Storia dell'alpinismo

Un folle sull’Everest, la storia di Maurice Wilson

Negli anni Settanta pensare di scalare un Ottomila in solitaria spaventava più di una salita senza ossigeno. A dirlo è Reinhold Messner, nel libro dedicato alla sua solitaria sulla nona montagna della Terra.

L’altoatesino è stato il primo a riuscirci, ma non a immaginarlo. Già negli anni Trenta del Novecento, quando ancora l’himalaysmo era solo un sogno nazionalistico, un reduce della prima guerra mondiale inizia a pensare di poter volare verso l’Everest in completa solitudine per poi scalarlo. L’idea gli sarebbe venuta nella foresta nera, dove era in cerca di una pace interiore che non era più in grado di trovare dopo aver vissuto gli orrori della guerra.

Il suo nome è Maurice Wilson. Nato nel 1898 nello Yorkshire appartiene a quella generazione di ragazzi che è dovuta diventare adulta di colpo, imbracciando il fucile. Sopravvissuto a feroci scontri viene decorato con la Croce al Valor Militare, ferito da una sventagliata di mitragliatrice al braccio sinistro viene congedato con un’invalidità permanente.

Dopo la fine della guerra per il ragazzo inglese la vita è difficile, Wilson non riesce a reinserirsi nella società e fatica a trovare una sua dimensione. Così, mentre molti dei suoi ex compagni d’armi si buttano nei dilaganti estremismi politici, lui inizia a meditare. La sua medicina è un misto di cristianesimo e misticismo orientale. Ogni giorno dedica ore alla preghiera, sottoponendosi al contempo a lunghi periodi di digiuno e maturando dentro di sé la convinzione di essere invincibile. Crede quasi di avere poteri speciali grazie a questa miscellanea, ed è qui che inizia a immaginare di poter scalare l’Everest.

L’idea dell’Everest

Wilson concretizza il progetto di volare dal Regno Unito alle pendici della montagna, per poi cimentarsi nella salita dell’Everest, durante un periodo di meditazione trascorso nella Foresta Nera. A ispirarlo sono alcuni ritagli di giornale che raccontano dei tentativi portati avanti dagli alpinisti inglesi nel 1924, lui è praticamente certo di poter riuscire dove Mallory e Irvine hanno fallito. Decide allora di comprare un piccolo aeroplano, un Gipsy Moth, che battezza “Ever Wrest”, quindi prende lezioni di volo. Alla consegna del brevetto è il suo stesso istruttore a dirgli che non sarebbe mai arrivato in India. Ma, come recita il motto riportato sulla carlinga del piccolo aeromobile (traducibile come: sforzati sempre), Maurice non si fa abbattere e prosegue ostinato nella sua direzione.

Ottenuto il permesso per volare si pone un’altra importante questione: l’inglese non ha alcuna nozione di alpinismo, né si è mai cimentato in una salita di prova. Gli amici sono scettici verso la riuscita del progetto e glielo fanno notare, ma l’uomo è più ostinato che mai. “Raggiungerò l’Everest, o morirò nel tentativo di farlo” è la risposta con cui chiude ogni ragionamento. Inoltre il ministero dell’Aeronautica, scoperto il folle progetto, gli vieta il sorvolo dello spazio aereo nepalese, ma anche questo non è sufficiente a fermarlo. D’altronde ora che ha anche mosso qualche passo sulle colline erbose del Lake District è pronto ad affrontare il gigante himalayano.

In volo verso l’Asia

È il 21 maggio 1933 quando Maurice Wilson riesce a decollare alla volta dell’India, sua prima tappa. Parte con qualche settimana di ritardo a causa di un incidente in cui viene danneggiato il mezzo, che deve essere riparato… non il migliore degli inizi.

