A tu per tu con Nicola Tondini: dalle prime invernali all’importanza dello stile
L’alpinista veronese si racconta, fra l’amore per le Dolomiti e l’avventura di King Rock. E svela qualche suo progetto futuro
Classe 1973, Nicola Tondini è ingegnere, guida alpina e alpinista. Non necessariamente in quest’ordine. Certo è che da quando ha iniziato ad arrampicare – nel 1986, a circa tredici anni – la montagna lo ha talmente stregato da diventare ben presto il collante di tutte e tre le sue professioni. Sì, anche di quella ingegneristica.
«Proprio partendo da quest’ultima ho realizzato e gestito King Rock da quando è nata, nel 2008». Al tempo, le palestre d’arrampicata in Italia non erano tantissime e le ambizioni di questa struttura innovativa, nel cuore di Verona, hanno continuato a crescere negli anni. «Nell’ottobre di due anni fa abbiamo ampliato notevolmente l’area boulder, con investimenti molto importanti».
Prima di King Rock, però, la roccia vera. Come ti sei avvicinato all’arrampicata e al mestiere di guida alpina?
«Arrampicavo già da tre anni quando nel 1989 misi piede per la prima volta in Dolomiti. Da lì non ho più smesso e ho cominciato i corsi per diventare guida alpina piuttosto giovane, a 22 anni. Nel frattempo mi ero messo a studiare ingegneria e inizialmente non sapevo nemmeno che i corsi guida esistessero. Cercavo di arrampicare per il semplice gusto di farlo, ben lungi dal ricercare in questo una professione. Ero già stato sulla parete sud della Marmolada, in Val Masino a fare anche delle invernali e avevo ripetuto varie vie pure sul Monte Bianco. Ma lo facevo puramente perché mi piaceva. Nell’inverno del 1995, alcuni amici con cui andavo in montagna mi hanno proposto di fare le selezioni per diventare guida perché avevano appena conosciuto degli aspiranti, ed erano rimasti stregati dai loro aneddoti e anche dalle prospettive future che quel percorso poteva dare».
Prospettive che si sono ben avverate, nel tuo caso.
«Sono stato decisamente fortunato, perché ho deciso di incentrare la mia carriera di guida alpina sulla ripetizione di vie alpinistiche piuttosto ambiziose ed impegnative. Per la maggior parte del tempo accompagno i miei clienti lungo itinerari quali la Philipp-Flamm, Tempi Moderni o la via Attraverso il pesce in Marmolada. Chiaramente non sono le mie uniche uscite, ma quelle su cui mi prendo le soddisfazioni più grandi, anche dal punto di vista professionale».
Su questi stessi itinerari d’altronde hai costruito anche la tua carriera alpinistica personale, slegata dal rapporto con i clienti.
«Sì, quando ho ripetuto per la prima volta quelle vie si è trattato di realizzazioni molto importanti per capire che avrei potuto continuare a fare cose impegnative in montagna. Fra quelle che mi sono rimaste nel cuore ci sono sicuramente però le prime invernali, un tipo di alpinismo che mi è sempre piaciuto molto. Dalla via dei Cinque Muri in Vallaccia nel 2000 alla Dulcis in fundo di Torre d’Alleghe, in Civetta, cinque anni fa».
A proposito del Civetta, su quella montagna hai forse scritto le tue pagine più belle.
«Decisamente. La nord-ovest del Civetta è la mia parete d’elezione. La prima invernale di Capitan Sky-hook nel 2010, è legata per esempio a ricordi indelebili. Ero con Alessandro Baù, l’avevo già ripetuta tre volte in estate e andare a farla in inverno aveva catturato i nostri sogni più reconditi. Sogni iniziati quel giorno con gli sci ai piedi, partendo dal rifugio Coldai alle due del mattino, e portati a termine 28 ore dopo, sempre allo stesso rifugio. Ma prima ci eravamo sentiti per varie settimane con l’idea di tentare qualcosa di ancora più ardito, che poi avremmo realizzato nel febbraio del 2012: la prima ripetizione invernale della via Kein Rest von Sehnsucht, sempre alla nord-ovest del Civetta. La voglia di avventura era veramente tanta».
Fra le vie che hai aperto, sempre con un occhio di riguardo alle Dolomiti, quali senti più tua di tutte?
«Difficile rispondere senza citarne ognuna. Quo Vadis al Sass dla Crusc, per il livello di difficoltà e la bellezza della linea, è sicuramente ineguagliabile. Ma se devo rispondere per il significato più intimo della salita direi la via Non abbiate paura di sognare, sempre alla nord-ovest del Civetta. È un itinerario in cui ho coinvolto nel tempo più persone, ma che è rimasto prevalentemente mio, anche a livello pratico, perché ero ogni volta il primo della cordata».
Quale realizzazione, a proposito di dinamiche di cordata, ha invece significato di più in termini di relazione umana?
«Stando sul Civetta, Colonne d’Ercole ed Enigma: la prima è diventata un simbolo che ci viene spesso riconosciuto, a me e ai due Alessandri che mi accompagnavano (Beber e Baù, ndr). E poi ogni altro progetto che è nato e che sta nascendo in questi anni ha una carica importante in termini di collaborazione e amicizia. Penso alla via Pilastro Renato, dedicata allo storico gestore del rifugio Coldai, Renato De Zordo, e aperta sempre con Baù e con il supporto di Alessandro Beber la scorsa estate. Lo stile che seguiamo è quello di non lasciare quasi nulla in parete e diciamo che per come concepisco la montagna è spesso proprio lo stile ad accomunare e definire lo spirito di una cordata e delle relazioni interumane che la caratterizzano».
Etica, stile, sono parole che ritornano in alpinismo. Anche se spesso il loro senso resta sfuggente.
«L’etica è per me il rispetto di quanto è stato fatto prima, da chi ci ha preceduto. Significa approcciare la montagna senza cancellarne il passato, ma riconoscendolo invece come parte integrante della storia di una parete. Una storia da tutelare, evitando per esempio di sormontare i tiri di altre linee o di modificare qualche cosa nella via che si desidera salire. Se però l’etica riguarda il passato, con lo stile si tende al futuro. È ciò che uno sceglie di fare, deliberatamente: aprire in libera senza fare artificiale, non usare il trapano. Nel nostro caso, ci sembra importante che i ripetitori trovino quello che abbiamo trovato noi. Nulla di più».
E a proposito di futuro, quali progetti ti attendono?
«Non ti nascondo che è la one push della via Pilastro Renato è qualcosa che vorremmo tentare quest’estate. Ho in cantiere un’altra via in Marmolada da finire, un progetto che ormai si sta protraendo negli anni. Anche la Val d’Adige è una fucina di nuove idee e di nuovi talenti: per me è un onore poter continuare ad essere d’ispirazione e insegnamento, anche per le nuove leve della mia zona che si approcciano ad una visione dell’arrampicata e dell’alpinismo simile alla mia».




