Il Rifugio Belvedere: un presidio di inclusione nel cuore dei Sibillini
Dopo oltre 2 anni di chiusura, l’associazione "L'Aria Dei Sibillini" ha riaperto le porte del Belvedere a Forca di Presta. Il presidente Elio Mandozzi ci ha accolti virtualmente in questo rifugio che mette al centro i più fragili.
Il 18 aprile 2026, tra le vette dei Monti Sibillini, è stato ufficialmente inaugurato il rifugio Belvedere. Situato a 1.577 metri di quota sul valico di Forca di Presta – naturale “porta” tra Marche e Umbria – la struttura riapre le porte al pubblico dopo oltre 2 anni di chiusura, grazie all’impegno dell’associazione L’ Aria Dei Sibillini, nata dal desiderio di un gruppo di amici di valorizzare il patrimonio paesaggistico locale attraverso la tutela dell’ambiente e la promozione sociale.
La riapertura del Belvedere rappresenta un segnale importante per un territorio profondamente ferito dal sisma del 2016, ma ancora vibrante di energia turistica. Non si tratta infatti di un semplice punto di ristoro per turisti ed escursionisti ma di un presidio di sicurezza e, soprattutto, del punto d’arrivo del “Sentiero per Tutti”, un percorso accessibile che abbatte le barriere architettoniche in alta quota. Abbiamo contattato Elio Mandozzi, presidente dell’associazione, per farci raccontare il passato, il presente e il futuro di questo rifugio che mette al centro i più fragili.
Elio, la riapertura del rifugio arriva dopo oltre 2 anni di chiusura: si è trattato di una conseguenza di danni legati al terremoto?
No, il rifugio non ha subito danni a seguito del terremoto del 2016. Di recente è rimasto piuttosto vittima di atti vandalici. Quando siamo saliti la scorsa estate con Domenico Pala, il Presidente della Comunanza Agraria di Pescara del Tronto, proprietaria della struttura, e la Direttrice del Parco Nazionale dei Monti Sibillini Maria Laura Talamè, abbiamo trovato porte divelte e scritte sulle pareti. Nonostante la vicinanza alla faglia del Monte Vettore, la struttura ha retto bene perché è una baita in legno su basamento in pietra. Al contrario, il rifugio degli Alpini, poco distante ma costruito in cemento, è inagibile proprio dal 2016. La chiusura a fasi alterne, che lo ha caratterizzato negli anni, non è da imputarsi al sisma ma alla disponibilità di gestori.
La sua associazione si è dunque fatta avanti per riaprire delle porte importanti, in un territorio povero di presidi in quota. Saprebbe dirci quando è nato il desiderio di prendere in gestione il rifugio?
Devo ammettere che personalmente ci pensavo da un po’. Io sono nato e vivo tutt’oggi ad Ascoli Piceno, frequento queste montagne da quando avevo 12 anni, per cui mi sono appassionato nel tempo. Il Belvedere è di per sé un luogo suggestivo: è una delle poche baite in legno dell’Appennino, dove la maggioranza dei rifugi è in pietra. Un altro esempio è il rifugio Franchetti al Gran Sasso. In passato qui c’era un vecchio ricovero per pastori in pietra, dichiarato inagibile prima del 2000. Il Parco dei Sibillini ha avuto l’ottima intuizione di abbattere la vecchia struttura per costruire l’attuale rifugio, dotato di servizi accessibili ai disabili, e realizzare un sentiero per raggiungerla che fosse anch’esso accessibile a tutti. Il progetto, firmato dall’architetto Alberico Alesi, è rimasto però “incompiuto”: il sentiero c’era, il rifugio anche, ma spesso lo si trovava chiuso. Pertanto, abbiamo pensato che fosse essenziale riaprirne le porte.
Qual è la vostra strategia per rendere la struttura davvero operativa?
L’intenzione dell’associazione è renderlo fruibile il più possibile. Attualmente siamo aperti nei fine settimana e nei festivi, ma per l’estate contiamo sull’aiuto di volontari per garantire l’apertura quotidiana. Io stesso, che insegno in un istituto professionale, dal prossimo anno ridurrò l’impegno a scuola proprio per dedicarmi anima e corpo alla promozione del rifugio.
Possiamo chiederle qualche dettaglio sul “Sentiero per Tutti” che conduce al rifugio?
È un sentiero che presenta un dislivello minimo, sui 50 metri, percorribile anche con le sedie a rotelle. Tra l’altro il Parco lo scorso settembre ha curato la manutenzione dell’ultimo tratto di passerella in legno, su nostra indicazione, per garantire la messa in sicurezza del percorso.
