Meridiani Montagne

La Testa Grigia, il balcone perfetto

Il suo nome potrebbe suggerire un’ascensione noiosa e altrettanto “grigia”. Niente di meno vero: il bivacco sotto la vetta, la cresta esposta, l’aria fine dei Tremila, la vista sul Monte Rosa, la rendono un’esperienza memorabile

Testa Grigia, Lo Gréno nel patois di Champoluc, Groabhopt in lingua walser di Gressoney, Grauhaupt in tedesco, Tête Grise in francese. La quantità di toponimi per la stessa montagna è lo specchio sia della sua collocazione geografica sia dell’importanza storica.

La Testa Grigia (3315 m) fa da spartiacque tra la Valle del Lys e la Val d’Ayas e nello stesso tempo da cerniera tra lingue e culture differenti. Non è un Quattromila, ma è il miglior balcone per osservare per intero quelli del Monte Rosa, dai Breithorn alla Punta Giordani, senza dimenticare il Cervino all’estrema sinistra della catena. Il nome deriva dal colore degli elementi minerali, miche e calcescisti, rocce metamorfiche che determinano il prevalente grigio della montagna. In realtà il colore è dato soprattutto dai calcescisti, un mix di calcare e minerali argillosi, che formano l’ossatura della Testa Grigia. Le miche compongono invece gran parte degli sfasciumi e si riconoscono per le scaglie argentee o dorate che brillano sotto il sole.

Una delle tante leggende alpine, che mischiano pragmatismo, moralismo e spiritualità, attribuisce proprio a quest’area la presenza delle Salige (donne selvagge), bellissime creature mitologiche esperte nell’arte della tessitura e delle caseificazione. I pastori di Gressoney e Ayas impararono da loro a fare il formaggio, ma quando cominciarono a maltrattarle, le Salige sparirono e di loro rimase solo il luccichio dei capelli d’oro sulle miche della Testa Grigia.

Notte di poesia al bivacco Lateltin

Affrontiamo la salita alla Testa Grigia partendo da Perletoa/Tschemenoal (1420 m), appena a monte di Gressoney-Saint-Jean, imboccando il sentiero n° 6. Dopo una ripida salita in un caratteristico bosco di larici, sbuchiamo sui pendii assolati di Alpenzù Grande (1779 m), un terrazzo glaciale che si affaccia sulla Valle del Lys, con il Gruppo del Monte Rosa sullo sfondo. Qui le case sono gli stadel dei Walser, la popolazione germanica che intorno al XIII secolo si stabilì in questa parte delle Alpi. Alcune di esse sono caratterizzate alla base da grandi pietre piatte e tonde per prevenire la scalata dei topi. Siamo lungo il Grande Sentiero Walser e l’Alta Via n° 1, e il rifugio Alpenzù offre ristoro nel periodo estivo, così come il vecchio forno comunitario viene ancora acceso in alcune occasioni particolari.

Proseguiamo alla volta degli alpeggi di Montil Inferiore e Loage Superiore ed entriamo progressivamente nel regno della pietra. Raggiungiamo così il Col Pinter (2777 m), che collega Champoluc e Gressoney, storicamente una via di comunicazione fondamentale, soprattutto per lo scambio di granaglie, bestiame e notizie tra le comunità walser delle due valli. I Laghi di Pinter, appena sotto il colle, sono un piccolo sistema lacustre di origine glaciale composto di uno specchio principale e di alcune piccole pozze secondarie. Senza raggiungerli, ma osservandone il colore e i riflessi dall’alto, ci inerpichiamo sul ripido cono detritico in direzione del bivacco che ci accoglierà per la notte. I nostri passi si intersecano con quelli di alcuni stambecchi e con lo zampettare sospettoso di un gruppetto di pernici bianche, che valutandoci a distanza non ritengono però necessario lo sforzo di spiccare il volo.

