Bivacchi CAI: cosa sono e perché devono restare essenziali. Benedetti: “Non cercano l’effetto speciale”
Il CAI e il ruolo dei bivacchi: non rifugi in miniatura ma presìdi essenziali, pensati per l’emergenza e per l’alpinismo in ambienti estremi. Giacomo Benedetti: “Il ‘Bivacco CAI’ non cerca l’effetto speciale. Non ambisce a diventare un’icona architettonica. Non vuole competere con il paesaggio, né imporsi su di esso".
Non sono rifugi in miniatura, né scorciatoie per vivere l’alta quota. I bivacchi alpini rappresentano qualcosa di più radicale: un richiamo al limite, alla responsabilità individuale e collettiva. È questo il messaggio emerso dal convegno “I bivacchi delle Alpi 1925-2025. Storia, progetti, usi, futuro”, tenutosi a Genova Bolzaneto, e rilanciato nell’intervento conclusivo del vicepresidente generale del Club Alpino Italiano con delega ai rifugi e alle opere alpine, Giacomo Benedetti.
Un intervento, recentemente pubblicato dall’associazione Cantieri d’Alta Quota, che tratta il tema del bivacco come strumento culturale e di sicurezza, riportando alla funzione originale di questo ricovero.
Il bivacco come scelta culturale
“Con il mio intervento vorrei piuttosto provare a fare un gesto semplice e necessario: ricomporre. Mettere in relazione ciò che è stato detto (durante il convegno, nda) e provare a capire che cosa ci portiamo a casa, non individualmente, ma come comunità”.
È da qui che parte la riflessione di Giacomo Benedetti, che sposta subito il piano dal singolo progetto alla dimensione collettiva: “Il Club Alpino Italiano, prima ancora di essere una grande organizzazione nazionale, è una famiglia. Una famiglia fatta di persone che discutono, a volte si confrontano duramente, ma che condividono una stessa responsabilità verso la montagna”.
In questo quadro, il bivacco assume un valore che va ben oltre la funzione pratica: “Il bivacco non è mai un oggetto neutro. È una presa di posizione. Racconta un’idea di montagna e, insieme, un’idea di come una comunità decide di stare in montagna”. Da qui, alla sintesi più detta dove spiega che “Nel CAI non costruiamo bivacchi solo per ripararci dal freddo, ma per ricordarci chi siamo”.
Bivacco e rifugio: due logiche diverse
Uno dei passaggi più chiari riguarda la distinzione tra bivacchi e rifugi, spesso confusi o sovrapposti nell’immaginario contemporaneo. “Bivacco e rifugio non sono due gradini della stessa scala. Non rappresentano una progressione, né una gerarchia. Sono due risposte diverse a due esigenze diverse, che parlano linguaggi differenti” spiega. “Il rifugio è un presidio territoriale stabile. È un’infrastruttura civile della montagna, inserita in una rete, affidata a una gestione, capace di svolgere funzioni molteplici: accoglienza, sicurezza, informazione, cultura, educazione ambientale. Il bivacco, invece, è una struttura minima, non gestita, spesso collocata in luoghi estremi”.
Il punto, però, non è solo descrittivo ma culturale. “Quando chiediamo a un bivacco di fare ciò che dovrebbe fare un rifugio – più posti, più comfort, più dotazioni – lo stiamo snaturando. E allo stesso tempo stiamo indebolendo il senso stesso del rifugio”. Tenere questa distinzione, conclude, “non è un esercizio teorico: è una scelta di responsabilità”.
Progettare in quota: sobrietà contro spettacolarizzazione
Il tema della progettazione emerge come uno dei più delicati. Negli ultimi anni, anche i bivacchi sono entrati in una logica di visibilità e spettacolarizzazione, con risultati non sempre sostenibili.
“Negli ultimi decenni abbiamo visto nascere bivacchi molto diversi tra loro. Alcuni hanno funzionato bene nel tempo, integrandosi nel contesto e svolgendo la loro funzione senza creare problemi. Altri, invece, hanno mostrato rapidamente i loro limiti”. Limiti che il vicepresidente ha molto chiari: “Strutture sovradimensionate, costi elevatissimi, soluzioni tecnologiche complesse, difficoltà di manutenzione, aspettative sbagliate da parte degli utenti”.
Nasce quindi da questa consapevolezza la necessità di un cambio di approccio. “Ogni bivacco è una decisione che impegna una comunità per decenni. Non è solo un progetto architettonico o ingegneristico: è una scelta culturale, economica e ambientale che produce effetti nel tempo”. Questioni che aprono a una domanda chiara, quando si immagina e si progetta un bivacco: “Questa struttura reggerà davvero lassù, negli anni, senza trasformarsi in un problema per chi verrà dopo?”.
È su questa base che nasce il concetto di “Bivacco CAI”: “Non un modello rigido e uniforme, ma una proposta culturale e tecnica” continua Benedetti. “Sobrietà progettuale, essenzialità funzionale, controllo dei costi, facilità di manutenzione, rispetto profondo del contesto ambientale e paesaggistico”. Ma, soprattutto, ricordarsi che “Il ‘Bivacco CAI’ non cerca l’effetto speciale. Non ambisce a diventare un’icona architettonica. Non vuole competere con il paesaggio, né imporsi su di esso. Accetta consapevolmente di essere discreto, quasi silenzioso”. Questo perché il suo ruolo è un altro. Non è quello di “Raccontare la montagna, ma esserci quando serve, senza pretendere nulla in cambio”.
Il rischio della “meta”
Il nodo più attuale riguarda l’evoluzione dell’uso dei bivacchi. Con l’aumento della frequentazione e la trasformazione della montagna in destinazione diffusa, cambia anche la percezione di queste strutture.
“Il bivacco nasce per rispondere a una condizione limite. Nasce dove non è possibile, e spesso non è nemmeno desiderabile, costruire altro. Non nasce per essere cercato, ma per essere trovato quando serve”. Una distinzione che oggi rischia di saltare. “Se il bivacco diventa una meta, se viene percepito come un luogo da raggiungere più che come una risorsa da utilizzare in caso di necessità, rischia di perdere la sua funzione originaria”. E con essa, anche il messaggio che porta. “Il bivacco non facilita la montagna, ma la rende più leggibile. Ricorda, con la sua stessa essenzialità, che l’alta quota resta un ambiente severo”.
Il filo rosso è quello della responsabilità, parola che attraversa tutto l’intervento. Benedetti lo esplicita nel passaggio finale: “Nel CAI siamo abituati a parlare di tecnica, di sicurezza, di strutture, di progetti. Ma se togliamo questi elementi dal loro contesto più profondo, rischiano di diventare solo procedure” afferma. “Il CAI non è fatto di procedure: è fatto di persone. Nel CAI infatti non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla nostra responsabilità”. Responsabilità “verso la montagna, innanzitutto. Una montagna che non ci appartiene, che non è un fondale, che non è un parco giochi”. Ma anche verso chi la frequenta oggi e, soprattutto, verso chi verrà dopo. “Ogni bivacco che costruiamo, ogni rifugio che ristrutturiamo, ogni sentiero che tracciamo o manteniamo, è un messaggio lasciato nel tempo”. Difendere quindi il senso del bivacco “significa difendere il senso del limite. E difendere il limite, oggi, è forse uno degli atti più controcorrente e necessari che possiamo compiere”.









