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Marcin Tomaszewski, Sergey Nilov e Dmitry Golovchenko tentano l’inviolata vetta del Jannu East

Kumbhakarna, jannu, jannu East, Ragni di Lecco, Nepal, kangchenjunga, Marcin Tomaszewski, Sergey Nilov, Dmitry GolovchenkoMarcin Tomaszewski, Sergey Nilov e Dmitry Golovchenko a Ghunsa, Nepal – Foto FB @Marcin Tomaszewski/climber

Il Kumbhakarna (7.710 m), meglio noto come Jannu, vetta nepalese poco distante dal Kangchenjunga (8.586 m) considerata tra le maggiori sfide per l’alpinismo tecnico d’alta quota, nasconde una delle cime inviolate dell’Himalaya più desiderate dagli alpinisti, la Jannu East (7.458 m).

Gli ultimi a tentare di conquistarne la cima risalendo lungo il versante nord, sono stati i Ragni di Lecco Bacci e Moroni lo scorso settembre, costretti a rinunciare a causa di “troppi pericoli oggettivi e parete non in condizioni”.

Prima di loro sono stati in particolare gli sloveni a rimanere così affascinati da questa montagna da organizzare ben 6 spedizioni terminate senza successo. In totale sono stari almeno 9 i tentativi falliti dagli anni ’90 ad oggi, ultimo prima dei Ragni quello di un gruppo di alpinisti coreani nel 2011.

Quest’anno c’è nuovamente fermento sul Jannu East. Una nuova spedizione che vede come membri il polacco Marcin Tomaszewski, anche noto come Yeti per il suo carattere introverso e i russi Sergey Nilov e Dmitry Golovchenko è già al campo base. Un gruppo numericamente limitato da di forte tempra.

Tomaszewski è noto per l’apertura di vie impegnative sulla Great Trango Tower in Pakistan e la nord del Trollveggen in Norvegia, insieme a Marek Raganowicz, e la parete nord dell’Eiger con Tom Ballard.

I due russi si sono invece aggiudicati il Piolet d’Or 2017 insieme a Dmitry Grigoriev per l’apertura di una nuova via sul Thalay Sagar, montagna di 6.904 metri nell’Himalaya indiano.

Tutte le spedizioni degli scorsi anni si sono trovate ad affrontare quelli che i Ragni hanno ben definito “pericoli oggettivi“, come il forte rischio di valanghe. Un problema cui il trio russo-polacco si è già trovato di fronte prima ancora di raggiungere la base della parete, in corrispondenza di un pendio durante la marcia di avvicinamento, condizione che li ha infatti costretti a una prima importante deviazione.

Le attuali condizioni della montagna hanno anche determinato una modifica del punto inizialmente scelto per installare il campo base. Invece che a 4.900 metri come era in programma, è stato posizionato il 9 marzo circa 100 metri più in basso.

Elemento interessante è che la spedizione sarà oggetto di un documentario diretto da Eliza Bubarska, il cui rilascio è previsto per i primi mesi del 2020.

Accanto a dettagli tecnici della salita, un po’ come avvenuto anche negli ormai celebri documentari “Free Solo” e “The Dawn wall”, ampio spazio verrà lasciato alle interazioni umane, al rapporto tra il team di alpinisti e gli sherpa che assisteranno all’impresa da campo base. Considerando la presenza della troupe, il CB sarà decisamente affollato.

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