La cordata ideale: Torino riscopre Gervasutti e Boccalatte
Negli anni Trenta Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte cambiarono il modo di scalare sulle Alpi. Una nuova mostra del Museo Nazionale della Montagna racconta la loro amicizia, le grandi salite e un alpinismo che continua ancora oggi a far sognare.



Ci sono alpinisti che lasciano una traccia sulle montagne. E poi ci sono quelli che finiscono per cambiare il modo stesso di immaginarle. È il caso di Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte, protagonisti della nuova mostra del Museo Nazionale della Montagna, che dal 2 aprile all’11 ottobre 2026 racconta uno dei sodalizi più affascinanti dell’alpinismo italiano tra le due guerre.
“La cordata ideale. Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte nella Torino tra le due guerre” non è soltanto una mostra storica. È anche un viaggio dentro un momento preciso dell’alpinismo, quando sulle Alpi occidentali arrivavano il sesto grado dolomitico, una nuova idea di difficoltà e soprattutto una diversa visione della montagna: più moderna, più tecnica, ma anche profondamente umana.
A rendere l’esposizione particolarmente interessante è il materiale raccolto negli ultimi anni dal museo torinese: fotografie, taccuini, filmati, documenti personali e attrezzature provenienti da fondi privati e donazioni recenti, tra cui quelle della famiglia Boccalatte e del nipote di Gervasutti. Un archivio che permette di ricostruire non solo le grandi salite, ma anche il contesto culturale e umano di due figure diventate leggendarie.
Il percorso ripercorre alcune delle ascensioni simbolo della loro breve ma intensissima attività insieme: dal Pic Adolphe Rey al pilastro del Pic Gugliermina, fino all’ossessione di Gervasutti per le Grandes Jorasses, culminata nella storica salita della parete est nel 1942. Ma c’è spazio anche per l’alpinismo “di casa”, quello delle palestre piemontesi come la Sbarua, i Denti di Cumiana o la Parete dei Militi, luoghi che hanno formato generazioni di scalatori.
Ed è forse proprio qui che la mostra trova il suo valore più forte: nel raccontare come l’alpinismo italiano moderno sia nato molto prima delle spedizioni himalayane o dei grandi sponsor, dentro una rete di amicizie, rifugi, allenamenti e sogni condivisi. Boccalatte, raffinato pianista e alpinista elegantissimo, e Gervasutti, il “Fortissimo”, incarnavano due modi diversi ma complementari di vivere la montagna. La loro cordata durò poco – Boccalatte morì sull’Aiguille de Triolet nel 1938 – ma lasciò un’eredità enorme.
Uno degli elementi più affascinanti dell’esposizione è la sezione multimediale, dove compare anche un documento eccezionale: l’unico filmato esistente che mostra Gervasutti mentre arrampica, ritrovato durante le ricerche per la mostra e poi donato al museo.
Accanto ai materiali storici, il museo propone anche uno sguardo contemporaneo. Alcuni soci del Club Alpino Accademico Italiano hanno infatti ripetuto le principali vie aperte dai due alpinisti, fotografandole oggi. Un dialogo tra passato e presente che mostra quanto quelle linee continuino ancora ad affascinare gli scalatori moderni.
Ma il 2026 segna anche un altro cambiamento importante per il Museo della Montagna: dal 1° aprile è infatti aperto sette giorni su sette, con orario continuato 10-18. Una scelta che punta a trasformare sempre più il Monte dei Cappuccini in uno dei principali poli culturali dedicati alla montagna in Italia.
E insieme alla mostra torna anche uno degli oggetti più iconici del museo: il cannocchiale Zeiss della Vedetta Alpina. Restaurato grazie a una campagna di crowdfunding, lo storico strumento ottico sarà nuovamente visibile al pubblico, puntato verso il Monviso. Un simbolo perfetto per un’esposizione che, in fondo, parla proprio di questo: del desiderio umano di guardare lontano.