Il bivacco Lateltin (3132 m) è esattamente dove lo metterebbe un chatbot di intelligenza artificiale, se gli chiedessimo di trovare il posto ideale dove passare la notte e ammirare tramonto e alba. Dell’intelligenza artificiale non aveva però certo bisogno Ulrich Lateltin, falegname gressonaro, ragazzo del ’99, che quella montagna e quella cresta le conosceva bene, ne era affascinato e proprio lì cominciò a sognare di costruire un piccolo rifugio. Da solo, a spalle, negli anni Cinquanta cominciò a trasportare travi di legno, lamiere e attrezzi per i 1700 metri di dislivello da Gressoney. Il sogno di Ulrich non si realizzò, perché nel 1956 il falegname morì e materiali e progetto rimasero abbandonati per quasi 30 anni. Fu il nipote August Linty a trovare nel 1983, sotto un grande masso della cresta, gli attrezzi lasciati dallo zio e da lì ripartì la scintilla. Una grande mobilitazione della comunità di Gressoney consentì l’uso dell’elicottero, la struttura venne assemblata velocemente e con una grande festa fu inaugurata il 4 agosto 1984.

Passiamo la notte al bivacco, ma soprattutto ne assaporiamo tramonto e alba, salendo quei pochi metri che ci separano dalla dorsale vera e propria della Testa Grigia. La vista sul Rosa è completa e da questa posizione la capanna Margherita, lontana, di profilo, sul filo terminale di cresta della Punta Gnifetti, appare come un puntino sull’abisso. Unica pecca della serata, la piastra a induzione, alimentata insieme alle luci da generosi pannelli solari, non funziona e dobbiamo arrangiarci a cuocere una rocambolesca pastasciutta sulla fiamma di un piccolo falò. Benjamin e Raphael, 12 e 10 anni, ne sono pienamente felici.

Il pernottamento al bivacco Lateltin non sarebbe in realtà indispensabile, la cima della Testa Grigia è a poca distanza e a meno di 200 metri di dislivello, ma è questo uno dei casi in cui una semplice gita si trasforma in un’esperienza memorabile. Si introduce l’elemento della lentezza, della contemplazione, della semplice necessità di passare il tempo con i nostri bisogni primari lontani dalla zona di comfort del fondovalle, dimenticando tutto ciò che non è indispensabile. Una dimensione a modo suo residenziale e non solo di passaggio. È probabilmente questo che Benjamin e Raphael non hanno ancora perso e noi cerchiamo ogni tanto di recuperare.

La Madonna scomparsa e una vista grandiosa

Vivere la montagna in questo modo è anche un po’ recuperarne la dimensione primordiale, l’aspetto esplorativo, quello dei pionieri, per esempio degli alpinisti valdostani Delapierre, Laurent e Rignon, che accompagnavano i ricchi coniugi inglesi Pinney quando, il 7 agosto del 1858, raggiunsero per la prima volta la vetta della Testa Grigia, superando difficoltà non indifferenti per l’epoca. Lo stesso Antonio Laurent, guida alpina di Gressoney, oltre alla prima salita assoluta compì anche la prima invernale, il 10 gennaio 1864, impresa di valore assoluto dato che risulta essere la prima salita invernale italiana documentata sulle Alpi.

L’ultimo tratto verso la cima è all’inizio un facile sentiero, che ci conduce rapidamente a un breve passaggio di arrampicata facilitato da una catena metallica. È il cosiddetto, ennesimo sulle Alpi, “passo del gatto”, termine che non deriva certamente dalla presenza certificata di felini, ma fa genericamente riferimento alla loro agilità. A meno che non si alluda ad alcune credenze popolari in cui è il diavolo stesso a prendere le sembianze di un gatto nero, e la consueta “lotta con l’alpe” diventa in questa accezione una lotta diretta col demonio. Sta di fatto che di gatti e di diavoli neanche l’ombra, e procediamo lungo una cengia detritica, facile ma esposta, che richiede comunque attenzione e assenza di vertigini.

