AlpinismoAlta quota

Jost Kobusch pronto all’Everest. “Nell’alpinismo la vetta è un bonus”

Jost Kobusch, 27 anni, rappresenta la sorpresa dell’inverno himalayano ormai alle porte. Giovane ma dalle idee chiare, tanto da puntare all’Everest con delle regole ben precise: una salita in stile alpino, in solitaria, senza ossigeno supplementare.

Come se ciò non bastasse, ha intenzione di salire passando per la cresta Ovest e l’Hornbein couloir, una scelta raramente affrontata dalle spedizioni del passato.

Jost non è nuovo alle solitarie. Nel 2014 è diventato il più giovane ad aver salito da solo l’Ama Dablam (6.812 m). Il 2016 è stato l’anno della sua prima esperienza in solitaria su un Ottomila, l’Annapurna (8.091 m). Anche se a suo avviso, come ci ha raccontato, non la si possa definire tale. Nel 2017 ha portato a termine una prima ascesa del Nangpai Gosum II (7.296  m), in Nepal, che gli è valsa una candidatura al Piolet d’Or.

Nelle scorse settimane lo abbiamo seguito nel suo training, dall’ascesa dell’inviolata vetta dell’Amotsang al tentativo di traversata dei Chulu Peaks, per prepararsi a questa nuova ambiziosa spedizione.

Abbiamo deciso di rubargli qualche minuto, nell’ultima pausa a Kathmandu, per scoprire qualcosa in più di questa avvincente sfida.

 

La Germania non è una nazione dalle grandi vette. Quando e come ti sei avvicinato al mondo dell’arrampicata e soprattutto dell’alpinismo?

“Nella mia famiglia nessuno prima di me si è appassionato alle alte quote. È stato a scuola a 12 anni, che mi sono avvicinato la prima volta all’arrampicata. La cosa assurda è che avevo il terrore di cadere, soffrivo di vertigini. Ho iniziato con l’arrampicata sportiva, per acquisire maggiore sicurezza. Arrampicavo solo indoor, in palestre in cui non sei influenzato dal meteo. L’alpinismo è arrivato in un secondo momento. Avevo già 18 anni”.

La tua preferenza per le solitarie da cosa nasce?

“Nel villaggio della Germania in cui sono cresciuto, Borgholzhausen, che è parecchio distante dalle montagne, era abbastanza complicato trovare dei compagni di arrampicata. Ancor più difficile trovare qualcuno con cui condividere obiettivi, competenze e budget a livello alpinistico. A 18 anni ho deciso di tentare il monte Kenya. Ho cercato qualcuno che volesse venire con me, senza riuscirci. Così ho preso e sono partito. E dato che non avevo un grande budget non ho praticamente portato nulla dall’Europa. Lì ho ingaggiato un portatore e un cuoco e abbiamo organizzato in modo minimale la spedizione.

Come potrete immaginare, non avevo minima esperienza di simili spedizioni, gli errori sono stati tanti ma mi è stata molto di insegnamento. Ho imparato cose che non avrei potuto imparare a scuola, come il fatto di dover essere più flessibile. Potrei dire quindi di aver intrapreso la mia prima solitaria per necessità, non avendo trovato partner, poi mi sono reso conto di trovarmi bene con questo stile”.

Qual è il tuo rapporto con la paura quando sei lassù, solo con la montagna?

“La paura ci deve essere. Ho spesso paura. Penso che sia un elemento importante per migliorare le proprie prestazioni. Non credo che sarei stato in grado di fare molte delle cose che ho fatto se in fondo non avessi avuto un po’ di timore, tipo arrampicare per 34 ore senza dormire. È come se ti desse un surplus di energia”.

Andiamo dritti al punto: perché una invernale in solitaria sull’Everest? è una sfida impegnativa…

“Sono ben cosciente che sia una grande sfida. E a dire la verità non sono mai stato particolarmente affascinato dall’Everest. La sua comparsa nella mia lista potenziale di progetti è dovuta a una conversazione con Adam Bielecki durante la quale abbiamo pensato di aprire una nuova via in inverno sull’Everest, insieme a Elisabeth Revol. Un progetto morto sul nascere perché non siamo stati in grado di ottenere un permesso di salita.

D’altro canto il mio concetto di alpinismo è quello di uno stile puro. E ciò che accade sull’Everest nella stagione commerciale è una forma estrema di turismo. Ho avuto delle esperienze invernali, alla ricerca di un approccio di tal genere, che ti regala quella sensazione di essere solo, lassù, in mezzo alla natura. Ho salito in solitaria il Nangpai Gosum II nel 2017. Una spedizione che è stata una vera esplorazione e mi ha fatto capire che quello è il genere di avventure che mi va di vivere.

In realtà dovrei forse fare un salto anche più indietro. La mia prima spedizione su un Ottomila è stata sul Lhotse – spedizione fallita a causa di una valanga che investì il campo base dell’Everest, ndr – . Pensare a una salita in solitaria lì era da pazzi. Le code che ho incontrato, soprattutto sull’Icefall, mi hanno fatto capire che volessi qualcosa di diverso. ‘Ok, puoi salire senza ossigeno né portatori, ma non sarai mai solo’.

Ho puntato allora all’Annapurna, che è un Ottomila meno frequentato in quanto considerato tra i più pericolosi al mondo. Anche lì sono partito senza portatori né ossigeno ma mi sono trovato a salire in vetta con una ventina di persone, lo stesso giorno. Niente di comparabile alla pessima esperienza del Lhotse ma comunque non considerabile come una solitaria. Tre esperienze in successione che mi hanno portato a dire ‘Ok, è questo che voglio’. Un alpinismo grezzo, minimale, puro. E sull’Everest solo in inverno è possibile”.

Sull’Everest avrai un piccolo staff a campo base…

“Al campo base sarò accompagnato da 2 cuochi e un fotografo, Daniel Hug. Quest’ultimo mi seguirà fino a C1 per fare un po’ di riprese, poi torneremo giù. E in quel momento avrà inizio la mia spedizione in solitaria”.

La scorsa settimana hai annunciato che si tratterà di una spedizione vegan. Si tratta di una scelta autonoma o supportata da un nutrizionista?

“No, è una mia decisione. Ma partiamo col dire che io seguo già una dieta paleo vegetariana da 3 anni, quindi ho semplicemente tolto anche le uova. La scelta è dovuta alla mia personale esperienza. La carne risulta davvero indigesta in alta quota”.

Passando dalle rinunce alimentari a quelle alpinistiche. Come vivi un fallimento?

“Per me non esiste il concetto di fallimento. Tocca fermarti e tornare indietro? Di certo hai imparato qualcosa. La vetta è un bonus, l’alpinismo è molto di più. È fatto di strategia, di tentativi, non è solo il raggiungere una cima. Il fallimento è quando molli. Nell’alpinismo nulla vieta che se torni sulla medesima montagna l’anno successivo, quel fallimento diventi successo. Insomma, fallimento è una parola che puoi usare quando metti un punto. Non quando hai ancora la possibilità di riprovarci”.

Vale anche per l’Everest?

“Certamente”.

Hai già qualche progetto in mente dopo l’Everest?

“Progetti ci sono, anche grandi. Ma è ancora presto per parlarne!”

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2 Commenti

  1. Scusate ma la foto che avete messo di jost, mi riferisco alla 2/17 è presa sul ghiaccio del dente del’gigante e sullo sfondo c’è la Skyway. Non mi sembra un posto così sperduto…

    Andrea

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