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Alpinismo, Alta quota

Nirmal Purja, l’impresa e lo stile del gurkha

Da più di due secoli i Gurkha, i soldati britannici arruolati nell’esercito di Sua Maestà Britannica, arrivano sul campo di battaglia preceduti dalla loro fama di guerrieri feroci. E’ accaduto in decine di conflitti coloniali, e poi sul Fronte occidentale e a Gallipoli durante la Grande Guerra. Nel 1944, sui colli di San Marino, il fuciliere Sher Bahadur Thapa ha resistono per due ore a un attacco tedesco prima di essere ucciso, e ha ricevuto alla memoria la Victoria Cross, la più importante decorazione del Regno. Nel 1982, alle Falkland, i soldati di leva argentini sono fuggiti prima dell’arrivo dei Gurkha e dei loro kukri, i coltellacci adatti a decapitare e sbudellare.    

Nella storia dell’alpinismo, fino a oggi, i Gurkha non hanno avuto un ruolo di primo piano. Tra l’Otto e il Novecento hanno scortato spedizioni come il periplo del Kangchenjunga di Douglas Freshfield (1899) e la missione scientifica nel cuore dell’Asia di Filippo de Filippi (1913-’14). Nei primi tentativi all’Everest, i Gurkha hanno raggiunto i pendii del Colle Nord. Qualche anno prima, nel 1895, due di loro, Gaman Singh e Ragobir Thapa, sono stati uccisi da una valanga sul Nanga Parbat insieme ad Albert F. Mummery. E hanno condiviso con l’inglese il titolo di prime vittime dell’alpinismo himalayano. 

Nel modo di raccontarsi di Nirmal Purja, che ha concluso sullo Shisha Pangma la sua cavalcata a tempo di record sui 14 “ottomila” della Terra, l’immagine guerriera dei Gurkha conta molto. Frasi secche, toni militareschi, persino una fotografia della schiena nuda dell’alpinista decorata da un enorme tatuaggio. 

In una intervista a Tim Muthrie del New York Times, pubblicata un mese fa, l’alpinista nepalese si esprime più come un rapper del Bronx che come un socio dell’Alpine Club britannico. “Sono arrivato su quattro cime, Kangchenjunga, Makalu, Broad Peak e Gasherbrum I, in una sola tirata, non ho mai dormito un campo. Sono andato, bum, fino alla cima, fratello”. Pochi giorni dopo, in un’intervista a Oliver Pelling per il sito della Red Bull, l’alpinista nepalese aveva detto “in quota noi corriamo come Usain Bolt, fratello!” Qualche riga dopo, ha sintetizzato la storia della sua vita. Ero un ragazzo nato in un villaggio che andava in giro con gli infradito, sono riuscito a entrare nell’unità più di élite dell’Esercito britannico, e a spostarmi con i mini-sommergibili. Spero che la gente guardi a questo, e che non smetta mai di sognare”. 

Per chi vuol raccontare le sue imprese e vive a sud della Manica c’è un altro scoglio da superare. La comunicazione di Nirmal Purja e del suo sponsor principale, la Bremont, fino a oggi si è rivolta soltanto ai media di lingua inglese. Combinare un’intervista per telefono satellitare o di persona è stato semplicemente impossibile. Alle e-mail non ha mai risposto nessuno. 

Certo, bisogna guardare una mappa del mondo e accettare la realtà. Sull’Everest e sugli altri “ottomila”, come vuole la geografia, gli asiatici contano sempre di più. Il business delle spedizioni guidate è in mano a imprenditori sherpa, tra i loro clienti indiani e cinesi stanno diventando la maggioranza. Nirmal Purja non vive a Kathmandu ma a Southhampton e ha indossato la divisa dei Gurkha. E a volte, quando si parla di avventure in Himalaya e altrove, i sudditi di Sua Maestà si comportano come se questi luoghi fossero una loro proprietà privata. E’ successo sull’Everest ai tempi di Younghusband e Mallory, e poi di nuovo nei giorni di Hillary e Hunt. Prima, un secolo fa, era accaduto con Scott e Shackleton al Polo Sud.

A volte il British pride è giustificato dalla storia. A volte, invece, nasconde qualche magagna, come nel caso delle traversate dell’Antartide compiute alla fine del 2017 dall’inglese Louis Rudd (un altro militare!) e dall’americano Colin O’Brady. Due imprese straordinarie dal punto di vista atletico, ma che sono state raccontate al pubblico e ai media senza dire che il norvegese Borge Ousland, qualche anno prima, aveva seguito un itinerario molto più lungo. Anche nel caso di O’Brady e di Rudd, la comunicazione era rivolta solo ai media americani e britannici. A svelare il non detto, però, insieme a Reinhold Messner, è stato David Roberts sul New York Times.       

