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E Copenhagen "sorvola" sulle montagne

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COPENHAGEN, Danimarca — "Abbiamo registrato moltissimi elementi, naturali e artificiali, che dicono una cosa sola: l’Himalaya sta facendo da gigantesca pompa al riscaldamento atmosferico". Lo ha rilevato in un recente studio, basato sui dati del progetto Share del Comitato EvK2Cnr, il climatologo della Nasa William Lau, riferendosi ad una nuova ipotesi per spiegare la rapida ritirata dei ghiacciai dell’Himalaya negli ultimi decenni. Eppure l’articolato studio è passato in sordina nei complessi negoziati in atto al Summit mondiale sui cambiamenti climatici di Copenhagen. Ecco uno speciale videoservizio sulla drammatica situazione dei ghiacciai.


La spasmodica attenzione della politica verso le trattative, volte a sanare i contrasti fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, ha fatto perdere di vista alcuni elementi fondamentali. Fra cui il ruolo della scienza e quello delle montagne nel mutamento climatico in corso. Operatori ed esperti lamentano che nei documenti ufficiali, peraltro in fase di definitiva elaborazione, le montagne, e in particolare l’Himalaya, sono considerate alla stregua di comprimarie, relegate financo al ruolo di comparse, nonostante gli scienziati sostengano che siano determinanti nella comprensione di quanto sta accadendo sul pianeta.
 
Solo il premio Nobel per la Pace 2007 Al Gore ha sottolineato l’importanza del cosiddetto Terzo Polo, quello dei ghiacciai dell’Himalaya, sui cambiamenti climatici. Con le sue 110 vette, l’Himalaya comprende le montagne più alte della Terra. Delimitate a nord dal plateau tibetano, queste cattedrali della natura contano qualcosa come diecimila ghiacciai. Il ghiacciai scendono lungo pendici e vallate. In primavera, quando il monsone porta aria umida dall’Oceano Indiano, cominciano a scongelare, rifornendo d’acqua laghi, ruscelli e i più grandi fiumi dell’Asia da cui dipende la sopravvivenza di miliardi di persone. 
 
A sud dell’Himalaya le montagne lasciano posto alla pianura del Gange, una delle più fertili e popolate del pianeta. Oggi quest’immensa pianura ospita megalopoli come Delhi, Dhaka, Kanpur, e Karachi. Si tratta di giganteschi agglomerati urbani che producono costantemente fuliggine industriale, particelle di cenere e polveri.
 
Secondo lo studio Nasa condotto da Lau, la fuliggine – che gli scienziati definiscono più propriamente black carbon – e le polveri sottili contribuiscono all’aumento della temperatura in Himalaya almeno quanto i gas serra. "La maggior parte delle fuliggine viene da milioni di stufe da cottura che utilizzano come combustibile legno e sterco – spiega lo scienziato -. Fuliggine e polveri prodotte nel sud dell’Asia viaggiano lungo le correnti d’aria e salgono fino a depositarsi sui ghiacciai dell’Himalaya, provocandone lo scioglimento".
 
"Un processo di riscaldamento che si aggiunge alla già veloce fusione dei ghiacciai – continua Lau – e che minaccia l’approvvigionamento idrico di miliardi di persone, che dipendono dal serbatoio d’acqua dolce più grande del mondo, dopo l’Antartide e l’Artico".
 
L’area coperta dai ghiacciai dell’Himalaya è diminuita del 20 per cento dal 1960 ad oggi. Secondo una recente stima, 1,3 miliardi di persone dipendono dalle acque himalayane, attraverso fiumi come il Gange, l’Indo, il Brahmaputra in Asia meridionale, il Fiume Giallo e lo Yangtze in Cina, il Salween e Mekong nel Sud-Est asiatico. Le conseguenze di una drastica riduzione delle risorse idriche sono facilmente immaginabili.  
 
Ma per comprendere meglio questi fenomeni serve prima di tutto un approccio scientifico. E’ questa la richiesta avanzata a Copenhagen dall’Ipcc (l’Intergovernamental panel on climate change), premio Nobel per la pace 2007. L’Ipcc ha sottolineato la necessità di aumentare la disponibilità di dati scientifici e pubblicazioni, in particolare sui paesi in via di sviluppo, dove le informazioni sono poche.
 
Servono dati, dunque, tanti e certi, per far funzionare correttamente i modelli previsionali. Dati come quelli registrati negli ultimi 4 anni dalla rete di monitoraggio Share, realizzata dagli italiani dal Comitato Evk2Cnr su tre continenti. Dati che indicano alti valori di black carbon sulle pendici dell’Himalaya. "Fra il 2006 e il 2009 – spiega il responsabile del progetto Paolo Bonasoni – abbiamo eseguito osservazioni presso il Nepal Climate Observatory che si trova a 5079 m di quota. Durante episodi acuti di inquinamento, soprattutto nelle stagioni premonsoniche, le concentrazioni di black carbon hanno raggiunto i 5 microgrammi per metro cubo, mentre la massa delle polveri talvolta ha superato i 50 microgrammi per metro cubo, soglia che in Europa costituisce il limite per la protezione della salute umana". Lo stesso vale per l’ozono che in alcuni episodi ha raggiunto concentrazioni ragguardevoli, tipiche delle aree urbane ma sorprendenti nel regno dei ghiacciai, a 5000 metri di quota.
 
Questi sono alcuni dei risultati che stanno emergendo da pool di ricercatori impegnati nello studio dell’Atmospheric Brown Cloud in Himalaya, nell’ambito dei progetti Share del Comitato EvK2Cnr e Abc (Atmospheric Brown Clouds) dello Unep, il Programma per la protezione dell’ambiente delle Nazioni Unite. Si tratta di dati unici, ottenuti anche attraverso la stazione meteo più alta del mondo che il Comitato EvK2Cnr ha installato agli 8000 metri del Colle Sud dell’Everest. Dati che documentano il tanto temuto aumento delle temperature e il relativo scioglimento dei ghiacciai in Asia.
 
I risultati saranno pubblicati in un’edizione speciale della rivista internazionale Atmospheric Chemistry and Physics. Secondo gli studi, le valli himalayane possono svolgere la funzione di veri e propri “camini” attraverso i quali gli inquinanti, che compongono la celebre nube marrone che affligge il subcontinente indiano, sono direttamente trasportati verso la media e alta troposfera, dove il loro tempo di vita aumenta in maniera considerevole.
 
Le montagne sono dunque determinanti per lo studio dei cambiamenti climatici. E servono reti di monitoraggio globale che raccolgano dati e consentano agli scienziati di elaborare modelli previsionali accurati e il più possibile verosimili. Per questo è necessario che gli ambienti di montagna abbiano un ruolo centrale nel prossimo Summit mondiale sul clima, sostengono i 51 paesi che fanno parte della cosiddetta Mountain Partnership. Sarà in quella sede, presumibilmente il luglio prossimo, in Messico, nella quale andranno trovati accordi e soluzioni che ancora latitano a Copenhagen. 

Wainer Preda 

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