La catena è per alcuni tratti di conforto, compreso un piccolo risalto roccioso che conduce all’ultimo tratto di sentiero in cresta. Arriviamo in cima: avevamo letto di un trespolo metallico con una campana e una piccola statua della Madonna sulla punta: c’è la campana ma non la Madonnina. Facciamo seduta stante una cosa certamente diversa dai pionieri della Testa Grigia, e interroghiamo l’intelligenza artificiale, che subito ci risponde: “La statua non è un’opera antica, ma ha una storia curiosa che la lega alla Lombardia. Fu posata in vetta nel 1957 dai ragazzi di un campo Grest dell’Oratorio Artigianelli di Monza, che all’epoca facevano campeggio a Noversch (vicino a Gressoney-La-Trinité). È stata spostata diverse volte: inizialmente si trovava su un ometto di pietre, poi nel 2012 è stata fissata sul moderno tripode in acciaio che regge anche la campana del Cai Parabiago e il libro di vetta. Per anni è stata descritta dagli escursionisti come butterata: la superficie metallica era piena di piccoli fori e segni di fusione causati dalle scariche elettriche dei temporali. Periodicamente, i volontari o i membri del Cai la prelevano per ripulirla o riparare i danni dell’inverno e delle scariche elettriche, per poi riportarla su in estate”.

Dunque la Madonnina potrebbe essere al suo restauro annuale. Quello che non manca, e che ci godiamo in ogni particolare, è la vista meravigliosa sul Monte Rosa.

Gneiss per tutti lungo il Lys

Lo gneiss di ottima qualità che si trova sulle pareti della lunga vallata di Gressoney ha favorito la chiodatura di decine di spot per l’arrampicata sportiva. Ne citiamo solo alcuni.

Poco oltre l’abitato di Fontainemore si svolta a sinistra per Deles fino a incontrare i cartelli per la palestra d’arrampicata dedicata a Gabriele Beuchod (1050 m, esposizione est). Il Comune di Fontainemore ha contribuito all’attrezzatura. Diversi monotiri e tre vie lunghe fino a 6 tiri: Maggio Ciondolo (6a+ max), Vecchia quercia (6a+ max) e, all’estrema destra, Passeggiata tra le nuvole (6b+ max).

Attrezzate, come molte altre, dalla guida Davide Frachey, le tre falesie del rifugio Barma (2060 m, esposizione sudovest, nord). Poste in un luogo molto bello e rilassante, si prestano anche a un approccio per chi è alle prime armi. Ci si arriva dopo 11 km da Pont-Saint-Martin, seguendo a destra le indicazioni fino al parcheggio per il Lago Vargno (2 h di comodo sentiero).

Adatta alle famiglie e ai meno esperti anche la falesia di Zuino (1050 m, esposizione est), nei pressi dell’omonima frazione del comune di Gaby. Al contrario, difficile e selettiva, la falesia storica dei Massi di Gaby, situata a bordo strada dopo l’Hotel Fior di Roccia. Sadomasosex (7c) è il tiro storico, il primo di questo grado nella valle.

La Bolla (1300 m, esposizione sudovest) è una inconsueta intrusione di calcare in mezzo ai prati: si divide nel settore basso con vie facili fino al 6a+, e quello alto dal 6b fino all’8. Dalla frazione Pont Trenta, dopo Gaby, si trova nei pressi del ponte sul torrente Lys.

La parete regina della valle è senz’altro La Benedizione (1800 m, esposizione ovest), tempio dell’alta difficoltà, che si raggiunge dalla frazione Lysbalma (dopo Gressoney-Saint-Jean deviazione a destra) in 15 minuti a piedi. Scoperta e chiodata da Alberto Gnerro sullo splendido muro che affianca la cascata della Ciampa, riserva una cinquantina di tiri tra cui: Easy road (6b+), Il Maestro (7b+), Melting point (7b), Glory days (8a). Per il dettaglio di ogni falesia (accessi e vie), consultare la nuova guida Valle d’Aosta Falesie – Vol.1 (Versante Sud).

Articolo scritto da Umberto Isman

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