio ,la conquista del K2 andrebbe riscritta per intero lo sanno tutti! Purtroppo per motivi anagrafici mancherebbero le testimonianze di chi c’è stato tuttavia chi è del mestiere lo Sa da un pezzo!

  3. ciao.quello che hanno fatto VOLONTARIAMENTE E IN COMPLICITA’ nei confronti di BONATTI,raccogliendo in lunghi anni favori,soldi,apparizioni,biografie etc etc,viene tutto cancellato da quando il CAI ha finalmente alzato il coperchio su questa PORCHERIA.perche io la chiamo PORCHERIA.Bonatti e stato a un pelo dalla morte.se fosse morto cosa sarebbe successo?il CAI avrebbe lo stesso insistito a cercare la verita’?ne dubito assai.aldila’ dello spessore intellettuale e professionale,me ne puo’ fregare un fico secco,siccome hanno cercato di imbrogliare BONATTI E IL CAI fino agli ultimi giorni della loro vita.una VERGOGNA .una grande VERGOGNA.

  4. Non è una vergogna è il funzionamento dell’Italia.
    Se si pensa chi fosse Desio, da dove venisse il suo successo e cosa facesse e poi si tiene conto della decisione durante gli inizi dell’organizzazione della spedizione, molto prima di partire, a priori, di chi dovese andare in vetta, di quali zone alpine turistiche famose dovesse essere simbolo ….. strategie politio-affaristiche senza mai contenuti morali o sociali se non a parole.
    Non mi sembra sia cambiato granché nelle robe chiamate “nazionali”.

    Ma per me Lacedelli era un semplice strumento e nei suoi limiti ne ha approfittato, ma poi l’ha ammesso.

  5. E’ tutto vero quello che è stato detto, però purtroppo esiste anche un’altra verità: senza Desio la spedizione non avrebbe mai avuto luogo e la rivincita degli italiani nel dopoguerra bruciando sul tempo gli Americani, suscitando da parte loro invidia e ammirazione che hanno contribuito poi all’enorme clamore e alla gloria che ne scaturirono.
    A difesa di Lino, lui era ancora giovane ed era influenzato fortemente da Compagnoni, a sua volta spalleggiato da Desio come suo vice con il potere di decidere su tutte le azioni alpinistiche sulla montagna. Bisogna tenere conto che a lui fu anche impedito di parlare perché l’unica voce era quella ufficiale di Desio e Compagnoni. Del grave atto su Bonatti lui si pentì e lo scrisse anche nel suo libro; tenete inoltre conto che era una persona semplice e si trovò di colpo ad affrontare fortissime pressioni mediatiche da solo, mentre i due capi avevano dato gli ordini ed erano responsabili delle conseguenze. E questo lo sapeva anche Bonatti, a cui ovviamente va il merito “alpinistico” della conquista.

  6. Desio da bravo geologo, aveva scoperto il petrolio in Libia, dove con grande intelligenza il regime piantava gli ulivi, e poi gli italiani vennero scacciati dagli inglesi ….. per un accordo con gli americani…… magari poi questi han ringraziato col K2 🙂

    Se fosse pubblicata una storia di quel Compagnoni chissà che commenti verrebbero fuori sui vari Compagnoni 🙂

  7. un alpinista, forse, di livelo. un uomo, di sicuro, piccolo, molto piccolo.

    bisognerebbe che a lui e ai suoi “soci” venisse finalmente applicata una seria “damnatio memoriae”

  8. Alla luce dei fatti tutti i commenti possono essere condivisibili, aggiungo solo che lassù c’è arrivato e tornato. E non è poco!

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