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Meridiani Montagne per la prima volta sale sul Monte Rosa

In edicola il nuovo numero di  Meridiani Montagne, che per la prima volta dedica un’intera monografia alle valli di Alagna e Macugnaga andando alla scoperta del lato piemontese del Monte Rosa. Una scalata che parte dalla pianura e ripercorre le origini e la cultura di un’intera comunità per poi salire tra i crepacci e giungere a oltre 4.500 metri dove svetta uno dei rifugi CAI più antichi e popolari: la Capanna Margherita.

A presentarci il numero 111 di Meridiani Montagne “Monte Rosa, Alagna e Macugnaga”, il direttore Paolo Paci.

Parola al direttore

Sulle Alpi c’è una delle case più inospitali del mondo. Dove a giugno si possono registrare 22 gradi sotto zero, ogni precipitazione, anche ad agosto, è neve, e ogni genere di prima necessità viene portato in elicottero. Una casa dove 70 prigionieri vagano di notte per i corridoi come fantasmi insonni. Dove c’è la metà dell’ossigeno disponibile a livello del mare, e ogni movimento si tramuta in affanno. Dove il 22 per cento delle persone sperimenta la nausea e l’emicrania da mal di montagna. È una casa dove non si riesce a riposare, è sconsigliabile mangiare, e anche un tè di neve sciolta ha un prezzo spropositato. Eppure ci salgono fino a 600 persone di ogni giorno estivo di bel tempo, come in pellegrinaggio, giusto per poter dire: “Io ci sono stato”. In media dodici di queste vengono rispedite a valle: chi non ce la fa con le sue gambe è trasportato in toboga, dopo una generosa razione d’ossigeno. Questa casa è la Capanna Margherita, 4554 metri di quota, il rifugio custodito più alto del mondo. Anch’io ci sono stato, più volte e per ragioni diverse, legate all’alpinismo ma anche alla professione. E di ogni volta, me ne ricordo come di un’esperienza a suo modo estrema”.

Così comincia, con un reportage dal rifugio Capanna Margherita, il numero di Meridiani Montagne dedicato al versante piemontese del Monte Rosa. Perché la Capanna, antica di ormai 120 anni, è una sintesi perfetta della nostra passione per la montagna, della scienza e tecnologia che si sviluppano in alta quota, e in definitiva della splendida irragionevolezza dell’alpinismo. Anche per chi, come il sottoscritto, c’è stato più volte, l’arrivo al rifugio più alto delle Alpi coincide sempre con una nuova emozione, con il mistero che sempre si cela dietro le cime, anche le più frequentate.

È un sentimento che noi, alpinisti di città, condividiamo con i valligiani, che della loro montagna hanno fatto una ragione di vita e professione. Leggete come esordisce, per esempio, la nostra Maria Tatsos nel reportage da Alagna: “Ogni villaggio, paese, città ha un suo punto di riferimento. Vederlo ci dà la sensazione, quando vi facciamo ritorno come Ulisse, di essere finalmente a casa. Per gli alagnesi è l’uscita dalla galleria lungo la SP 299 che segna l’inizio di Riva Valdobbia. Non è un caso: qui si è accolti dalla vista della montagna che qui è madre, sorella, amica: il Rosa. Man mano che ci si avvicina al centro di Alagna – composto da un insieme di frazioni – il massiccio montuoso più esteso delle Alpi gioca a nascondino con il Corno d’Olen e il Corno Stofful fino a negarsi del tutto, per poi ricomparire in tutta la sua maestosità dopo aver imboccato la strada che conduce da Wold alla cascata dell’Acqua Bianca e al Rifugio Pastore. «Mi piace partire soprattutto perché è bello tornare», racconta Andrea Degasperis, guida alpina. Come tutti gli alagnesi, è innamorato della sua terra. Ha scalato il McKinley in Alaska, il Cook in Nuova Zelanda ed è salito in vetta al Broad Pick vicino al K2, ma nel suo cuore ci sono le montagne che ha imparato a conoscere fin da bambino. «Sono stato “battezzato” sulla Cresta Nord del Monte Tagliaferro (2964 m), che ho affrontato con mio padre a 14 anni». Oggi accompagna i turisti che sognano di raggiungere i Quattromila salendo all’iconica Capanna Margherita, in cima alla punta Gnifetti anche tre volte alla settimana durante la stagione delle ascensioni. Il Rosa è lavoro e passione”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il reportage “gemello” che Ettore Pettinaroli ha scritto per noi da Macugnaga: “Oggi a Macugnaga si ritrova tutto quello che desiderano i nuovi frequentatori della montagna. Il panorama, prima di tutto: la Est, con la sua sfacciata bellezza, non ha concorrenti ed è un’efficacissima calamita. Poi i sentieri, le silenziose frazioni walser, i caprioli che fanno capolino tra case e giardini, lo stesso assetto urbanistico del paese. Un lungimirante sindaco degli anni ’60 impose un piano regolatore che impediva l’edificazione di condomini ed ecomostri di varia natura e stabiliva regole ferree riguardanti le ristrutturazioni di baite e fienili, che dovevano (e devono) rispettare le originarie proporzioni di legno e pietra a vista, tetti in piode inclusi. Erano gli anni del “vale tutto” a cui si devono troppe devastazioni. Non qui. Il pericolo di valanghe e alluvioni ha inoltre fatto dichiarare non edificabili molte aree del territorio, così Macugnaga presenta ampi spazi verdi anche tra le diverse frazioni. Si respira, si gode”.

Il godimento continua, su Meridiani Montagne, scoprendo le vie alpinistiche più belle e famose dei due versanti, dalla grande traversata di tutti i Quattromila (da Punta Giordani a Punta Gnifetti) compiuta per noi da Andrea Greci, alla storia affascinante e terribile del Canalone Marinelli, che segna l’immensa parete est del Rosa, oggi purtroppo in via di deglaciazione. E godiamo anche con altre “discipline” alpine, l’escursionismo in primo luogo, con le lunghe passeggiate attraverso i borghi walser della Val d’Otro e la mulattiera di 30 km, chiamata Stra’ Granda, che dalla Val d’Ossola risale a Macugnaga. Ma anche canoa, rafting e kayak sul vero protagonista della Valsesia, quel fiume Sesia che nasce dal ghiacciaio e muore nel Po: la navigazione è descritta, con toni appassionati, da un’esperta di acque bianche come Valentina Scaglia.

E ancora, il ritorno ai ghiacci, nelle loro forme e composizioni più estetiche, attraverso l’obiettivo di un grande fotografo (e guida alpina) del Monte Rosa: Davide Camisasca. Le sue immagini in bianco e nero ci restituiscono tutta la bellezza e l’emozione dell’alta quota. Anche per chi la Capanna Margherita la può sognare solo dal basso.

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