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Tor des Géants: un viaggio nei luoghi simbolo della gara

330 chilometri per 24mila metri di dislivello, sono i numeri indicativi del Tor des Géants trail tra i più duri al mondo che, tra meno di un mese, spegnerà le sue prime dieci candeline. Il percorso segue le due Alte Vie della Valle d’Aosta. Con partenza da Courmayeur il tracciato di gara si muove dapprima in direzione ovest lungo la parte meridionale delle Valle per poi rientrare nella cittadina, ai piedi del Monte Bianco, seguendo invece l’Alta Via 1, a nord.

25 i colli toccati lungo questo tracciato dai panorami e dagli ambienti variegati. Cambiano di chilometro in chilometro posandosi non solo su boschi e praterie ma anche sui colossi, simbolo stesso della più piccola Regione italiana. Nel corso degli anni alcuni punti hanno assunto un ruolo particolare per la gara e per gli atleti partecipanti. Mentre loro ultimano la loro preparazione noi andiamo a scoprirli grazie anche all’aiuto del giornalista e attivo collaboratore nell’organizzazione della manifestazione, Ettore Pettinaroli.

 

Il villaggio di Planaval

Si trova in fondo alla discesa del Col de la Crosatie (2829 m), il terzo passo del Tor des Géants, poco prima della base vita di Valgrisenche. Siamo a 43 chilometri dalla partenza e, una volta raggiunto questo piccolo villaggio, si ha la consapevolezza di aver terminato la prima giornata di gara. “Al Tor i giorni non si contano più con l’alternarsi del dì e della notte, ma di base vita in base vita”.

Uno dei più affascinanti borghi della Valle d’Aosta, raccolto, dove i partecipanti arrivano a sera con il buio non potendo godere della bellezza del luogo, ma apprezzando la vicina base vita. Essendo domenica sera, e anche grazie alla possibilità di raggiungere la località in auto, ad aspettare gli atleti c’è tantissimo pubblico che può anche godere dello spettacolo dell’arrivo notturno osservando le frontali in fila indiana lungo l’ultimo chilometro in pianura.

Chi arriva qui non è riposato, ma sereno. Com’è giusto che sia un atleta al cinquantesimo chilometro del Tor.

 

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso

Non un luogo ma uno dei tratti più affascinanti di tutto il Tor dove è la natura a farla a padrone. Nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, primo tra i parchi nazionali italiani, a comandare è lo stambecco. Vero è proprio simbolo dell’area protetta è anche uno degli animali che più frequentemente si incontrano. Un vero spettacolo per corridori che arrivano da ogni parte del mondo e che, in dieci edizioni, hanno imparato a girargli attorno perché lui dal sentiero non se ne va di certo.

Particolarmente interessante, all’interno del Parco, la salita che da Valsavarenche porta al Col Lauson (3299 m), massima elevazione raggiunta dal tracciato. Una salita “orribile”, lunghissima: 18 chilometri per fare 1500 metri di dislivello con lunghi tratti a tornanti dove, a ogni tornante guadagni un metro. Si tratta dell’antica strada reale di caccia che prosegue lunghissima con pendenze per nulla elevate. In questo tratto già si iniziano a vedere le prime differenze tra i concorrenti, la quota si fa sentire e con le anche la stanchezza. Prima del Lauson infatti i partecipanti hanno affrontato il Col di Entrelor (3002 m), uno dei più duri di tutto il Tor.

 

La Valpelline

Valle poco conosciuta della Valle d’Aosta è una delle più affascinanti, dove la natura si è conservata quasi intonsa, grazie anche all’assenza di impianti di risalita. Quando gli atleti la raggiungono, arrivando a Oyace, sono stanchissimi e hanno i nervi tesi. Arrivano dopo una discesa infinita di 20 chilometri e oltre mille metri di dislivello negativo, un tratto molto lungo che rischia di generare qualche nervosismo dovuto anche alla stanchezza.

Da Oyace inizia la salita verso il Col Brison (2492 m) e quindi si raggiunge l’ultima base vita di Ollomont. Siamo a 283 chilometri dalla partenza e i concorrenti non arrivano tutti insieme, ma con il contagocce. “Quando arriva il primo alcuni sono ancora a metà percorso”.

 

Il Col de Malatrà

Il Col de Malatrà (2936 m) è dove si piange. Si piange per l’emozione perché è fatta, è finita. È un luogo molto suggestivo dove la visuale, improvvisamente, si apre sul Monte Bianco. Si sale a testa bassa, quasi sconfitti dalla fatica, poi si arriva e tutto cambia. Ovviamente non è detto che ci si goda il panorama, tutto dipende dalle condizioni quando si arriva, potrebbero esserci mal tempo o potrebbe essere buio. Ma questo non cambia le sensazioni che provano gli atleti. “Il Malatrà è dove ti dici: è fatta”. Arrivi e trovi sempre gente ad aspettarti, a fare il tifo. “Al Tor molti piangono e lo fanno tante volte, il Malatrà è uno dei punti dove accade più spesso. È normale che succeda: sei nudo per la fatica, sei debole. Hai camminato e sei sfinito, dolorante. Ma li tutto finisce, è fatta”.

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