Medicina e benessere

Preacclimatazione per le spedizioni a quote estreme, cosa dice la medicina di montagna

Testo di Giancelso Agazzi, membro della Commissione Centrale Medica del CAI

In occasione della riunione della Commissione Medica dell’UIAA (Union Internationale des Associations d’Alpinisme), tenutasi presso la sede dell’EURAC (Istituto per la medicina di emergenza in montagna) di Bolzano nel novembre del 2019, è stato approvato dal board della Commissione Medica un documento che riflette l’opinione dei vari componenti dell’associazione sulla preacclimatazione per le spedizioni in quote estreme. Di seguito il documento Commissione Medica dell’UIAA, da me tradotto, pubblicato sulla rivista High Altitude Medicine & Biology (Volume 21, Number 3, 2020, Matthias P. Hilty, Urs Hefti, Hermann Brugger, e Pierre Bouzat).

Preacclimatization for Expeditions to Extreme Altitude

Un nuovo tipo di approccio alla prevenzione del male acuto di montagna (AMS) come l’acclimatazione in ipossia normobarica intermittente sta dimostrando una particolare attenzione nel campo della ricerca in alta quota. L’ipossia normobarica intermittente è una condizione in cui la pressione atmosferica è normale, ma presenta una ridotta disponibilità di ossigeno (altitudine simulata) e viene utilizzata da alcuni alpinisti che vogliono acclimatarsi prima di affrontare una spedizione alpinistica.

É stata utilizzata con l’intenzione di incrementare la probabilità del successo di una spedizione alpinistica e di accelerare il profilo di ascesa di spedizioni di tipo commerciale in altitudine estrema, con particolare riferimento alla sicurezza e all’efficacia, pensando al futuro.

Le ricerche iniziali riguardanti l’efficacia dell’ipossia normobarica intermittente nel prevenire l’AMS si sono dimostrate inconclusive o negative, mentre gli studi più recenti hanno dimostrato una riduzione dell’incidenza dell’AMS nell’esposizione all’alta quota dopo l’utilizzo di vari protocolli utilizzanti l’ipossia normobarica intermittente (Wille et al., 2012; Dehnert et al., 2014). L’ipossia normobarica intermittente sembra essere efficace solo se l’esposizione all’ipossia è di diverse ore, distribuite in varie settimane o mesi (Faulhaber et al., 2016). Questi risultati non sono in grado di predire in modo diretto l’effetto dell’ipossia normobarica intermittente sul risultato o sulla durata di complesse avventure quali spedizioni in altitudine estrema.

I più frequenti effetti collaterali riportati nell’applicazione di protocolli di preacclimatazione erano costituiti da sintomi di AMS, mentre non si sono verificate condizioni più severe come l’edema polmonare d’alta quota o l’edema cerebrale d’alta quota  (Mairer et al., 2012). Oltre alle indicazioni riguardanti gli aspetti positivi circa la presa di decisioni, lo scopo della attuale letteratura non permette di tirare conclusioni circa gli effetti positivi o negativi legati agli aspetti della sicurezza associati ad un accelerato profilo di salita dopo ipossia normobarica intermittente. Di conseguenza molte domande riguardanti la ricerca rimangono ancora aperte.

Le domande ancora aperte

Per prima cosa ci si chiede se la preacclimatazione può essere considerata sicura per gli alpinisti. È verosimile che attualmente molti alpinisti effettuano l’acclimatazione a casa in tende ipossiche senza l’utilizzo di consigli medici e senza alcun monitoraggio. L’aumento dell’ematocrito e dell’emoglobina sul livello del mare può provocare effetti collaterali quali eventi di tipo tromboembolico in soggetti ad alto rischio, specialmente dopo un lungo viaggio dalle nazioni occidentali al Nepal. Soggetti affetti da condizioni mediche pre-esistenti sconosciute quali una coronaropatia possono dimostrarsi intolleranti all’ipossia nel corso della notte.

In secondo luogo, non è ancora noto quale sia il protocollo ottimale di ipossia normobarica intermittente. Come terzo punto si discute se l’ipossia normobarica intermittente sia efficace in tutte le categorie di alpinisti. Le spedizioni di tipo commerciale conducono alpinisti con allenamento ed esperienza limitati in condizioni di alta quota. Resta da dimostrare se simili protocolli siano in grado di migliorare le probabilità di raggiungere una vetta da parte di alpinisti di élite senza l’utilizzo di ossigeno supplementare.

In base a studi preliminari, a case report e a comunicazioni di tipo personale sembra che si possa presumere che l’utilizzo dell’ipossia normobarica intermittente possa far diminuire i sintomi dell’AMS, migliorando le possibilità di successo nel corso di spedizioni alpinistiche in alta quota. Al contrario, una solida evidenza manca e una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta agli aspetti riguardanti la sicurezza. Le ricerche condotte in alta quota dovrebbero concentrarsi su come scegliere i candidati, con procedure operative sicure e profili di ascesa ottimali nella preacclimatazione in ipossia normobarica intermittente. I risultati aiuteranno a dare consigli circa l’acclimatazione da effettuare per spedizioni in alta quota. I risultati potranno fornire consigli alle agenzie che organizzano spedizioni in alta quota circa la preacclimatazione. Alla fine, a prescindere dall’interesse per la sicurezza  e per l’efficacia, le domande etiche riguardanti la preacclimatazione rimangono in attesa di una risposta da parte dell’iniziativa di ciascun alpinista.

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Un commento

  1. Come al solito quando c’é il Cai di mezzo in questi testi scientifici e medici si capisce poco. Montagna.tv dovreste tradurre per noi comuni mortali non riportare copiando e incollando. Quello lasciatelo fare ai capoccia del cai che si parlano gli uni con gli altri e si capiscono solo loro, forse… grazie

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