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Danilo Callegari: l’Antartide mi ha cambiato profondamente

Danilo Callegari, Antarctica Extreme, Antartide, Monte VinsonFoto Danilo Callegari

Sono ancora un po’ spaesato” ci racconta divertito al telefono Danilo Callegari, da poco rientrato dalla sua esperienza antartica. In fondo, dopo aver passato tre lunghi mesi nel continente bianco non c’è di che stupirsi. Se poi, di questi oltre novanta giorni, Danilo ne ha trascorsi più di trenta in totale solitudine nel tentativo di raggiungere il Polo Sud geografico lo spaesamento dato dal ritorno alla vita di tutti i giorni è più che giustificato.

Danilo era partito per l’Antartide lo scoro 23 ottobre per realizzare un grande progetto denominato “Antarctica Extreme”. Un’avventura dentro l’avventura, per descriverlo con le parole di Callegari. Un’impresa che serbava in se tre obiettivi: il raggiungimento del Polo Sud Geografico in completa autonomia, un lancio con il paracadute da una quota di circa 5mila metri, e la scalata del Monte Vinson. Non tutto è andato secondo i piani, ma l’avventuriero friulano è comunque riuscito a portarsi a casa la sua quarta Seven Summits dopo Aconcagua, Elbrus e Kilimangiaro.

 

Ciao Danilo, allora con che bagaglio di esperienza sei tornato dall’Antartide?

Non è stato facile rientrare alla base, devo ancora concretizzare il tutto. È stata un’esperienza che mi ha cambiato tanto, soprattutto da un punto di vista professionale.

Cosa intendi?

Ho affrontato tutta l’esperienza in modo molto più serio. Questo perché in Antartide, rispetto ad altre avventure vissute precedentemente, mi sono reso conto di essere per davvero in totale e assoluta balia degli elementi.

Quando ti trovi sul plateau antartico sei completamente da solo, è totalmente diverso ad altre parti del mondo. Ad esempio su un Ottomila, tolta la fascia dai settemila metri in su, sai che bene o male qualcuno ti può venire a prendere, sai che un elicottero può facilmente raggiungere il campo base e magari anche azzardare un recupero in parete. Stare in Antartide ha aumentato di molto la mia consapevolezza del rischio perché nel momento in cui sei totalmente da solo e dici “basta, voglio il recupero, voglio chiudere qui la traversata” (per quanto io sia stato spinto da altre motivazioni) ti rendi conto di come sia in realtà difficile mollare.

Perché?

Quando ho deciso di chiudere la spedizione ho chiamato l’aereo mi han risposto che il primo sarebbe passato dopo dodici giorni. Se invece l’avessi voluto subito, meteo permettendo, mi sarebbe costato 15mila dollari l’ora. In quel momento ho capito che non stavo giocando. Non si tratta mai di un gioco, nemmeno nel corso delle altre avventure, anche se però devo ammettere che le vivevo in maniera diversa: con più leggerezza. Avevo sempre in mente che in qualche modo ne sarei venuto fuori.

Sono rientrato a casa scoprendo una parte interiore di me che non avevo probabilmente mai sollecitato: mi ha segnato profondamente il tempo passato in solitudine in questo ambiente indescrivibile. Sarebbe troppo facile dire che è tutto bianco, che l’orizzonte è piatto e che non c’è vita. È quel che mi sono ripetuto per un anno e mezzo, ma quando lo vivi è devastante.

Come mai hai scelto di rinunciare alla traversata?

Partiamo dal fatto che io, ovviamente, rispetto a Colin O’Brady o a Louis Rudd avevo altri due obiettivi da raggiungere in Antartide: fulcro di tutto per me era la scalata del Vinson, per poter mandare avanti il 7SUMMITS Solo Project, se avessi quindi raggiunto il Polo Sud o se mi fossi paracadutato ma non avessi mai raggiunto la vetta allora sarei stato costretto a tornare in Antartide una seconda volta.

Nel momento in cui l’obiettivo principale è la vetta più alta d’Antartide e per scalarla sei vincolato alle regole imposte dall’agenzia, all’aeroplano che ti porta al campo base, alla meteo, allora capisci che dipendi da troppe persone. Dipendi da troppe cose e non sei libero di fare nulla. Per questo, dopo oltre tre settimane di traversata ho deciso di chiamare l’aereo e rinunciare al raggiungimento del Polo Sud.

Cos’è accaduto durante la marcia verso il Polo?