A questo punto, per evitare equivoci, una cosa va detta con forza. Nirmal Purja e il suo “14×7 Project Possible” non hanno raccontato nessuna balla. Il Gurkha ha descritto le sue salite nei dettagli, e non ha nascosto l’uso di respiratori ed elicotteri. 

Più volte, grazie alla sua straordinaria rapidità ad alta quota, Nims ha soccorso altri alpinisti in difficoltà. Una volta, a 8400 metri di quota sul Kangchenjunga, ha ceduto il suo ossigeno a un indiano che rischiava di morire. “Nel 99,99% chi lascia l’ossigeno a quelle quote muore, io ce l’ho fatta per un pelo” ha raccontato al ritorno. 

La galoppata di Nirmal sugli “ottomila” è un record, e resterà tale finché qualcuno non farà di meglio. Messner e Fuchs hanno traversato l’Antartide con due rifornimenti dall’esterno, e hanno applaudito quando Ousland lo ha fatto in piena autonomia. Se qualcuno salirà in tempo da record gli “ottomila” senza respiratori, e magari con qualche giorno in più sui sentieri, siamo certi che Nirmal Purja sarà il primo ad applaudire. 

“Veni, vidi, vici”, scriveva Giulio Cesare più di duemila anni fa. “Sono andato, ho visto, ho vinto”. Nirmal Purja ha fatto proprio questo, nella parte del mondo dov’è nato, l’Himalaya, e senza far del male a nessuno. I mezzi che ha utilizzato sono noti. 

In più, la foto degli alpinisti in coda il 22 maggio sull’Everest, che Nirmal ha scattato e che è stata pubblicata in tutto il mondo senza pagare un euro o una rupia di diritti, ha contribuito a denunciare l’affollamento delle altissime quote, e il pericolo che esso contiene. 

Dov’è il problema, allora? So poco di Kim Chong-Ho, il coreano che deteneva il record prima di Nirmal Purja. Ho ben presenti, però, le spedizioni ultraleggere di Messner e quelle francescane di Jerzy Kukuczka, di cui è stata ricordata da poco la scomparsa. 

Ieri Agostino Da Polenza ha dichiarato al Messaggero che Nirmal Purja ha scelto uno stile “da Rambo”, e forse ha esagerato un po’. Non credo che questo modo di fare possa diffondersi più di tanto, se non altro per motivi di budget. E comunque intorno agli “ottomila” gli elicotteri sono già numerosi. 

Non credo che lo stile-Nirmal sia il futuro, sono convinto che la sua collezione sia una bella realtà del presente. Per questo aggiungo volentieri il mio applauso a quello di milioni di altri. Mentre mi congratulo con il Gurkha, però, ci tengo a lanciare uno sguardo al passato, e a chi per collezionare gli “ottomila” ha usato uno stile ben diverso

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9 Comments

  1. I record sono fatti per essere superati. Detto questo, una grandissima impresa inimmaginabile fino a poco tempo fà. Stupore ed ammirazione per Nirman ed il suo Staff, fare dei complimenti è poca cosa rispetto al memorabile risultato storico raggiunto.

  2. quale sarebbe la differenza tra lo stile “gurka” o “rambo” e lo stile alpino? la foto della schiena tatuata? poteva risparmiarcela…

    1. E quindi? Un’impresa del genere dopo i salvataggi che ha fatto ed aver allestito la via del K2 quando tutti avevano rinunciato ed il giorno dopo salire il Lothse.. senza considerare che non aveva certo i finanziamenti dei “puristi degli 8000” tanto da essere partito ipotecando la propria casa in Inghilterra… ossigeno o stile sono solo sterili polemiche, ci vuole coraggio, intraprendenza e resilienza, cosa che l’ O2 da solo non serve.

  3. mah per me vale di piu’ una sola salita al Gasherbrum IV che tutto questo ambaradan di corse affannose alla ricerca di un record ad ogni costo.

  4. Tanto di cappelo, ha fatto un impresa. Se fosse stato un alpino dell’esercito italiano son sicuro i toni ed i contenuti sarebbero stati ben differenti, glorificanti e (maggiormente) retorici

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