Cronaca

Alaska: via libera all’abbattimento degli orsi via elicottero per salvare i caribù

L'Alaska approva la ripresa dell'abbattimento degli orsi per contrastare la diminuizione dei caribù. Le associazioni ambientaliste insorgono: "Un danno irreversibile che viola la Costituzione"

Nell’attuale scenario di crisi climatica, le specie che popolano gli ecosistemi artici e subartici, sono sottoposte a uno stress ecologico senza precedenti. In questo contesto di estrema fragilità, alcuni interventi di gestione della fauna selvatica sembrano ignorare le dinamiche di conservazione, agendo come un ulteriore fattore di disturbo antropico. È il caso dell’Alaska, dove è stato confermato il via libera a operazioni sistematiche di abbattimento aereo degli orsi da parte dei wildlife agents (agenti governativi e contractor dello Stato), mettendo a rischio l’equilibrio degli ursidi nella regione.

Uccidere gli orsi per salvare i caribù

Il piano di controllo degli orsi in Alaska non rappresenta un’iniziativa isolata o recente, ma si inserisce in una lunga e controversa tradizione di gestione della fauna selvatica. Da decenni lo Stato applica politiche volte a intervenire attivamente sulle popolazioni di grandi carnivori, per massimizzare la disponibilità di specie di interesse venatorio e sussistenziale.

Il piano attuale mira specificamente a favorire il recupero della mandria di caribù che popola il bacino del Mulchatna, nel sud-ovest dello Stato. Un tempo risorsa fondamentale per i cacciatori, che potevano disporre di circa 190.000 esemplari per le proprie attività, la mandria è crollata a circa 13.000 capi nel 2019. Secondo il Dipartimento della Caccia e della Pesca, l’abbattimento degli orsi neri e degli orsi bruni da parte degli agenti statali è una misura necessaria per proteggere il reclutamento dei nuovi nati di caribù durante la stagione del parto, fase in cui sono più vulnerabili alla predazione.

La difesa dello Stato: “Risultati positivi dalla rimozione”

In risposta a una causa legale intentata dalle associazioni ambientaliste per fermare gli abbattimenti, i procuratori statali hanno difeso con fermezza la legittimità del piano, affermando che i funzionari hanno esaminato attentamente ogni fattore relativo al numero di orsi prima di procedere. Secondo i documenti depositati in tribunale, lo Stato sostiene che la strategia stia già portando benefici: la mandria, per quanto ancora ridotta numericamente, avrebbe iniziato a mostrare una risposta positiva dal 2023, proprio in concomitanza con l’inizio della rimozione degli orsi durante la stagione dei parti.

Sam Curtis, portavoce del Dipartimento di Giustizia dell’Alaska, ha ribadito che “continuare questo programma ha senso alla luce dei risultati scientifici ottenuti. Di contro, gli avvocati di Trustees for Alaska, che rappresentano i gruppi ambientalisti, stanno esaminando la sentenza e hanno dichiarato che prenderanno in considerazione ogni opzione legale disponibile per fermare i voli.

Cooper Freeman, direttore per l’Alaska del Center for Biological Diversity, ha sottolineato come lo Stato non abbia fornito prove empiriche che confermino il legame tra “uccisione sfrenata di orsi” e ripresa della mandria, suggerendo che le cause del declino dei caribù potrebbero essere patologie o fattori di stress ambientale, da valutare con accuratezza.

“Vogliamo che la popolazione di caribù prosperi – aggiunge Freeman – ma lo Stato non ha dimostrato che l’uccisione indiscriminata degli orsi ci aiuterà a raggiungere questo obiettivo. Dobbiamo fermare questo vergognoso spreco delle limitate risorse dello Stato e agire sulla base di dati scientifici per proteggere tutta la nostra fauna selvatica”.

“Non è gestione responsabile della fauna”

Come evidenziato dalle associazioni ambientaliste, la vicenda è segnata da procedure opache. Il programma, iniziato nel 2022 nel bacino di Wood-Tikchik, è stato portato avanti inizialmente senza consultazione pubblica. I dati forniti da Alaska Wildlife Alliance (AWA) sono emblematici: nel 2023, i cecchini statali hanno ucciso 99 orsi, inclusi 20 cuccioli, in meno di un mese. Nel 2024, sono stati abbattuti 81 esemplari. Il programma prevede di continuare queste operazioni ogni primavera fino al 2028.

Nonostante nel marzo 2025 un giudice avesse dichiarato il programma “illegittimo” per mancanze procedurali, si è proceduto all’emissione di regolamenti d’emergenza per garantire la prosecuzione delle operazioni nel 2025 e 2026.

La reazione delle associazioni ambientaliste è di profonda amarezza. Nicole Schmitt (AWA) ha ricordato che non si può rimediare alla morte di centinaia di animali uccisi sotto un programma già giudicato illegale. La sfida legale ora si concentra sulla Sustained Yield Clause della Costituzione dell’Alaska, che impone di gestire la fauna come una risorsa pubblica da preservare. Secondo Michelle Sinnott, avvocato di Trustees for Alaska, consentire la prosecuzione delle uccisioni prima della fine del processo causerà danni irreversibili a popolazioni di orsi vitali per aree iconiche come il Katmai National Park e il fiume McNeil. Non è gestione responsabile della fauna”, denunciano gli attivisti.

Promuovere la coesistenza con la conoscenza

Mentre gli agenti statali si preparano a puntare fucili dagli elicotteri, emergono iniziative che promuovono la convivenza. In occasione della festa della mamma, lo Zoo dell’Alaska ha ospitato il “Bear Aware Day”, un evento simbolico per educare cittadini e turisti a vivere in sicurezza nei territori dei grandi predatori. Mentre le madri umane festeggiavano con le proprie famiglie, l’evento ricordava l’importanza di proteggere anche le madri ursine e i loro piccoli. Attraverso l’uso corretto dello spray anti-orso e la gestione dei rifiuti, l’obiettivo è dimostrare che la soluzione non risiede nello sterminio, ma nella conoscenza che è alla base della coesistenza.

 

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