Alpinismo

Carlo Alberto Pinelli: un rischio l’alpinismo patrimonio UNESCO

Pochi giorni fa veniva annunciato l’inserimento dell’alpinismo tra i patrimoni culturali, naturali e immateriali dell’Unesco e dell’umanità.

Notizia che fin da subito è stata accolta con interesse e positività sia dagli appassionati che dai grandi nomi della montagna. Non tutti hanno però guardato con vivo entusiasmo all’inserimento nella prestigiosa lista, tra questi anche il presidente onorario di Mountain Wilderness International Carlo Alberto Pinelli, le cui dichiarazioni sono certamente state le più forti, tanto da scatenare un vero e proprio caso mediatico, non solo riguardo l’alpinismo.

Pinelli, nella sua lettera a Corrado Augias lei afferma che l’alpinismo bene immateriale le sembra “una retorica presa in giro”, cosa intende con questa affermazione?

“Intendo dire che se questo riconoscimento rimane solo sulla carta e non ha ricadute pratiche non serve a nulla. Io non credo che esista l’alpinismo come entità metastorica; né come capacità attraverso la sua storia di produrre in qualche modo un pensiero diverso da quello dominante nel periodo storico di riferimento. Dico questo ricordando l’alpinismo romantico nell’epoca romantica; dell’alpinismo nazionalista in epoca nazionalista, basti ricordare la lotta per la conquista del Cervino; durante il fascismo l’alpinismo è stato abbondantemente fascista. Adesso, in una società tendente al tecnologico, l’alpinismo diventa sempre più tecnologico mirando più all’exploit, al risultato, che al come si raggiuge l’obiettivo.”

Ultimamente sono stati concessi molti riconoscimenti Unesco, che valore assume l’alpinismo in questo elenco?

“Credo che l’alpinismo sia un insieme allo stesso tempo troppo alto e troppo basso per entrare in questo elenco dei patrimoni immateriali dell’umanità al cui interno si trova un po’ di tutto. C’è l’Opera dei Pupi, il canto sardo, la dieta mediterranea e molto altro. Tutte cose rispettabilissime in cui si inserisce anche l’alpinismo che è qualcosa in più, come anche qualcosa in meno. L’alpinismo è nel cuore e nella mente dei singoli, nei comportamenti degli alpinisti. L’alpinismo può essere tantissime cose.”

Crede che ci siano dei rischi nella nomina dell’alpinismo a patrimonio Unesco?

“Certo. Da un lato si rischia che questa nomina non porti a nulla. Dall’altra parte se si definisce l’alpinismo bene dell’umanità allora sarà necessario anche dire cosa non fa parte dell’alpinismo. Per capirci: è alpinismo riempire di spit una via classica aperta negli anni Trenta con tre chiodi? Ciascuno troverà la propria risposta alla domanda, una risposta interiore. Adesso che l’alpinismo è un bene dell’umanità sarà però necessario dare una risposta univoca. Ci dovrà essere un ente preposto che sintetizza l’alpinismo in una serie di regole. A chi spetterà crearle? All’Unesco? All’UIAA? Si eleggerà un’assemblea di saggi?”

Seguendo questa sua riflessione viene spontanea una domanda: è giusto dare delle regole all’alpinismo?

“No, anche se ognuno di noi da delle regole all’alpinismo. Ma sono personali e proprie., Io do massima libertà all’alpinismo e do anche massima libertà di criticare le scelte degli altri alpinisti. Io posso criticare Simone Moro che sceglie di acclimatarsi in camera ipobarica. È una mia critica personale e non una critica assoluta, questo proprio perché l’alpinismo non ha regole scritte.”

A proposito di Simone la vostra divergenza di opinioni è arrivata a interessare anche i social network e i media…

“Riguardo il mio scambio di opinioni con Simone Moro ho scelto di rispondere con un comunicato stampa”.

Il comunicato stampa

Di seguito, nella sua interezza, il comunicato stampa di Carlo Alberto Pinelli in risposta a Simone Moro.

Simone Moro ha reagito con estrema violenza e con un linguaggio forse non proprio “da educanda” alla mia lettera pubblicata in forma riassuntiva nella rubrica de La Repubblica curata da Corrado Augias. Gli ho risposto cortesemente, riconoscendo l’inesattezza della mia supposizione sulla possibilità che lui e Tamara avessero in animo di raggiungere in elicottero il campo base dei Gasherbrum, per tesaurizzare al meglio l’acclimatamento
ottenuto artificialmente in una camera ipobarica. Nella mia risposta lo invitavo a rendere di dominio pubblico il nostro scambio di e-mail con le mie parziali scuse. Per quel che mi riguardava la cosa poteva finire lì. Invece ho ricevuto una seconda lettera ancora più violenta in cui – tra un insulto e l’altro – si prende a pretesto l’accaduto per lanciare accuse a mio avviso del tutto ingiustificate e fuori luogo sulla serietà dell’impegno in difesa delle montagne degli ambientalisti, liquidati come superficiali orecchianti e miopi integralisti da strapazzo. In entrambe le sue lettere Moro sostiene di essersi sottoposto alla “tortura” della camera ipobarica per puro amore della ricerca scientifica e dunque, di conseguenza, non per trarne un vantaggio in vista della sua imminente spedizione invernale in Karakorum. Nobile proposito. Di cui però si trovano scarse tracce visitando il sito bolzanino dell’Eurac Research e terraXcube, dove l’esperimento in questione con i due grandi alpinisti viene descritto come un sistema artificiale per ottenere un acclimatamento perfetto almeno fino a 6400 metri. Punto e basta. Anche le indagini sul de-acclimatamento possono interessare solo una porzione infinitesimale di appassionati di montagna. Nel caso specifico, nessun accenno a vantaggi nella ricerca di cure anti tumorali e cardiache che, secondo Moro, “ potrebbero salvare te e il tuo culo”. Del resto le notizie mediatiche avevano già annunciato quella segregazione ipobarica come uno stratagemma per limitare i tempi di acclimatamento in loco, nel gelo del campo base.

