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Corno Piccolo, la croce del Grand’Ufficiale

La più bella vetta rocciosa del Gran Sasso regala spesso sorprese. Dal 2017, la sistemazione delle ferrate Danesi e Ventricini ha fatto aumentare molto l’afflusso degli escursionisti sulla cima. Un anno fa Dario Nanni, ex-presidente della sezione di Ascoli Piceno del CAI, scopre che la prima ascensione alla vetta non risale al 1887 ma al 1840.

Dall’8 ottobre scorso, escursionisti e gli alpinisti arrivati sui 2655 metri della cima si trovano di fronte a un altro tipo di novità. Al posto della vecchia croce metallica, sbilenca per le intemperie e gli anni, ne è stata piazzata una nuova.

Una targa ricorda che la croce è un dono della Squadra di Soccorso del 9° Reggimento Alpini, molto amato in Abruzzo. Una targa più piccola porta la firma di Arbuccio, l’atelier che ha realizzato l’opera. La croce, benedetta il 13 maggio nel Santuario di San Gabriele e dal peso di quasi un quintale, è stata portata in vetta senza elicotteri, ma solo a forza di braccia, gambe e schiene.

Alla scatola del libro di vetta è fissata una terza targa. Inizia con la frase “La capacità di ereditare il passato costituisce linfa vitale del divenire umano”. Prosegue citando Rainer Maria Rilke, scrittore e poeta austriaco vissuto tra il 1875 e il 1926, “il futuro entra in noi molto prima che accada”. Segue la firma. Presidente del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Grande Ufficiale Avv. TOMMASO NAVARRA. Il nome del presidente è maiuscolo, quello del letterato mitteleuropeo no. 

Sulle croci di vetta, da anni, si discute in tutta Italia. A volte si tratta di un dibattito colto, come quando Annibale Salsa, antropologo ed ex-Presidente del CAI, ha ricordato sul sito dell’Accademia della Montagna del Trentino che le croci sulle vette si sono diffuse negli Anni Santi del 1900 e del 1950. Salsa invoca “sobrietà nella diffusione, realizzazione ed installazione di segni devozionali spesso decisamente fuori scala”. “Questi ultimi, più che suscitare sentimenti di intima religiosità, fanno pensare a tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata”. Un atteggiamento che “non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso”.

Tra gli interventi invasivi recenti è la statua del Cristo Pensante sui 2333 metri del Castellaz, in vista di Passo Rolle, piazzata nel 2009 per iniziativa del maestro di nordic walking Pino Dellasega. Tra i vandalismi, spicca quello del 2017, quando viene abbattuta la croce di vetta della Grignetta, 2184 metri, una delle cime più note della Lombardia, e la vicina statua della Madonna è fatta a pezzi. Risponde alla profanazione Simone Moro, intervistato da Laura Bellomi per Famiglia Cristiana. “Sono credente, concordo sul non posizionare nuove croci in montagna, ce ne sono già tante, ma non sento di dover fare una battaglia per togliere quelle che ci sono”. “Non le sento come una violazione dell’ambiente, anzi. Se qualcuno vuol farsi una foto senza la croce basta non inquadrarla” spiega l’alpinista bergamasco. 

L’intolleranza, va detto, arriva anche da veri o presunti cattolici.  Nel 2007 una statua del Buddha, portata due anni prima sui 3308 metri del Pizzo Badile, tra Lombardia e Svizzera, viene fatta a pezzi da ignoti. 

