AlpinismoAlta quota

Ghiaccio e neve al Rakhiot Peak. Il racconto del capospedizione Asif Bhatti

"Non ho voluto mettere a rischio la vita del mio team"

In questa particolare estate post lockdown, gli Ottomila sono rimasti chiusi nella loro solitudine. Fatta eccezione per il Nanga Parbat dove, come raccontato negli scorsi giorni, un team pakistano ha tentato la salita del Rakhiot Peak (7070m) dal versante Rupal. La squadra, capitanata da Asif Bhatti e gestita in maniera egregia a livello di comunicazione, con tanto di tweet giornalieri se non orari dallo Youtuber Saad Muhammad, si è vista costretta a rinunciare a quota 5700 metri a causa delle pessime condizioni di neve e ghiaccio. In compenso l’esperienza vissuta dal team è da riconoscere come difficilmente replicabile: essere l’unica spedizione attiva sul colosso himalayano. Il nostro collaboratore in Pakistan Aurangzaib ha contattato il capospedizione Bhatti per farsi raccontare qualche dettaglio in più di questa avventura.

Nonostante la situazione critica di questa estate, appena terminato il lockdown sei partito insieme a Saad Muhammad, Aheed Naveed e Syed Tashfeen Javed alla volta del Rakhiot peak. Ci racconti come e quando è nata l’idea di questa spedizione? 

“Quando ho iniziato la mia carriera alpinistica, salire sul Nanga Parbat mi pareva un sogno. Così ho ideato diciamo un piano a lungo termine. Nel 2017 ho pianificato e realizzato un trek attorno al massiccio, per vedere in una sola volta tutti i campi base. Poi nel 2019 ho deciso di tentare lo Spantik per testare i miei limiti sopra i 7000 metri. E sempre nel 2019 ho messo in lista il Chongra, un altro dei vertici sussidiari del Nanga Parbat. Per il 2020 ho scelto il Rakhiot. Una vetta che consente di vedere da vicino la cima principale del massiccio. L’idea di salire il Rakhiot nasce dalla storia della spedizione giapponese del 1988. Partirono dal campo base Herrligkoffer sul versante Rupal e impiegarono due mesi per arrivare attorno a C3. Lungo il percorso uno dei membri perse la vita. Un altro si ruppe una gamba. Noi quest’anno abbiamo deciso di tentare una nuova via (Rupal village route). in 15 giorni abbiamo raggiunto più o meno la stessa altezza dei giapponesi e, cosa interessante, abbiamo trovato anche dei resti della spedizione del 1988”.

Dunque una bella soddisfazione nonostante non siate arrivati in vetta. 

“Decisamente. Purtroppo sarebbe stato difficile riuscire a far di meglio. Il limite maggiore è stato essere partiti tardi. Purtroppo a causa del Covid-19 non abbiamo potuto lasciare Islamabad prima di agosto. Il monsone ha avuto un forte impatto negativo sulla spedizione. La neve si stava sciogliendo a ritmi allarmanti ai campi alti. Le condizioni della neve sono risultate estremamente complesse sopra i 5730 metri. Abbiamo trovato enormi crepacci, cornici di neve in equilibrio precario e neve morbida che non rendeva affidabile il passaggio. Non ho voluto mettere a rischio la vita dei membri del team. Per cui si è deciso di tornare al campo base”. 

Hai qualche aneddoto da condividere con noi?

“In discesa è successa una cosa interessante. Mentre scendevamo uno dei nostri portatori, Mr. Jamshaid, è rimasto indietro all’altezza del C1 (5300 m). Non per stanchezza o problemi particolari. Ha proprio deciso di restare da solo al C1 e scendere con il materiale il mattino successivo. Mentre era lì nel campo ha sentito delle voci di bambini. E subito dopo la voce di una canzone che Tomek era solito ascoltare di frequente. Si è così spaventato che è subito sceso di corsa. Le voci sembrano averlo seguito per un bel po’. Una storia che riporta alla mente il particolare del racconto di Elisabeth Revol che, in fase di discesa, così esausta da avere le allucinazioni, si tolse uno scarpone perché qualcuno le aveva chiesto di scambiarlo per una tazza di tè”. 

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