Alpinismo

Maspes: alpinismo senza eroismo

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SONDRIO — "Up non vuole mostrare un alpinismo rischioso, del tipo cima a tutti i costi. Al contrario è un progetto che viaggia su quella leggerezza di spirito che può accompagnare anche l’esplorazione e la salita di montagne difficili e complesse." Sono queste le parole di Luca Maspes, capospedizione di Up Project, al suo rientro dalla Patagonia. 

Maspes, dopo la frana che le è piombata addosso, il suo è stato un rientro obbligato…
Dal punto di vista fisico non avevo scelta. Ho un brutto taglio al piede che mi impedisce ancora di camminare agevolmente o infilare gli scarponi, quindi non sarei stato molto utile alpinisticamente nella seconda parte del Trip Two. Meglio quindi il rientro in Italia anticipato per poter seguire tutto da qui. Gestendo la comunicazione web insieme ad Hervé. Non vestirò solo i panni dell’alpinista ma anche “voce dalla Patagonia” e responsabile della parte più mediatica di questo viaggio. Ogni sera aspetterò le loro comunicazioni…
 
Via telefono?
Sì, per stare leggeri con i carichi che erano già pesanti – visto che ce li siamo portati tutti noi nei campi base della Patagonia – abbiamo optato prima di partire per un collegamento telefonico e basta. Solo un telefono satellitare Iridium, niente computer, nessuna possibilità di inviare fotografie se non quando si è nei paesi dove – anche qui – è arrivata la rete. Con l’hi-tech abbiamo quindi limitato tutto rispetto al Trip One. Anche optando per l’utilizzo di videocamere più leggere, di cui purtroppo una è finita sotto la frana del Piergiorgio.
Frana a parte, quali risultati ha ottenuto la prima parte del progetto?
Nel primo mese siamo stati un po’ limitati con il materiale fotografico per via della solita fretta patagonica, sempre di corsa quando il tempo è bello. Siamo più soddisfatti invece della documentazione video. Credo ne uscirà un buon filmato.
 
Farai il capospedizione dall’Italia?
No, assolutamente. Come se fossi ancora là con la banda di UP, potrei solo ricevere e dare dei consigli a persone che comunque non ne hanno troppo bisogno. Hervé, reduce dal Piergiorgio, sa bene che la sorte non bisogna sfidarla troppo e così anche Giovanni, Pala e Berna hanno un bagaglio di esperienze che non vogliono dire azzardare troppo nel pericolo. Sicuramente sapranno fare la scelta giusta nel momento giusto.
 
Quindi niente “eroismi”?
Lo spero.
 
Come sul Piergiorgio, bestia nera di questo primo mese del Trip Two?
Quando fai tutto quello che puoi, è difficile cercare rimpianti e ipotetici errori. L’abbandono dell’obiettivo alpinistico primario a causa di uno o più eventi imprevedibili fa parte di quel “gioco” che abbiamo deciso di fare da tanti anni. Non ci sono spedizioni fallite e spedizioni riuscite. Ognuna ha una sua storia e ogni compagno di viaggio ne darà una versione diversa.
 
E qual è il tuo giudizio?
Sicuramente ricorderò l’ultimo mese patagonico come il più fortunato della mia carriera. Per gli altri – e glielo facevo notare spesso – dovrebbe essere stata una rocambolesca avventura in cui c’era in ballo qualcosa di alpinisticamente molto importante che è stato affrontato a testa alta e con lo spirito giusto. Dopo tutto quel che è successo non ci siamo persi d’animo. I ragazzi hanno effettuato altre salite che chiamiamo di “contorno”. Ma che comunque sono belle soddisfazioni per il nostro mese patagonico: la Guillaumet per due vie diverse e la Poincenot salita di corsa. Se a questo aggiungo il fatto che per Hervé, Panda, Kurt e Yuri era la prima esperienza in Patagonia, non posso che essere felicissimo per loro.
 
Che differenza c’è fra il primo viaggio e questo?
Sono due esperienze diverse, anche per impostazione. Nel Trip One in Karakorum partivamo senza obiettivi alpinistici precisi, ma solo con la voglia di esprimere il nostro alpinismo. Eravamo un gruppo di nove persone estremamente variegate. Il risultato che abbiamo ottenuto è quello di esserci divertiti facendo quello che ci piaceva di più, immersi tra montagne selvagge e senza nome.
In Patagonia invece è stata tutt’altra storia. Avevamo un primo obiettivo di grande spessore su cui far confluire forze e attenzioni. Non un’intera catena montuosa da esplorare, ma solo una parete liscia e difficile in un luogo decisamente ostile, più per le sue condizioni meteorologiche che per la difficoltà del salire.
 
Tutto più difficile quindi…
Beh, anche se non c’era il problema della quota, a livello di fatica forse superiore, poi un gioco più intenso che nel precedente viaggio, senza la logistica d’appoggio delle spedizioni in Himalaya (campo base, cuochi ecc.) e senza possibilità di pensare ad altro che non il Cerro Piergiorgio. Lo abbiamo chiamato il “mono-obiettivo” patagonico. Sai che vai a provare qualcosa di grosso ma con possibilità di successo che non dipendono solo dalla bravura del team. Devi anche affidarti al caso e alla "buona suerte", nel nostro caso una richiesta molto esigente di almeno 5 o 6 giorni di bel tempo. Per questo, molti di noi invidiavano gli altri climber in Patagonia che scorrazzavano senza meta sulle più belle vie di roccia della zona. Con salite in giornata o poco più.
 
Previsioni per il San Lorenzo?
Raggiungere il campo base lo considero già un successo. Visto che i ragazzi della banda mi hanno informato che si sono stati problemi con i proprietari terrieri di quella zona, la valle del Rio Oro, percorso di avvicinamento dal lato argentino della montagna. Raggiunto il campo base, la banda dovrà vedere e capire se la parete Nordest di questa dura montagna sarà in condizioni ottimali per un tentativo. Confidiamo in un arrivo anticipato dell’autunno, che possa portare un po’ di neve e quel clima freddo necessario per poter provare a salire una linea di ghiaccio e misto come quella.
 
Dopo la Patagonia, cosa c’è nel futuro di Up?
Calma e sangue freddo: prima di aprir bocca sulle prossime mete è meglio aspettare la fine di questo secondo viaggio!
 
Sara Sottocornola

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