Alpinismo

Mario Merelli: troppi fenomeni in giro

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BERGAMO — “Non accetto la giustificazione che gli incidenti succedono perché c’è più gente. Non è che se uno sport si diffonde tassativamente qualcuno ci deve rimanere. Io credo, anzi ne sono quasi convinto, che succeda perché ci crediamo tutti “fenomeni”. Ci devono essere rispetto, prudenza e paura. La vita è una cosa troppo importante”. Non usa mezzi termini Mario Merelli nel dare la sua opinione sul rapporto tra alpinismo, rischio e pericolo di vita. Ecco la sua intervista.

Mario, che cosa pensi della relazione tra alpinismo, rischio e vita?
Credo sia giusto parlarne. Si fanno tanti convegni inutili e a volte pesanti, mentre bisognerebbe parlare di argomenti attuali come questo. Ci sono troppi incidenti in Himalaya e sulle Alpi. Non accetto la giustificazione che succedono perché c’è più gente, non è che se uno sport si diffonde tassativamente qualcuno ci deve rimanere. Credo che in parte succeda perché ci crediamo tutti “fenomeni”.
 
Pensi che valga la pena rischiare la vita per un sogno?
No, non si può morire. La vita è una cosa troppo importante e non c’è nessunissima montagna su cui valga la pena morire. Io mi arrabbio, per davvero, quando sento di persone morte in montagna. Gli incidenti devono fare riflettere. Ci sono quelli che dipendono dalla sfortuna o dal destino, ma bisogna sempre analizzarli perché dagli incidenti si deve imparare, tutti. Abbiamo imparato dagli incidenti in strada a mettere cintura e airbag, con quelli sulle piste a mettere caschi obbligatori come sulle moto, perché è giusto cercare di evitare che si ripetano. E così deve accadere anche in montagna.
 
La sicurezza è più importante dello stile, quindi?
Nella vita ci sono dei passaggi fondamentali, che vanno affrontati gradualmente. Non si può partire e inventare subito chissà che cosa. Mi è capitato di sfiorare la tragedia. Una valanga, una scarica di sassi fanno parte degli imprevisti, ma quasi sempre gli incidenti sono prevedibili. Per esempio la corsa in montagna. Mi piace, ma penso che dovrebbero essere solo per qualcuno, bisognerebbe prima fare delle gare tranquille come per lo sci e poi passare allo skyrunning. E così per l’alpinismo. Se hai fatto un 7000, o il Monte Bianco, puoi fare un ottomila facile, e poi uno più difficile, e così via. La scala di valori è importante. Non è che uno domani mattina va in negozio, compra tutta l’attrezzatura e posso andare. Ho avuto la fortuna di avere un papà guida alpina, che mi ha insegnato tante cose tecniche, ma soprattutto i valori della vita: tornare indietro se c’è brutto, valutare se è il caso di tenere le gambe sotto il tavolo piuttosto che salire.
 
Come vedi i giovani alpinisti, oggi?
Non saprei come definirli, ma vedo una generazione molto diversa dalla nostra. Quando andavo le prime volte in Himalaya, una decina d’anni fa, avevo tanta ammirazione per gli Abele Blanc, i Christian Kuntner, i Silvio Mondinelli che erano lì già da dieci anni o forse più. Guardavo come preparavano lo zaino, gli chiedevo cosa dovevo metter dentro. Io oggi non vedo un giovane chiedere qualcosa, a un campo base. Al Cho Oyu mi è capitato un episodio brutto. Sono arrivato a campo 1 e c’erano su degli italiani. Gli stava volando via la tenda per il vento forte. Ero da solo, sono corso là, gliel’ho picchettata un po’, ho messo un paio di sassi. Dopo un’oretta sono arrivati. Li ho salutati, e nemmeno mi hanno risposto. Ed erano italiani. Gli ho detto: la prossima volta lascerò volar via la tenda. “A no scusa, è che siamo stanchi” hanno risposto. Stanchi? E non si risponde a un saluto perché sei stanco? Non rispondi quando sei morto, non stanco. Queste piccolezze fanno capire l’atteggiamento.
 
Qualcuno dice anche che sono troppo avventati, altri dicono che tutti lo sono stati…
Nei giovani c’è questa foga: vado qua, vado là, senza scarponi, senza corde, a piedi nudi. Alcuni partono dicendo: non so dove salirò, dove verrò giù. Parti per un ottomila così, quando una volta facevano delle giornate a guardare diecimila diapositive per capire dove passare e cosa prendere su, un moschettone o un chiodo in più? Io me lo ricordo, venivano a casa mia, quand’ero un “bocia”, un ragazzino. Forse loro avevano i soldi misurati, ora possono permettersi di più. Da loro ho imparato a tenere sempre una vite da ghiaccio all’imbrago, a portare sempre piccozza e zaino. Servono, nelle emergenze. Da loro ho imparato quella paura, quel timore…che ti fanno tener drizze le antenne. Tanti incidenti, purtroppo, capitano perché manca questo.
 
C’è troppa presunzione in giro?
Ripeto, tanti incidenti oggi avvengono oggi perché ci si sente “sopra gli altri”. Tutti corridori d’alta quota in un mondo dove l’ultima cosa a cui pensavano i Lacedelli e i Compagnoni era il record. Di quelli venuti prima di noi, nessuno scriveva “l’ho salita in tot ore”. Dicevano “l’ho salita”, punto, o al massimo ho trovato sole, freddo, difficoltà. Invece oggi ti dicono: “quanto ci hai messo tu?”, calcolano le ore effettive di salita e confrontano. Queste cose mi disgustano. Abbiamo tutti un po’ di voglia di spingere, di vedere quanto andiamo, ma non ne fai la ragione dell’andare in montagna.
 
Simone Moro ha detto che ci vuole più cultura alpinistica…
Ha ragione. Ma attenzione, la cultura alpinistica si fa con le palle, non con i convegni. Se uno sbaglia e fa un incidente, dobbiamo dire sicuramente “poverino perché aveva una famiglia, ci dispiace perché era un amico”, ma anche che magari ha sbagliato. Bisogna avere il coraggio di dirlo, questo è il sistema. Se succede a me domani, ditelo. Lo dico sempre a mia mamma e mia moglie: se muoio in montagna, vietate ai giornalisti di scrivere: “era esperto”. Perché se fossi stato esperto davvero, non avrei dovuto morire. L’alpinista più bravo è quello che diventa vecchio.
 
Secondo te, inseguono la fama?
Ricordo un episodio riguardo Jean Christophe Lafaille. Un anno dopo la sua scomparsa, parlavo di lui con dei francesi, in tenda al campo base del GI. Gli ho chiesto: secondo voi chi si ricorda di lui oggi? Hanno detto: nessuno. Ed era passato un anno. Ecco allora, è valsa la pena morire? No. Si sapeva che stava tirando la corda da un po’, lui, ma finchè va tutto bene è facile. Va bene una volta, va bene due. E poi sparisci.
 
Cosa vedi nel futuro?
Ne vedremo ancora delle belle. C’è troppa gente che non fa l’alpinista perché ama scalare, ma per cui conta solo la cima. Gente a cui non importa del trekking o dei villaggi o della gente, né di aprire la cerniera della tenda e dire: “cavolo, quello è il K2 però”. E’ chiaro che gli alpinisti vanno per la cima, non siamo qui a negare l’ovvio. Ma quando torno da una spedizione, mi rendo conto che il viaggio mi è piaciuto, tutto, non solo la cima. Per molti altri non è così.
 
Sara Sottocornola 

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