Alpinismo

McKinley: vetta lecchese. Fiato sospeso sulla Cassin

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LECCO — E’ vetta per la spedizione lecchese al McKinley, gigante dell’Alaska di 6.194 metri. Roby Chiappa, Massimiliano Gerosa e Giacomo Bianchi sono arrivati sulla cima della montagna mercoledì 3 giugno, con 34 gradi sottozero. Ma l’avventura non è finita. Anzi. Nonostante le precarie condizioni della via, gli altri due membri della spedizione Eugenio Manni e Fabio Valseschini sono partiti venerdì scorso per la via Cassin, decisi a tentare il tutto per tutto: "Non scenderemo fino a quando non avremo fatto la cima" hanno detto prima di partire.

"Giacomo e i suoi compagni sono partiti dall’ultimo campo martedì 2 giugno – ci ha detto Emily, la mamma di Bianchi -. E hanno chiamato con il satellitare la sera quando vi hanno fatto rientro, erano a circa 5.300 metri di quota. Hanno detto che è stato molto faticoso, c’era vento e 34 gradi sottozero".

La spedizione lecchese, organizzata dal gruppo Gamma, è partita il 19 maggio dall’Italia con due obiettivi: raggiungere la vetta dalla via normale e poi dalla storica e difficile via Cassin. Ma gli alpinisti hanno potuto iniziare la salita solo dopo una lunga attesa a causa del maltempo, che li ha costretti a stare fermi per oltre una settimana.

Bianchi, 23 anni, Chiappa, 67 anni, e Gerosa, 32 anni, hanno approfittato della prima finestra di bel tempo attaccando immediatamente la via normale e riuscendo a raggiungere la vetta. Poi sono scesi, ed è iniziato l’attacco alla Cassin. La celebre via, aperta nel 1961 da Riccardo Cassin con Gigi Alippi, Luigino Airoldi, Romano Perego, Jack Canali e Annibale Zucchi, conta a tutt’oggi poche ripetizioni e solo un paio di italiane.

Secondo molti quest’anno non era in buone condizioni, a causa del tempo pessimo di questa stagione. Un paio di settimane fa anche la spedizione valdostana guidata da Marco Camandona, arrivata in Alaska con lo stesso obiettivo, ha ripiegato senza nemmeno attaccare la Cassin.

Ma queste rinunce non hanno spaventato i lecchesi, che hanno voluto constatare di persona se davvero quella salita fosse impossibile. E qualche giorno fa, sono partiti per la vetta. Valseschini, 39 anni, e Manni, 41, sono partiti venerdì mattina dal campo medico per attaccare la Cassin. Sulle spalle, tutto il materiale necessario per affrontare in stile alpino la via che, secondo i calcoli degli alpinisti, richiederà almeno 5-6 giorni di scalata con il bel tempo.

"Ci faremo sentire una volta scesi – ha detto Manni il giorno prima, in una telefonata ai familiari -. non sappiamo quanto impiegheremo, resteremo lassù finchè non riusciremo nel nostro obiettivo. Piuttosto spostiamo il rientro, che avevamo fissato il 15 giugno. Ma vogliamo andare fino in fondo".

L’ultima notizia risale a ieri e proviene da Roby Chiappa, che dal campo medico ha confermato che i due alpinisti sono ancora sulla via.

Cresce quindi la trepidazione in attesa di notizie su quella che potrebbe essere una salita davvero da ricordare. La via Cassin, aperta sullo spettacolare spigolo che taglia in due la parete Sud della montagna, è una delle più grandi imprese di Cassin che ai tempi ricevette persino un telegramma di congratulazioni dal presidente Kennedy. Si tratta di una via di roccia e misto che sale per 2700 metri sopra il ghiacciaio, da 3500 a 6194 metri, e ancora oggi è considerata una delle sfide più tecniche e difficili per un alpinista.

Ma anche i lecchesi sono due "tosti". Ricordiamo, fra le altre cose, che Valseschini ha compiuto la prima solitaria invernale sulla Via del Fratello al Pizzo Badile, dove ha portato a termine anche una solitaria, in 4 giorni, sull’impegnativa via degli inglesi. Manni ha all’attivo diverse salite sui 4000 delle Alpi e, come Valseschini, spedizioni in Patagonia.

Sara Sottocornola

 

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