Alta quota

Rustam Nabiev, in cima al Mera Peak, a forza di braccia. Ora punta all’Everest

Dopo aver perso le gambe nel 2015 in un incidente, è rinato grazie alla montagna. L’alpinista russo Rustam Nabiev è oggi in Nepal per tentare l’Everest: nelle scorse settimane ha raggiunto Lukla e salito il Mera Peak per acclimatarsi, ora il progetto entra nel vivo sul Tetto del Mondo.

“La mia nona vetta: Mera Peak – 6476m. Acclimatazione fatta, il prossimo obiettivo è l’Everest!”  Racconta così il suo progetto Rustam Nabiev, con una foto di lui in cima al Mera Peak, in Nepal. Alza il braccio al cielo con la picca stretta in mano e sorride.

Avevamo già parlato di lui qualche anno fa, nel 2021, quando il 2 ottobre aveva raggiunto la vetta del Manaslu, e ci aveva colpito. Perché la sua salita non era una delle tante, Rustam era salito a forza di braccia trascinandosi su per i pendii ghiacciati dell’ottava montagna più alta della Terra.

Rustam non ha le gambe, le ha perse quando la caserma in cui prestava servizio gli è crollata addosso. Ex paracadutista russo, nel 2015 rimane gravemente ferito e resta a lungo in condizioni critiche. Quando ritorna alla vita scopre l’amputazione ma, anziché sprofondare nella disperazione, trova una forza che forse nemmeno lui sapeva di avere. Nabiev si reinventa atleta e alpinista, scegliendo la montagna come terreno di rinascita.

Nel 2020 raggiunge la vetta dell’Elbrus, la cima più alta d’Europa, salendo esclusivamente con la forza delle braccia. Si tratta della prima montagna della sua seconda vita. Nel 2021 tocca al Manaslu (8163 m). Anche qui, Rustam dimostra che il limite può essere ridefinito, adattando tecnica, ritmo e strategia alle sue condizioni fisiche. Si inventa letteramente un modo di salire. Assicurato da un team di guide e portatori d’alta quota sale, una bracciata alla volta, senza utilizzare protesi.

Da allora il suo percorso è un crescendo: spedizioni, vette, allenamenti. Fino alla decisione di guardare alla montagna più alta del Pianeta, l’Everest.

“Oggi è il quarto giorno da quando ho lasciato la Russia. E ora sono a Lukla, il luogo da cui inizia il cammino verso la vetta dell’Everest” scriveva poco dopo l’arrivo in Nepal. “Ho conosciuto e visto questi posti mille volte in televisione. Ora sono qui. Ed è ancora difficile da realizzare”. Alle sue spalle, la pista di appena 527 metri del Aeroporto Tenzing-Hillary. Davanti, un percorso lungo settimane verso la montagna più alta della Terra.

La spedizione

Come molti altri alpinisti, in questa stagione, anche Rustam ha scelto di realizzare la prima parte dell’acclimatazione sulle cime minori nelle vicinanze dell’Everest. Una buona scelta visti anche i ritardi nella preprazione della via a cui si sta assistendo sull’Everest. Così, dopo una prima tappa nel villaggio di Kote (3600 m), ha raggiunto il campo base del Mera Peak (6476 m) raggiungendone poi la vetta. “Una piccola vittoria, verso una strada più grande”.

Una tappa strategica per abituare il corpo alla quota, testare materiali e condizioni fisiche. “L’acclimatamento è un processo in cui insegni al tuo corpo a vivere dove l’ossigeno diminuisce a ogni metro” racconta prima di addentrarsi in una meticolosa spiegazione della logistica che l’ha portato fin qui. “In alta quota gli errori non vengono perdonati” scrive. “Ci sono cose su cui non posso avere controllo: meteo, valanghe, i rischi oggettivi della montagna. Ma sulla mia salute sì: devo esserne sicuro al 100%. Un approccio lucido, quasi chirurgico, che racconta molto del suo modo di vivere la montagna.

Dopo il Mera Peak, il prossimo passo sarà il trasferimento verso il campo base dell’Everest, previsto nelle prossime settimane. Solo allora inizierà la vera partita: rotazioni di acclimatamento, recupero è attesa della finestra meteo.

“Adesso semplicemente ci godiamo il momento. Perché più in alto non ci sarà comfort, né vita quotidiana”.  Poi chiude con una frase secca, che dice tanto, ma anche troppo poco di quello che è il suo messaggio. “Adesso stiamo scrivendo la storia”.

Allora per raccontarlo siamo andati a recuperare quel che scriveva anni fa, quando era agli inizi. Voglio dimostrare che la mia disabilità non è una condanna, ma piuttosto una nuova pagina della vita, con le sue avventure. La vita è bella. Non importa quello che succede. Lo dico sempre ai miei lettori: non ci si deve lamentare, rovinandosi l’esistenza. I 24 ragazzi che sono morti quando la caserma è crollata sarebbero stati fin troppo felici di fare cambio con la mia situazione, o con la vostra. Ma ora sono sepolti sottoterra. E penso che questo sia un buon motivo per non mollare mai”.

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