Sul Ciardoney, a inizio giugno, la neve è già finita: perché anche le nevicate primaverili non bastano a salvare i ghiacciai
Sul ghiacciaio del Gran Paradiso la copertura nevosa continua si è esaurita con quasi un mese di anticipo rispetto alla norma recente. Un segnale che, alle porte della stagione della fusione, ci ricorda come possa anche nevicare molto, ma se poi arrivano caldo, secco e radiazione solare intensa, il bilancio dei ghiacciai resta negativo.
Sul Ghiacciaio Ciardoney, nel Gran Paradiso, la neve caduta nel corso della stagione invernale è già finita alla fronte del ghiacciaio. Martedì 9 giugno, infatti, è stato registrato l’ultimo giorno con copertura nevosa continua sul pianoro monitorato davanti alla fronte glaciale, a circa 2850 metri di quota: da quel momento, in quell’area, il manto nevoso stagionale ha smesso di proteggere in modo continuo il terreno antistante il ghiaccio. A segnalarlo sono gli esperti della Società Meteorologica Italiana – Nimbus, che dalla stagione del 2012-13 segue le condizioni di innevamento in quest’area anche attraverso osservazioni da remoto e misure in loco. Il dato allarmate è che quest’anno la neve si è esaurita con ben 28 giorni di anticipo rispetto alla mediana del 2013-2025. Nelle ultime calde estati, solamente il 2022 aveva fatto peggio, con l’ultimo giorno di neve al suolo registrato il 23 maggio.
Il dato colpisce (anche gli esperti) perché arriva dopo un inverno non privo di nevicate. Infatti, tra la metà dicembre e il mese di marzo, gli episodi nevosi sono stati frequenti nelle alpi dell’Ovest. Infatti a fine maggio, sempre secondo le misure effettuate e diffuse da Nimbus, lo strato di neve residuo al termine della stagione di accumulo risultava ancora significativo. Purtroppo però l’eccezionale fase calda che ha caratterizzato la terza decade di maggio, unitamente alle scarse nevicate primaverili, ha accelerato la fusione del manto nevoso, con il risultato che la stagione di protezione garantita dalla neve si è chiusa decisamente troppo presto.
Questo dato, che può sembrare per addetti ai lavori, ci ricorda una realtà fondamentale: per un ghiacciaio non conta solo quanta neve cade, ma quando cade e quanto a lungo resta al suolo.
Infatti, sebbene la neve primaverile possa dare un’impressione rassicurante, con le cime che tornano bianche e la pronta percezione che il ghiacciaio sia “in forma”, purtroppo da un punto di vista glaciologico il discorso è più complesso. Il bilancio di massa di un ghiacciaio dipende dall’equilibrio tra accumulo (di neve che diventa ghiaccio) e ablazione (cioè perdita di massa per fusione), sublimazione e altri processi. E così, se anche a cavallo tra l’inverno e la primavera arrivano copiose nevicate, il manto da loro lasciato a coprire le alte quote viene rapidamente rimosso da temperature elevate, aria secca, vento caldo o forte radiazione solare, per cui il beneficio risulta essere molto limitato.
L’importanza della copertura nevosa è data da quello che tecnicamente si chiama effetto albedo. La neve, in pratica, funziona come una coperta chiara: finché ricopre il ghiaccio, riflette una parte importante della radiazione solare e così ritarda l’esposizione del ghiaccio vivo, più scuro e quindi più capace di assorbire energia. Quando però la neve scompare a giugno, il ghiacciaio entra molto presto nella stagione più critica: quella in cui le giornate sono lunghe, il sole è alto sull’orizzonte e ogni ondata di caldo può trasformarsi in perdita sostanziale e diretta di massa glaciale.
È per questo che un singolo inverno nevoso non “salva” un ghiacciaio, in un clima che si riscalda. Le nevicate abbondanti possono migliorare temporaneamente il bilancio di una stagione, ma vengono facilmente annullate da primavere calde, estati lunghe e zero termico frequentemente elevato.
Il caso del Ciardoney è un esemplare indicatore locale di una dinamica molto più ampia. La criosfera alpina non sta cambiando solo perché nevica meno, ma perché stanno cambiando anche tutte le condizioni al contorno delle nevicate: cambia la quota dello zero termico, cambia la durata dell’innevamento, cambia la frequenza degli episodi di caldo fuori stagione, cambia la capacità del manto nevoso di sopravvivere fino all’estate. Nel caso del Ciardoney Nimbus segnala una tendenza all’anticipo dell’esaurimento del manto nevoso di circa 19 giorni per decennio.
Queste riflessioni arrivano a pochi mesi dalla chiusura del 2025, proclamato dalle Nazioni Unite l’Anno Internazionale per la Conservazione dei Ghiacciai. Una iniziativa che si è posta l’ambizioso obiettivo di richiamare l’attenzione globale sul ruolo di ghiacciai, neve e ghiaccio nel sistema climatico e nel ciclo idrologico, e sugli impatti della loro rapida fusione.
Il 2025 è stato anche l’anno in cui, in Italia e in Europa, il tema della protezione dei ghiacciai è uscito sempre più dal solo perimetro scientifico per entrare in quello politico e territoriale, grazie a esperienze come quella del Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse, promosso da CAI, Comitato Glaciologico Italiano, CIPRA Italia, EUMA e Legambiente. Il manifesto parte proprio dalla consapevolezza che i ghiacciai non sono solo paesaggio o memoria climatica, ma infrastrutture naturali decisive per l’acqua, il rischio, gli ecosistemi, il turismo, l’agricoltura e la vita delle comunità di montagna.
Il Manifesto chiede alle istituzioni nazionali e transnazionali di rafforzare il monitoraggio glaciale tramite un sistema europeo di osservazione del rischio, di condividere dati e competenze, di coinvolgere le comunità locali e soprattutto di rivedere in modo radicale la pianificazione di nuovi impianti e infrastrutture nelle aree di alta quota. Non è un dettaglio: se i ghiacciai cambiano così rapidamente, anche le decisioni che riguardano acqua, sicurezza, frequentazione della montagna e sviluppo economico devono cambiare scala e orizzonte temporale.
Per questo, allora, la scomparsa anticipata della neve davanti al Ciardoney non va letta come un episodio isolato. Le condizioni dei prossimi mesi – in termini di temperatura, radiazione solare, eventuali nevicate estive – saranno decisive per il bilancio di massa finale, ma si tratta di un primo segnale poco incoraggiante.
Ed è così che la notizia locale diventa una lezione generale: le nevicate primaverili possono ancora imbiancare le Alpi e permetterci delle belle giornate in ambiente, ma purtroppo non bastano a invertire la traiettoria di un clima più caldo. Per proteggere i ghiacciai non serve sperare in qualche perturbazione tardiva: serve ridurre rapidamente le emissioni, adattare la gestione dei territori montani e costruire una governance capace di trattare la criosfera per quello che è diventata: una sentinella fragile, ma anche una risorsa comune da cui dipende molto più del paesaggio.