In modo quasi sorprendente riesce a raggiungere l’Egitto, dove al Cairo scopre di non avere più il permesso per sorvolare la Persia, si sposta allora in Bahrain dove, tramite il consolato britannico, gli viene rifiutato il permesso di fare rifornimento. Riesce però a farsi dare il carburante promettendo di fare rientro in patria, cosa che ovviamente non avviene. Una volta tornato in volo, vira e punta dritto verso le più alte montagne della Terra. Atterrato a Gwadar (attuale Pakistan), con il serbatoio completamente vuoto, il suo volo volge al termine. Le autorità britanniche gli confiscano il Gipsy Moth, poco male. Immediatamente si sposta via terra verso il confine cinese, prova a entrate in Tibet per raggiungere l’Everest ma il visto gli viene negato. Deve inventarsi qualcosa, ma non può farlo nell’immediato.

Verso l’Everest

Trascorso l’inverno a Darjeeling e studiato un modo per entrare illegalmente in Tibet a Wilson non resta che provarci. Insieme a tre sherpa, che hanno deciso di aiutarlo a superare il confine, si traveste da monaco buddista sordomuto. Anche in questo caso sembra tutto incredibile, ma il trucco riesce e la compagnia supera i controlli. I tre si muovono solo di notte e impiegano quasi un mese per raggiungere il monastero di Rongbuk, ai piedi dell’Everest.

Separatosi dagli sherpa parte alla volta della grande montagna, finalmente può vederla con i suoi occhi, può salirla. È la metà di aprile quando attacca verso l’alto, seguendo la strada delle precedenti spedizioni inglesi. È sicuro di poter violare la vetta entro una settimana al massimo. Nella realtà le cose vanno in modo molto diverso. Il giovane inglese si trova di fronte a qualcosa che non conosce minimamente, si perde più volte e affronta condizioni climatiche severe. Un paio di ramponi trovati lungo la strada lo aiutano a proseguire, ma a malapena riesce a superare i 6mila metri. Sfiancato fa ritorno al monastero, riposa qualche settimana e poi, ci riprova. Questa volta porta con sé due sherpa e grazie a loro raggiunge il campo III, usato dai suoi predecessori. Da qui, sempre con l’aiuto dei due, effettua alcuni tentativi di raggiunger il Colle Nord, tutti infruttuosi. Le loro prove sono quasi disperate. Wilson non ha la più pallida idea di cosa stia facendo, con un’attrezzatura del tutto improvvisata e senza alcuna nozione di alta montagna. Ma nulla riesce a farlo demordere, nemmeno una verticale parete ghiacciata che già aveva fatto rinunciare gli inglesi nel 1933. Anche gli sherpa provano e farlo ragionare, così alla fine si ritrova solo. Il 29 maggio parte per l’ennesima volta verso l’alto, per l’ultima volta. È stremato, al limite, forse disgustato dall’umiliazione di ritornare in Inghilterra senza successo. Così attende la morte. Il suo diario, recuperato un anno dopo dalla spedizione di Eric Shipton, riporta un’ultima nota datata 31 maggio “fuori è di nuovo una splendida giornata”.

Con il diario viene anche ritrovato il corpo, poi sepolto in un vicino crepaccio. Impossibile decifrare cosa abbia spinto Maurice Wilson a cimentarsi in questa assurda quanto improbabile sfida contro tutti e tutto. Forse anche contro se stesso. Un pazzo, un folle, un nome che avrebbe compromesso l’immaginario inglese che voleva sull’Everest spedizioni dal sapore nazionale. Oggi lo definiremmo un sognatore, trovando in questa sua “impresa” l’esigenza più profonda e concreta di un’esternazione del proprio essere interiore.

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5 Commenti

  1. Anche la spinta individualista dell’essere umano, quando non viene minimamente compensata dalla opposta spinta sociale, porta all’annullamento di se stessi,
    Dall’altra parte ci sono quelli che noi definiamo santi.
    Difficile trovare esseri umani impegnati a trovare un equilibrio.
    Forse per me è questo il bello nell’osservare la vita umana.
    Però mi sembra che oggigiorno si tenda ad appiattirsi da qualche parte comoda.

  2. Ha trovato una sua utopia e cercato di realizzarla.Sempre meglio di tanti altri reduci esaltati che hanno causato danni.
    Sulla Luna si e’arrivati prima con la fantasia e l’immaginazione..speriamo allora nella fusione nucleare controllata che ci dara’ energia pulita…e nella medicina che cura e che permette diarrivare ai 120 come fossimo 50 -nni.

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