Storia dell'alpinismo

L’alpinismo come ricerca della difficoltà

Mentre sul Cervino si stava scrivendo l’ultima importante pagina di un tipo di alpinismo votato alla conquista delle montagne e delle vette, a poche decine di chilometri di distanza la cordata composta da Adolphus Warburton Moore, George Spencer Mathews, Frank Walker, Horace Walker e le guide Jakob Anderegg e Melchior Anderegg stava scrivendo la prima pagina di quella che sarebbe stato il nuovo concetto di alpinismo. I sei alpinisti aprivano, gradinando passo dopo passo, un nuovo incredibile tracciato sul versante est del Monte Bianco: lo Sperone della Brenva. Viene tracciato un nuovo itinerario, su una montagna già violata, un modo di intendere l’alpinismo che non tutti gli scalatori del periodo riescono ad accettare. Edward Whymper, primo salitore del Cervino, è uno dei più ostili a questa filosofia. Egli infatti considera finita la scoperta delle Alpi con la “conquista” della Gran Becca.

Sette anni dopo arriva la conferma di come l’approccio sia ormai cambiato grazie all’incredibile realizzazione della cordata composta dai fratelli inglesi William e Richard Pendlebury insieme a Charles Taylor e alle guide Giovanni Oberto, Ferdinand Imseng e Gabriel Spechtenhauser. Il gruppo porta a termine la prima salita della parete est del Monte Rosa. Un colosso verticale di duemilaseicento metri di dislivello, volumi himalayani che gli alpinisti superano percorrendo il canalone Marinelli fino alla punta Dufour. È cambiato il modo di intendere l’alpinismo: la cima diviene secondaria in favore di un’esplorazione dei versanti ancora sconosciuti delle montagne. I nuovi scalatori vanno in cerca del percorso più affascinante o di quello più difficile. Per farlo si studiano nuove tecniche di progressione e si affrontano i limiti con uno spirito completamente rinnovato.

I senza guide

In questo nuovo panorama montano fa la sua comparsa l’inglese Albert Frederick Mummery che con strabiliante abilità, insieme alle guide Alexander Burgener e Benedikt Venetz, supera una difficile fessura toccando per primo la vetta dell’Aiguille du Grèpon. Mummery è un vero e proprio innovatore. In poco tempo stravolge completamente le idee dell’alpinismo classico e lo fa sul Cervino, dove apre la nuova via della cresta di Zmutt e la variante del canalone nord del Colle del Leone. È come se affrontasse a viso aperto le idee conservatrici di molti, di Whymper in particolare che diviene principale osteggiatore all’ingresso dello scalatore nel prestigioso Alpine Club di Londra.

Tanti i meriti che andrebbero tributati a Mummery, nel corso della sua pur breve esistenza ha saputo infrangere molte barriere ideologiche o culturali. È stato il primo a gettare i fondamenti di quello che molti anni dopo sarebbe stato chiamato “stile alpino”, il più sincero metodo per misurarsi veramente con le montagne; ed è stato anche un precursore in altissima quota, intuendo la fattibilità di scalare i grandi colossi himalayani ben 40 anni prima del tempo. Ma queste sono altre storie.

Tra i meriti principali di Mummery vi è quello di essere stato un pioniere dell’alpinismo senza guide, con spedizioni composte di soli alpinisti. È così che con i compagni William Cecil Slingsby e John Norman Collie affronta la via del 1865 allo Sperone della Brenva.

La sfida tecnica delle Dolomiti

Nei primi anni del Novecento la sfida alpinistica si sposta sulle slanciate guglie dolomitiche dove le difficoltà impongono una crescita del livello tecnico. I più prolifici scopritori dell’ambiente dolomitico sono gli scalatori di lingua tedesca che si spingono su difficolta di quinto e quinto superiore. La prima importante realizzazione sul calcare è quella di George Winkler che in solitaria il 17 settembre 1887 raggiunge in solitaria la cima di quella che oggi è al Torre Winkler (la quinta Torre del Vajolet per altezza) superando passaggi di quarto grado superiore.

Nel giro di poco si assiste a una scalata sistematica delle cime dolomitiche, come già accaduto sull’arco alpino occidentale. Salite tutte rimane solo più il Campanile Basso di Brenta, meraviglioso monolite ritenuto per molto tempo inaccessibile. Il primo a tentarne la vetta è il trentino Carlo Garbari con la guida Antonio Tavernaro e il portatore Nino Pooli. A riuscire però nell’impresa saranno però gli austriaci Otto Ampferer e Karl Berger con una salita molto criticata a causa dell’uso di chiodi.

Tra i tanti alpinisti impegnati in ambiente dolomitico a spuntarla sono Hans Dülfer e Paul Preuss. Preuss in particolare è promotore di una ferrea etica alpinistica escludendo dalle sue salite ogni tipo di mezzo artificiale, anche i chiodi, e scalando spesso in solitaria. Nel frattempo l’ambiente alpinistico alpino inizia a cambiare, anche in Dolomiti. A oriente, come a occidente, si preferiscono salite in autonomia senza ricorrere alle guide alpine. Le stesse guide cambiano volto, non è più solo lavoro ma diventa passione. A dimostrarlo la straordinaria figura del “diavolo delle Dolomiti” Giovanni Battista Piaz, detto Tita. Guida moderna e appassionata, vogliosa di testarsi sulle difficoltà più estreme per pura passione personale. L’alpinismo sta nuovamente cambiando forma.

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5 Commenti

  1. Esatto la vs. foto del versante Brenva mi ha ringiovanito sono passato di li dalla Major, Sentinella Rossa e Sperone,anni 80 – 83 erano anni di senza guide,ogni uscita era un obiettivo impegnativo dove le difficoltà e l’ambiente facevano la differenza.Già allora si curava la parte atletica,la velocità stava diventando sinonimo di sicurezza,personalmente ho anche conosciuto Oberto,la seconda parete dopo la Brenva per me resta la est del Rosa.
    Tutto questo a noi sembrava un tuffo in un mondo complesso,gli anni 80 erano una rivelazione,ma di certo i pionieri erano avanti anni luce rispetto a noi , figurarsi al giorno d’oggi.Begli spunti il vostro peregrinare su questi temi

  2. Bellissimi questi passi di storia alpinistica! Whymper, Winkler,Preuss,Tita Piaz.Personalmente sarei grata se in altra occasione si notasse la persona Angelo Dibona.

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