Discussioni, nuove installazioni e vandalismi riguardano anche l’Appennino. Negli ultimi mesi delle croci compaiono sulla Vetta Orientale del Corno Grande e del Dente del Lupo, due cime del Gran Sasso che ne erano prive. Nella primavera 2019, il Comitato Promotore del Parco dei Monti Ernici, nel Lazio, denuncia che la Sezione di Alatri del CAI, per trasportare sul Monte Peccia una grande statua del Cristo, ha sorvolato in elicottero una Riserva integrale istituita a tutela dell’orso. Quattro anni fa, per iniziativa di Ines Millesimi, alpinista e organizzatrice di eventi culturali di Rieti, una discussione sulle croci di vetta anima l’assemblea del Club 2000m, i collezionisti di cime dell’Appennino. Gli argomenti degli ambientalisti si confrontano con quelli della storia e della fede. Nel 2016 viene riportata sui 2487 metri del Velino, terza cima dell’Appennino, la statua in bronzo della Madonna che era stata installata lassù nel 1966, e che era stata rimessa a nuovo in fondovalle. Come cinquant’anni prima il trasporto, per un sentiero con 1500 metri di dislivello, viene fatto a forza di gambe e di schiene. 

Dopo l’installazione della nuova croce del Corno Piccolo, escursionisti e alpinisti discutono dell’intervento. In gruppi Facebook come Io vivo il Gran Sasso e Solo Gran Sasso compaiono frasi come “sono solo antropizzazioni inutili”, o “Dio non ha nulla a che fare con le vostre croci”. Anche molti laici, però, ammettono che si tratta di un’opera che rispetta una tradizione, e che ha dimensioni non eccessive. 

Le cose sono diverse, ovviamente, per la firma del Presidente del Parco. Un ente che, dalla sua istituzione nel 1995, si è dimostrato ben poco attento alle esigenze dell’alta montagna e dei suoi frequentatori.

L’atteggiamento non è cambiato con la presidenza di Tommaso Navarra, come dimostrano tra l’altro i cartelli e i segnavia sbagliati e pericolosi su alcuni itinerari, il disinteresse per la Casa della Montagna di Amatrice, l’assenza tra gli “Ambasciatori del Parco” di esponenti significativi dell’alpinismo sui due massicci. Le critiche apparse sui siti d’informazione e sui social si appuntano sul personalismo, e sul titolo. Qualcuno ironizza sull’assonanza con il “Grand. Uff. Lup. Mann.” del capoufficio di Fantozzi nei film con Paolo Villaggio. Ho provato imbarazzo. Il mare è dei marinai. Il mare è dei pesci. Il mare è di chi sa nuotare con leggerezza senza lasciare tracce del proprio passaggio” scrive Giancarlo Falconi sul sito I due punti.it. La montagna è dei falchi, dei camosci, degli stambecchi, delle aquile. Il passaggio dell’uomo deve essere animato da una lama così sottile da non avere ombra. L’ombrellone dell’Avv. Navarra è in quella targa sulla vetta del Corno Piccolo, quanto di più sbagliato si possa incidere. Amici e amiche mie, scuse a voi, da un montanaro abruzzese”.

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3 Commenti

  1. Se al pensiero di Rilke, bello, profondo e utile, non si fosse aggiunta una improvvida e ridondante firma, credo che a nessuno sarebbe venuto in mente di criticare l’installazione, al netto delle valutazioni estetiche.
    È vero quello che Stefano Ardito scrive: gli Alpini, in Abruzzo, sono molto amati e rispettati, e a ragione. Quando, per un mio personale problema anagrafico, mi è toccato fare il servizio militare (nel Battaglione “L’Aquila”, Brigata Julia, 8° Alpini), il mio comandante di battaglione, persona colta e generosa, fece apporre nelle camerate una targa che recitava “Le tracce del tuo passaggio danno la misura della tua educazione”.
    La natura è fragile ed è nostra responsabilità lasciare una traccia minima, rispettosa e discreta, sulle cime come nella vita.

  2. Io credo che la natura vada lasciata come tale. Natura. Installazioni religiose non servono a nulla, se non a deturparla. Ma si sa, l’ego dell’essere umano è immenso, e non ci sarà mai una fine per queste “invasioni” … non mi stancherò mai di dirlo: le montagne sono sacre a prescindere, senza orpelli lasciati dall’uomo. Ormai sono imbrattate di tutto.

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