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Alpinismo, Primo Piano

Simon McCartney annuncia che nel 2020 tornerà a scalare in Alaska

Simon McCartney, Jack Roberts, Denali, Alaska, BondConsegna del premio ITAS a Simon McCartney durante il 67° Trento Film Festival – Foto FB @Trento Film Festival

Nel 1980, sopravvissuto all’epica ma quasi fatale prima salita della parete Sud Ovest del Denali insieme al compagno di arrampicata Jack Roberts, Simon McCartney decretò conclusa la sua attività alpinistica.

Quei 29 giorni trascorsi sulla montagna, di cui gli ultimi 10 senza avere più cibo a disposizione, combattendo contro i sintomi di un edema cerebrale comparsi a un giorno di cammino dalla vetta, si erano rivelati troppo traumatici. Jack era rimasto al suo fianco per alcuni giorni, indeciso sul da farsi: morire insieme o andare a cercare aiuto. E proprio mentre si allontanava per chiamare i soccorsi, avevano fatto la loro comparsa due alpinisti. Uno era Bob Kendico, il salvatore di McCartney, che lo aiutò nella discesa.

Durante la successiva degenza in ospedale cominciò a farsi spazio nella sua mente l’idea che, se anche sul Denali fosse andato tutto liscio, avrebbero probabilmente trovato la morte in Himalaya l’anno successivo. Un pensiero che è evoluto negli anni in una totale esclusione della possibilità di sognare nuove imprese.

Il suo allontanamento dal mondo alpinistico è durato 39 anni. Ma qualcosa sta per cambiare.

In una recente dichiarazione rilasciata sul podcast The Adventure Trail , McCartney ha rivelato di voler tornare ad arrampicare in Alaska nel 2020, per la prima volta dall’incidente, in compagnia dell’alpinista locale Jack Tackle. I due punteranno ai Kahiltna Peak, nel Gruppo del McKinley-Denali, senza escludere la potenziale apertura di una nuova via di salita.

Una sfida che sarà sia fisica che mentale. Simon rivedrà per la prima volta quel versante su cui è quasi morto e forse potrà chiudere una porta rimasta aperta per troppo tempo.

Possiamo solo immaginare il flusso di ricordi cui si troverà di fronte, soprattutto quelli legati all’amico californiano Roberts. Una storia di amicizia ambientata nell’epoca senza internet, quando per perdersi bastava un istante.

Fu così anche per Simon e Jack, che pochi anni dopo l’incidente si persero di vista. Una volta rientrati dall’Alaska si erano incontrati a Londra nel 1981, durante una cena con Jim Bridwell, e Jack si era fermato in Inghilterra per 3 mesi. Poi il silenzio.

Anni dopo, quando McCartney si era stabilito ad Hong Kong, dove progettò il famoso spettacolo di luci del porto, un amico gli girò un link con un messaggio: “Qualcuno ti sta cercando!“. Il link riportava ad un forum di arrampicata sul quale Roberts aveva chiesto aiuto per ritrovare il suo amico. Quelle situazioni al limite del paradossale, in cui da ambedue le parti – come ricorda McCartney – si è finiti per pensare che l’altro sia morto da anni, evitando persino di chiedere ai conoscenti comuni notizie, per il timore di trovare conferma di quel pensiero angoscioso.

Dopo un primo istante di gioia per aver ritrovato il vecchio compagno di arrampicata, con cui prima del Denali aveva salito la Nord del Monte Huntington nel 1978, rischiando anche in quel caso di venire uccisi dalle scariche di valanghe, Simon scorse un messaggio, un po’ più in basso, che annunciava la morte di Jack Roberts, ucciso in un incidente in parete solo due settimane prima all’età di 59 anni.

Questo ulteriore trauma aprì una nuova porta, quella della scrittura. E fu così che nacque “Bond” (“Il legame”, edito in Italia da Alpine Studio), un’opera letteraria che mai avrebbe immaginato potesse risultare così apprezzata dal pubblico e dalla critica da venire premiata più volte in tutto il mondo, incluso di recente il premio ITAS, consegnato all’autore nel corso del Trento Film Festival.

Bond” è stato l’inizio di quella che potremmo definire una terapia, volta a metabolizzare le emozioni contrastanti legate al Denali e a Jack. Un secondo step è stato rappresentato dal riprendere contatti con Bob Kandiko e Mike Helms, l’alpinista che accompagnò Roberts a cercare aiuto.

Tornare l’anno prossimo in Alaska rappresenta dunque lo step finale verso la completa “guarigione”.

Ma cosa è successo per portarlo a decidere di tornare in parete, a 64 anni (65 l’anno venturo) in un ambiente non certo facile come l’Alaska, dopo 39 anni di deviazione dal mondo alpinistico?

Sono abbastanza scioccato da me stesso” – risponde McCartney – “pensavo di sentirmi a mio agio diventando grasso e lavorando sette giorni su sette, ma ho scoperto che non lo sono“.

 

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