Oltre all’accoglienza, avete in mente di promuovere attività corollarie?
Sì, assolutamente. Siamo già in contatto con l’associazione Astrofili Forca Canapine per promuovere serate di osservazione del cielo, e con realtà di Civitanova Marche che assistono persone con disabilità, per organizzare campi estivi che prevedano anche il pernotto in tenda. Uno dei nostri soci si occupa poi di “montagnaterapia” e con il CAI Val Vibrata Monti Gemelli portiamo persone adulte con disagio mentale in montagna, a contatto con la natura, insieme ai loro educatori. L’intento è di promuovere attività con attenzione maggiore per le fasce più deboli, anche perché io provengo da questo contesto. Nei primi anni di attività scolastica sono stato un insegnante di sostegno, ho lavorato in centri che si occupavano di ragazzi con disagio mentale e handicap. Altri miei collaboratori lavorano in questo campo. Più che un classico bar-ristorante, vogliamo che il Belvedere sia un luogo di accoglienza per i più fragili.
In qualità di esperto della zona, ci può raccontare se e come è cambiato il turismo dopo il 2016?
Subito dopo il terremoto si è vissuta la fase di un turismo da curiosità. Si veniva in queste zone per vedere i segni del terremoto, addirittura c’era chi andava in pullman ad Amatrice per fotografare le macerie. Una fase turistica, a tratti macabra, che fortunatamente è passata. È anche vero che questa forma di turismo ha dato nuova linfa alla ristorazione, laddove erano presenti strutture ricettive e gastronomiche. Ma la zona di Arquata del Tronto da questo punto di vista risulta penalizzata. A parte l’area food di Castelluccio, ad Arquata ci sono un bar e un ristorante. Il turismo ha un carattere “mordi e fuggi”, le persone arrivano, prendono un panino e vanno via. Dopo la pausa forzata del Covid, è iniziata purtroppo una nuova fase di incremento degli afflussi turistici, fenomeno noto ed esteso a tutta Italia.
A cosa dobbiamo questo “purtroppo”?
Secondo le stime del CAI, parliamo di un 40% in più di presenze, una percentuale elevata che include molte persone che non hanno adeguate conoscenze e competenze di montagna. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi, basti pensare al crescente inquinamento lungo i sentieri. Il primo giorno in cui siamo saliti al rifugio per avviare le fasi di pulizia, abbiamo raccolto sacchi enormi di rifiuti abbandonati intorno alla baita. Esempio emblematico in zona è quello del bivacco Zilioli, il cui retro in estate si trasforma in una latrina. In tal contesto, risulta estremamente importante disporre di presidi sul territorio. Il rifugista diventa un presidio di garanzia e sicurezza, di accessibilità ma anche di controllo. Vi faccio un esempio, a ottobre ero al rifugio e con il binocolo ho notato un principio di incendio in un bosco. Ho allertato i Vigili del Fuoco che sono così riusciti a raggiungere la zona tempestivamente e spegnere le fiamme. Stiamo anche cercando di acquisire un defibrillatore, che è uno strumento di cui è importante poter disporre in quota.
Il turista poco competente, cui faceva cenno, è un turista che spesso va educato alla vita in rifugio. State trovando difficoltà in tal senso?
Considerate che il rifugio non dispone di allacci elettrici o impianto idraulico. Disponiamo di un piccolo pannello solare, in grado di fornire alimentazione per le luci e la ricarica dei cellulari e l’acqua viene raccolta alla fontana di Forca di Presta. Abbiamo due serbatoi, collegati a una pompa che alimenta lo scarico del bagno – accessibile anche ai disabili – e dobbiamo andarli a ricaricare, spostandoci con la jeep, ogni volta che l’acqua finisce. Capite bene che serva un uso consapevole delle risorse. Tra i clienti c’è chi comprende questi limiti e chi pensa di trovarsi di fronte a un ristorante dotato di servizi e comfort da città. C’è chi mostra sensibilità e chi no. C’è chi capisce e chi esige. Ci auguriamo di riuscire a sensibilizzare le persone su queste “problematiche”. Il Belvedere vorremmo che fosse un punto di riferimento e di contemplazione, un luogo dove riposare testa e gambe, rispettando la montagna.
Nota di redazione: il rifugio è alla ricerca di personale volontario per la stagione estiva. Maggiori informazioni nel post a seguire.