Senza destare negli interessati reazioni di rigetto. Il mio giudizio negativo celava alla radice l’ antiquata visione dell’alpinismo di “un vecchio di 84 anni” ( come più di una volta insinua Moro), ma voleva avere soprattutto un significato paradossale e andava letto nell’ottica della recente promozione dell’Alpinismo a bene immateriale dell’umanità. Del cui valore sono tutt’altro che convinto. A questo punto infatti diventerebbe necessario definire cosa è alpinismo e cosa non lo è. Con gravi conseguenze per la libertà di ciascun alpinista. L’utilizzazione dell’acclimatamento ipobarico rientrerebbe nella definizione? E chi si arrogherà il diritto di fissare tali regole?L’UIAA di cui il nostro CAI non fa nemmeno più parte? La stessa UNESCO? Certo, come scrivevo più in alto, ho sbagliato a supporre l’uso dell’elicottero. E sono lieto che questo non accadrà, perché considero la marcia di
avvicinamento una parte integrante e non eliminabile di una grande ascensione himalayana. Mi sorprende però in questo caso la reazione indignata di Simone Moro. Era ben nota infatti la sua posizione a favore di quel mezzo di trasporto aereo, non solo per il soccorso o per il rifornimento dei rifugi, ma anche per il turismo ludico e l’avvicinamento ai campi base. Se ha finalmente cambiato idea, non posso che rallegrarmene. 

Forse Simone Moro era ancora troppo giovane per prender parte al convegno del CAAI che diede vita a Mountain Wilderness trent’anni fa. E allora concludo questo mio intervento citando uno dei paragrafi conclusivi delle Tesi di Biella, votate allora, all’unanimità, da alpinisti di tutto il mondo.

“2.6 – L’inquinamento delle coscienze è meno visibile dell’inquinamento da rifiuti, ma non per
questo meno dannoso. Ne deriva che sugli alpinisti, soprattutto quelli che per le loro imprese
hanno acquistato tra il pubblico degli appassionati un particolare prestigio, ricade una
pesante responsabilità. I loro comportamenti verranno presi a modello, i loro esempi verranno
seguiti. Inutile dunque predicare il valore formativo dell’avventura in montagna, o sottoscrivere
manifesti in difesa della wilderness, se poi si rinuncia ad agire con assoluta coerenza quando
entrano in gioco l’affermazione personale, l’agonismo o altri interessi sportivi ed economici.
Nessun alpinista può arrogarsi il diritto di giudicare dall’esterno le motivazioni interiori di altri
alpinisti, né criticare le loro scelte basate su libere regole del gioco, contrabbandandole come
confini morali. Tuttavia è fin troppo ovvio che la credibilità nel campo della difesa della qualità
dell’ambiente montano dipende totalmente dalla coerenza di ciascuno”. 

Al momento non credo di avere altro da aggiungere. Devo occuparmi della tutela delle
montagne e lo continuerò a fare con l’abituale, tenace “superficialità”.

Carlo Alberto Pinelli

 

 

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6 Commenti

  1. Anche vero, però, che in merito all’obiettivo primario di Mountain Wilderness (di cui avevo la tessera fin dalla nascita dell’associazione condividendone i principi ispiratori) e di Pinelli, di tutelare le montagne, il fallimento è sotto gli occhi di tutti, altro che patrimonio unesco…

  2. Menomale che c’è “un vecchio di 84 anni” come te ad alzare il livello etico della media dei frequentatori dell’alpe di questi ultimi anni!

    Grazie!
    Continua così…
    Per quanto riguarda Simone Moro: chi è?
    Francesco

  3. Simone Moro è sempre pronto a criticare l’operato di altri Alpinisti, quando si tratta della sua persona diventa molto flessibile. Non mi piace come persona e oco anche come Alpinista lo vedo bene solo come uomo business, questa è la società che premia questi uomini immagine.

  4. Bravo Alberto Pinelli. 84 anni sempre lucido e colto. Bisognerebbe ascoltarli e rispettarli i personaggi come Pinelli invece di dargli dei vecchi. Ormai il rispetto è sparito. Si pensa solo ai soldi agli sponsor e ai like sui social…

  5. Nutro profondo rispetto per la montagna , ma per mia seppur modesta opinione l’alpinismo attuale non è più quello di una volta, ovviamente. Oggi , ha perso le sue peculiarità più genuine , più significative, più edificanti , e più positive.MI auspico un futuro alpinistico in cui nulla viene dato per scontato , senza incorrere in luoghi comuni e senza stereotipi negativi da parte di chi la pensa diversamente dagli altri.

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