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Cambiamenti climatici, in 50 anni spariti 2 ghiacciai delle Alpi Giulie

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Ghiacciaio del Montasio (Photo courtesy www.meteoweb.eu)
Ghiacciaio del Montasio (Photo courtesy www.meteoweb.eu)

MILANO — Dei sette ghiacciai precedentemente censiti, due non ci sono più. O almeno rispetto all’ultimo catasto compilato tra il 1959 e il 1962, oggi i ricercatori hanno contato nelle Alpi Giulie due ghiacciai in meno, tutti situati nei gruppi del Canin e del Montasio. Non solo: in circa 50 anni la superficie complessiva dei ghiacciai si sarebbe ridotta quasi del 50 per cento, l’ennesima evidenza dell’incidenza dei cambiamenti climatici sulle nostre  montagne.

I risultati emergono dagli studi realizzati dal Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani, un progetto coordinato dall’Università degli Studi di Milano e dal Comitato EvK2Cnr mediante una convenzione con Levissima e con la consulenza scientifica del Comitato Glaciologico Italiano. I dati sono preliminari e riguardano il glacialismo del Friuli Venezia Giulia.

“In questa regione è presente la superficie glaciale totale più piccola in Italia – spiega Claudio Smiraglia, professore all’Università degli Studi di Milano e ricercatore del Comitato EvK2Cnr -, se si eccettua l’Abruzzo. Sono stati individuate nei gruppi del Canin e del Montasio 5 unità glaciali tutte inferiori a 0,1 chilometro quadrato, quasi tutti classificate come ‘glacionevati’, cioè come corpi glaciali di piccole dimensioni, non dotati di evidenze di flusso, che nell’attuale fase di deglaciazione globale possono essere considerate forme che preludono all’estinzione. La loro superficie complessiva copre una percentuale molto ridotta del glacialismo italiano”.

Il gruppo del monte Canin e la Catena Jôf Fuârt-Montasio si trovano nelle Alpi Giulie: il primo raggiunge l’altezza massima di 2587 metri, il secondo di 2754 metri. Rispetto alle grandi Alpi Occidentali, sono quindi altitudini molto inferiori, che incidono anche sulle dimensioni dei ghiacciai esistenti.

“Sono i corpi glaciali più orientali d’Italia – spiega ancora Smiraglia -, alimentati da valanghe e quasi interamente ricoperti da detrito, che riescono a sopravvivere nonostante le quote relativamente limitate delle bellissime montagne calcaree che li ospitano, grazie all’esposizione settentrionale, all’alimentazione da valanga e alla copertura detritica. Il loro interesse di studio e il loro fascino paesaggistico non risiedono quindi nelle loro dimensioni, quanto piuttosto nelle caratteristiche sopra esposte, che ne fanno elementi unici del paesaggio di gruppi montuosi famosi nelle Alpi Giulie. Rispetto al precedente catasto del Comitato Glaciologico Italiano 1959-1962 si segnala una lieve riduzione di numero da 7 a 5 e una forte riduzione di superficie complessiva (da 0,38 chilometri quadrati a 0,19 chilometri quadrati)”.

Un dato eclatante che rende l’idea di come e di quanto i cambiamenti climatici stiano incidendo sull’aspetto e sulle caratteristiche delle nostre montagne. Tuttavia, spiega Smiraglia, bisogna leggere i dati nel giusto modo e tener presente le differenze fra le metodologie di ricerca utilizzate negli studi di oggi e in quelli di 50 anni fa.

“Va tuttavia segnalato  – conclude infatti il professore – che l’individuazione e la delimitazione precisa di questi corpi glaciali è molto difficoltosa a causa delle loro limitate dimensioni e della copertura detritica o valanghiva. E’ molto probabile che vi siano altre placche di ghiaccio sepolte dal detrito al momento non individuate o al di sotto dei limiti areali di catastabilità scelti dal presente catasto; vanno inoltre sottolineate le grandi differenze di metodologie di raccolta dei dati fra i due catasti. Tutto ciò deve suggerire cautela nel considerare i dati quantitativi e anche il confronto con le situazioni pregresse si prospetta difficoltoso a livello di dettaglio. Ne scaturisce tuttavia una chiara linea di tendenza al regresso che allinea il glacialismo friulano all’andamento del glacialismo alpino”.

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