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Paola Gianotti, la ciclista da record che si batte per la sicurezza sulle strade

Laureata in economia ha presto capito che quella non sarebbe stata la sua strada. La bici, con la fatica e la soddisfazione che comporta, invece si, sarebbe potuta diventare la sua vita. Paola Gianotti vive in Piemonte, nel biellese, ma si potrebbe dire che è una cittadina del mondo o, meglio, della strada. Quella dove l’unica costante è il rumore del vento che si mischia a quello dei sottili copertoni che mordono l’asfalto.

Nel 2014 compie il giro del mondo in soli 144 giorni, tutti pedalati. Nel 2015 partecipa, e conclude, una delle gare di ciclismo a tappe più dure al mondo, la Trans-Siberian Extreme. Classe 1981 ha attraversato il Giappone, pedalato attraverso 48 stati americani in 43 giorni, passato 12 ore sui rulli. La sua statura non è proporzionale a cuore, polmoni, chilometri percorsi e record battuti. Alla passione agonistica affianca quella per il viaggio e la speranza di poter essere d’aiuto a qualcuno. Negli anni ha raccolto fondi con cui acquistate biciclette per le donne dell’Uganda e da anni lavora al progetto “Io rispetto il ciclista”. Se siete amanti delle due ruote avrete sicuramente notato quei cartelli che invitano gli automobilisti alla prudenza e all’attenzione sulle strade frequentate dai ciclisti. Ma non è finita perché durante il primo lockdown di marzo-aprile 2020 ha trascorso mezza giornata sui rulli, una pedalata da record per raccogliere fondi con cui acquistare mascherine da donare ai presidi sanitari carenti. Nel suo futuro vede altre esperienze e sogna un Paese “dove poter pedalare in sicurezza”, ma anche una pausa dall’agonismo per qualcosa di più grande e importante, come un figlio.

Paola, passare 12 ore sui rulli è qualcosa che ti prosciuga il cervello…

“È un’idea nata davvero in poco tempo, il 12 aprile l’ho immaginato e il 18 ho pedalato. Ovviamente avevo altri programmi, pre-covid. Con il primo lockdown ho iniziato a pedalare tanto sui rulli, unico modo per mantenere l’allenamento in quella situazione. Alla fine grazie alle nuove tecnologie smart sono divertenti e riesci anche a fare parecchie ore. Così mi sono detta che nel mio piccolo avrei potuto fare qualcosa come raccogliere fondi con cui acquistare mascherine. È stata una bella iniziativa a cui hanno aderito, collegandosi in streaming durante la mia sessione, tantissimi sportivi sia del mondo del ciclismo, come Maurizio Fondriest, Alessadro Ballan e Claudio Chiappucci, sia campioni di altre discipline come Federica Pellegrini e Massimiliano Rosolino. In quelle 12 ore siamo riusciti a raccogliere fondi per acquistare 10600 mascherine, ne è valsa la pena.”

Il progetto che ti sta impegnando maggiormente in questi ultimi anni è la campagna “Io rispetto il ciclista” con cui state portando un messaggio importante sulle strade italiane, come nasce questa iniziativa?

“Nasce nel 2014 da una serie di eventi. Durante il mio giro del mondo rimango coinvolta nel tamponamento tra un’auto e un camion, l’incidente è grave e mi procura la frattura della quinta vertebra cervicale. Tutto si conclude per il meglio, ma in quel momento percepisco quello che sarebbe potuto accadere.

A questo accadimento si aggiunge l’incontro con Marco Cavorso, papà di Tommaso. Tommaso è un giovane ciclista 14enne ucciso da un’auto che ha deciso di effettuare un sorpasso su linea continua. Con Marco nasce l’idea della campagna “Io rispetto il ciclista”. I primi anni li dedichiamo a portare questo messaggio nelle scuole, poi diventa una vera e propria battaglia per una rivoluzione culturale. Nel 2016 portiamo il libro dedicato a Tommaso (‘Tommy sapeva correre’, di Paolo Alberati, Giunti, 2014) da Trento a Roma, consegnandolo al Papa. Con una raccolta firme chiediamo il ritiro immediato della patente a chi utilizza il cellulare alla guida. Sosteniamo inoltre una campagna per sensibilizzare sull’importanza delle luci frontali e posteriori in bici. Dopo il primo lockdown abbiamo iniziato con l’installazione dei primi cartelli. Oltre 250 comuni hanno già aderito e sono stati posizionati 1900 cartelli.”

Cosa chiedete con questi cartelli?

“Invitiamo a superare il ciclista mantenendo una distanza di un metro e mezzo da lui. Sono cartelli presenti da anni in tutta Europa, noi abbiamo solo preso l’idea e l’abbiamo portata in Italia. In questo anno è partito un bellissimo volano, in molti ci stanno contattando per l’installazione.

Tra poco partirò per pedalare in Calabria dove inaugureremo una serie di cartelli e la stessa cosa faremo in Sicilia, dove oltre 40 comuni hanno aderito all’iniziativa.”

Funzionano, sta cambiando qualcosa?

“Io noto una maggiore attenzione e un maggiore rispetto. Non dipende dai cartelli, ma dal fatto che se ne parla molto di più. Si parla di sicurezza, di mobilità sostenibile, e questo comporta una maggiore sensibilità.”

Rispetto dell’automobilista per il ciclista, del ciclista per l’automobilista o da ambo le parti?

“Sicuramente ci vuole rispetto per entrambe le parti, senza distinzione tra ciclista e automobilista. La mia campagna di sensibilizzazione è rivolta anche ai ciclisti: luci davanti e dietro, casco sempre allacciato, abbigliamento visibile. L’unica differenza esistente tra i due sta nel fatto che se un ciclista fa una cavolata, magari viaggiando in gruppo, fa innervosire l’automobilista; se la fa l’automobilista rischia di far male a una persona.”

Torniamo indietro di qualche anno. Come ti sei avvicinata alla bici?

“Non è una passione che nasce quando ero piccola, anzi. In famiglia sono l’unica che pedala.

Negli ho fatto molti viaggi con lo zaino in spalla e ho visto tantissime persone con bici e bagagli spostarsi in giro per il mondo. Li ho sempre invidiati perché sono stati capaci di trovare questo bel modo per fare sport e scoprire il mondo. La bici incarna questo binomio perfetto tra viaggio e attività, due delle mie più grandi passioni. Sulle due ruote puoi sfidare te stesso, superare i tuoi limiti. Ho iniziato ad allenarmi a 28 anni, facevo gare di triathlon, poi quando mi sono trovata a dover chiudere l’azienda ho maturato l’idea del giro del mondo.”

Il giro del mondo, un modo per staccare la spina?

“Una sfida con se stessi. Sapevo che farlo mi avrebbe permesso di cambiare vita. Se fossi tornata con il record in tasca avrei, in qualche modo, potuto apportare un cambiamento. Non sapevo come, ma sapevo che me l’avrebbe permesso.”

Com’è stato, tolto l’incidente?

“144 giorni di emozioni. Posti diversi a ogni alba. Un viaggio interiore immenso. Sei da solo con i tuoi pensieri, la strada, il vento, i più 50 gradi del deserto, i meno 10 delle Ande. In 144 giorni non dico che vivi una vita intera, ma una vita nella vita. Fai incontri, osservi gli occhi dei bambini. Ritorni con delle cartoline indelebili.

È stata una sfida grande, capace di farmi comprendere come nella vita puoi raggiungere tutti gli obiettivi che vuoi. Non sono partita come una ciclista, non avevo idea concreta del progetto in cui stavo per cimentarmi. È stato unico.”

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