“Un Parco non esiste per piacere a tutti”: dal PNALM un manifesto sul senso delle aree protette
Dal PNALM un documento in 10 punti sul senso della conservazione e sul ruolo che le aree protette devono assumere oggi.
Non è solo una conta di carcasse quella che, giorno dopo giorno, tormenta il cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM). La tragedia di cui l’area protetta è protagonista – con quasi 20 lupi e altri animali uccisi in una manciata di settimane – è rimbalzata con violenza nelle piazze digitali, innescando un dibattito polarizzato tra chi punta il dito contro una presunta mala gestione dell’Ente e chi invoca una difesa intransigente della biodiversità.
In questo clima di tensione, il Parco ha scelto di non trincerarsi dietro l’opzione del no comment, limitandosi al doveroso presidio fisico del territorio. Al contrario, ha risposto analizzando nel dettaglio il dibattito pubblico, cercando di intervenire in modo efficace, per elevare il confronto tra le parti e trasformarlo in una riflessione collettiva per il bene della natura e della sua convivenza con l’uomo. È nato così un manifesto in dieci punti sulla cultura della conservazione, pubblicato nei giorni scorsi sui canali social ufficiali dell’Ente.
Un manifesto per capire chi sono le aree protette
L’impegno del Parco nel continuare a comunicare e produrre riflessioni da condividere con il vasto pubblico, non nasce semplicemente dalla necessità di “levarsi di dosso” le accuse dei detrattori. È, al contrario, un invito accorato a scendere nelle profondità del problema, andando oltre le sentenze urlate attraverso una tastiera. Reazioni che rischiano di adombrare la reale complessità della sfida: il riemergere improvviso di un bracconaggio che sembra voler cancellare decenni di impegno – mostrato in primis dal PNALM ma, di concerto con esso, dalle comunità che vivono sul territorio dell’area protetta e aree limitrofe – per salvare il lupo da una estinzione causata prioritariamente dalla mano umana.
Il documento diffuso dal Parco non è una semplice nota difensiva, ma una vera e propria carta d’identità delle aree protette italiane. 10 punti dedicati al “senso della conservazione”, al “significato che oggi assumono o dovrebbero assumere le aree protette” e all’“’idea di coesistenza che vogliamo ancora difendere in questo momento storico così delicato.”
“Un Parco non esiste per piacere a tutti”, recita il primo punto. “Esiste per custodire beni comuni che non possono difendersi da soli: ecosistemi, specie, processi naturali, paesaggi, legalità ecologica”. La conservazione, sottolinea il manifesto, non può essere schiava del consenso immediato, “ci sono momenti storici in cui tutelare la biodiversità significa anche reggere impopolarità, ostilità e semplificazioni senza arretrare sui principi essenziali”.
Tra i passaggi più significativi, l’Ente definisce la coesistenza come una “manutenzione civile” che richiede prevenzione, regole, risorse, controlli, responsabilità condivise, rifiutando l’idea che la fauna debba pagare il prezzo delle mancanze umane. “Il sistema pubblico non può diventare la soluzione automatica di ogni problema né, tantomeno, un premio all’irresponsabilità”, si legge nel quinto punto, riferito a chi pretende indennizzi senza aver adottato adeguate misure di prevenzione e custodia.
Ma è sul fronte della legalità che il manifesto si fa più duro. Bracconaggio e avvelenamenti non possono essere giustificati come reazioni comprensibili, sono invece “colpi violenti e ingiustificabili al territorio, alle comunità, alla coesistenza e allo Stato di diritto”. Il conflitto esiste e va riconosciuto, ma non può mai diventare un alibi per la violenza.
In sintesi, il documento definisce l’area protetta non come un mero perimetro amministrativo, ma come un argine culturale: “Quando cresce la tentazione di tornare alla logica dell’eliminazione, il compito del Parco non è soltanto gestire habitat e specie, ma tenere aperto uno spazio di civiltà ecologica”.
“Oggi il punto non è soltanto capire a cosa servano lupi e orsi – conclude il PNALM – Il punto è un altro: Homo sapiens è ancora capace di abitare il mondo senza entrare in “guerra” con tutto ciò che non controlla?”. Una domanda da cui “dipende il futuro della conservazione. Ma, ancora prima, dipende la qualità della nostra civiltà e della vita stessa”.
Le reazioni: l’antagonismo tra due mondi inconciliabili
Le risposte del pubblico al manifesto hanno confermato la presenza di due fronti in scontro aperto. Da un lato, una fetta consistente di utenti ha accolto il documento con sollievo, definendolo la “risposta più intelligente di questi giorni angosciosi”. In molti sottolineano come il problema sia squisitamente culturale, legato a una difficoltà per molti di uscire dai luoghi comuni, che vedono la natura come un ostacolo alle attività produttive.
Dall’altro lato, però, l’antagonismo è emerso con tutta la sua carica polemica, trasformando i social in un tribunale. Molti commentatori accusano l’Ente di “trincerarsi dietro le parole” per coprire presunte lacune gestionali, arrivando a rinfacciare dati sensibili come il mancato incremento della popolazione di orsi. Per questa parte di pubblico, il Parco sarebbe un “intruso”, colpevole di non saper mediare con le realtà produttive e di rifiutare strumenti di gestione più pragmatici – inclusi i controversi abbattimenti selettivi. Il manifesto diventa così un mezzo per “salvare la faccia” davanti a fatti ignobili che la gestione non avrebbe saputo prevenire.
Tra gli inviti più accorati rivolti all’Ente vi è di trovare i responsabili invece di produrre riflessioni filosofiche. La provocazione che emerge dai commenti più critici verso il sistema attuale è netta: non è il selvatico che deve adattarsi alle attività umane, ma sono le attività umane – comprese la zootecnia e la pastorizia – a dover sottostare ai limiti ecologici del territorio che le ospita.
Nonostante l’intensità del dibattito in atto e la distanza tra chi vede nel Parco un presidio di civiltà e chi lo considera un limite allo sviluppo, un terreno comune resta fermo: la condanna dell’illegalità. Anche i detrattori più severi riconoscono l’ignobilità degli avvelenamenti, segno che la difesa dello Stato di diritto rimane l’unica base su cui poter, un giorno, ricostruire un dialogo.