Nelle prime tre settimane sono stato colpito da questi venti catabatici con temperature intorno ai -40, -50 gradi. Questa prima fase l’ho accusata molto perché il fisico ha faticato ad ambientarsi. Nonostante questo però i miei chilometri li ho fatti, ho percorso tra i 22 i 24 chilometri al giorno. Ero contento di come Stava andando la traversata, nonostante tutte le difficoltà.

Dopo circa tre settimane poi mi arriva una mail dal mio esperto meteo in Italia che mi comunica l’arrivo dell’estate Antartica: notevole rialzo termico e abbattimento del vento con leggero cambio di direzione. In quel momento mi sono sentito rinascere: avevo superato le montagne, i venti catabatici, le temperature glaciali. Ora potevo puntare dritto al Polo.

Poi?

È iniziato il mio calvario. La neve ha cominciato a scendere copiosa, più che neve erano cristalli di ghiaccio che cadevano a circa -20 gradi. Fioccava 35, 40 centimetri di neve fresca al giorno, perturbazioni di continuo, whiteout per giorni e giorni. Avanzare, trainando la slitta, in queste condizioni era impossibile. Se nei primi giorni in 12 ore percorrevo 23 chilometri ora, nelle stesse ore ne facevo appena 9 o 10 facendo però il doppio della fatica. Bruciavo energie e calorie sfasando tutti i calcoli fatti per valutare le provviste necessarie. Andando avanti così, mi sono detto, non sarei mai arrivato al Polo e probabilmente non sarei nemmeno riuscito a tentare il Vinson.

Dopo due anni di lavoro portare a casa zero non era concepibile così, alla fine, ho richiesto il recupero e sono tornato alla base dove poi ho dovuto pazientare aspettando una buona finestra di bel tempo in cui tentare la vetta più alta d’Antartide.

Com’è stato raggiungere la i 4892 metri del Vinson?

Ho pianto, ho chiamato casa. Non c’era una nuvola in cielo e una temperatura di circa 40 gradi sotto zero, senza un filo di vento. Uno dei panorami più belli che abbia mai visto. Sono rimasto mezz’ora in cima a gustarmi il coronamento del lavoro di anni.

Poi il lancio con il paracadute…

Qualcosa di fuori scala, fatto da 5mila metri di quota con una temperatura esterna di -40 gradi. Una temperatura che mi ha fatto raggiungere una velocità di circa 270 chilometri orari in caduta libera perché non ci sono te correnti termiche a frenarti. 35 secondi per tremila metri di vuoto, non ho nemmeno sentito granché il freddo tanta era l’adrenalina in corpo.

Che tipo di abbigliamento hai utilizzato?

Non potevo utilizzare le tute che si usano in alta montagna perché sarei stato troppo goffo. Per questo sono stati scelti molto accuratamente 4 strati: due di intimo, una giacca in piuma leggera (per la parte sotto un pantalone) e, a rivestire il tutto, la tuta di volo nel miglior materiale antivento in commercio.

Bene, veniamo alla domanda forse più complicata dopo tutto quel che ci hai raccontato. Ora?

Ho diverse idee, ma preferisco non parlarne ancora perché non ne ho alba nemmeno io. Vorrei fare qualcosa quest’anno, sicuramente farò qualcosa l’anno prossimo.

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5 Comments

  1. Danilo Callegari. Nel tuo sito leggo: ” I limiti sono solo nella tua mente.”
    In questo articolo leggo che: ” I limiti sono solo nel tuo portafoglio!”
    Se parti con la convinzione che: ” Tanto vengono a recuperarmi quasi dappertutto, basta pagare”, di AVVENTURA ESTREMA ne fai ben poca, fai solo TURISMO AVVENTUROSO.
    I tuoi compaesani che il secolo scorso partivano per le Americhe con la valigia di cartone, 4 lire in tasca e il biglietto di sola andata,, erano molto più avventurosi ed estremi di te.

    Hasta Siempre.

    1. Figurati se non arrivava qualcuno a denigrare la fatica, l’impegno e la passione di un altro. Ci mancavi! Grazie

    2. sono completamente daccordo , in realtà questi ” avventurieri” sono persone super fortunate altro che estremi

  2. In realtà da questi report che si vedono su DMAX non si può che dare ragione al commento di CLA, cioè ragazzi parliamo di un bravissimo e forte atleta che per Fortuna e per bravura ha a disposizione una marea di soldi, ma veramente tanti. Sono rimasto impressionato dalla spedizione verso il polo..
    Poi sento parlare di salita in “autonomia” del monte Vinson, con campo attrezzato, uno davanti e uno dietro e corde già belle che fisse.
    Salita in autonomia?

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