Meglio una grande area protetta o tante piccole? Un dibattito lungo cinquant’anni
Come progettare al meglio una rete efficace di aree protette? Facciamo luce su una delle domande più discusse della biologia della conservazione.

Parchi nazionali, riserve naturali e aree marine protette rappresentano uno degli strumenti più efficaci per contrastare la perdita di biodiversità. Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), un’area protetta è uno spazio geografico chiaramente definito, riconosciuto e gestito per garantire la conservazione a lungo termine della natura, insieme ai servizi ecosistemici e ai valori culturali ad essa associati. Il portale “Protected Planet”, che raccoglie dati sulle aree protette a livello globale, riporta che oggi circa il 17% delle terre emerse e il 10 % degli oceani del pianeta ricadono all’interno di aree protette. In Italia la rete comprende 3965 aree protette, che coprono circa il 21% delle terre emerse e l’11% delle acque marine.
Nel 2022, con l’adozione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, più di 100 Paesi hanno sottoscritto l’obiettivo di proteggere almeno il 30% delle terre e dei mari entro il 2030, il cosiddetto obiettivo “30×30”. Se vogliamo raggiungere questo traguardo, però, non basta aumentare la superficie delle aree protette. È altrettanto importante capire come progettare una rete di aree protette realmente efficace. Ed è proprio qui che nasce una delle domande più discusse della biologia della conservazione: è meglio proteggere un’unica grande area naturale oppure tante piccole aree distribuite nel paesaggio?
Il dilemma “SLOSS”
Questa domanda è nota con l’acronimo SLOSS, dall’inglese “Single Large Or Several Small”. Per molti anni l’idea dominante è stata che una grande area protetta fosse preferibile a numerose piccole aree della stessa superficie complessiva. Una riserva estesa sembrava infatti offrire popolazioni più numerose, minori rischi di estinzione e spazio sufficiente per specie che richiedono grandi territori, come i grandi carnivori. Negli ultimi vent’anni, tuttavia, numerosi studi empirici hanno iniziato a raccontare una storia diversa. Nel 2020 la ricercatrice canadese Lenore Fahrig ha passato in rassegna oltre quarant’anni di studi sul tema, arrivando a una conclusione diversa: nella maggior parte dei casi diverse piccole aree ospitano complessivamente più specie rispetto a poche grandi aree della stessa superficie totale.
Ogni piccola area protegge habitat diversi
Una delle spiegazioni di questa tesi è legata al fatto che gli ambienti naturali sono molto eterogenei. Anche a breve distanza possono cambiare il tipo di suolo, l’umidità, l’esposizione al sole, la pendenza o la vegetazione. Se si proteggono diverse piccole aree distribuite nel paesaggio, è più probabile includere una maggiore varietà di habitat rispetto a poche grandi aree concentrate nello stesso luogo. Ogni tipo di habitat può quindi ospitare specie differenti e, nel complesso, la biodiversità protetta può risultare maggiore. Inoltre, le specie non sono distribuite in modo uniforme, ma tendono a distribuirsi “a macchie”. Alcune si concentrano dove trovano particolari condizioni ambientali, altre formano popolazioni naturalmente aggregate. Di conseguenza, numerose piccole aree sparse nel territorio hanno maggiori probabilità di intercettare questi diversi nuclei di biodiversità rispetto a poche grandi aree.
Tante piccole aree possono funzionare come una rete
In aggiunta molte specie non hanno necessariamente bisogno di vivere all’interno di un’unica grande area continua. Se le aree protette sono sufficientemente vicine e collegate da corridoi ecologici, cioè zone di passaggio tra un’area e l’altra, gli individui possono spostarsi in cerca di cibo, partner o nuovi habitat. In questo modo, più aree piccole possono funzionare come un’unica rete ecologica, favorendo la dispersione e riducendo il rischio di estinzioni locali. Allo stesso tempo, le piccole aree hanno un rapporto bordo/superficie maggiore. Per un individuo che si muove nel paesaggio, questo significa che è molto più facile incontrare una di queste piccole aree. In altre parole, è come confrontare una sola porta enorme con tante porte più piccole sparse ovunque. La superficie totale delle porte è la stessa ma è molto più probabile trovarne una se sono distribuite nello spazio. Per questo motivo le piccole aree possono essere soggette a più eventi di ricolonizzazione da parte di individui che si disperdono da un’area all’altra.
Un ultimo meccanismo proposto a favore delle piccole aree sparse sul territorio è quello della “distribuzione del rischio“. Se una popolazione fosse concentrata in un’unica area protetta, un incendio, una malattia o un altro evento calamitoso potrebbero comprometterla completamente. Se invece è distribuita tra più aree, è improbabile che tutte vengano colpite contemporaneamente. Sebbene questa ipotesi sia teoricamente plausibile, le evidenze scientifiche disponibili finora non sono sufficienti per dimostrare che rappresenti uno dei principali vantaggi delle reti di piccole aree protette.
La conclusione comunque non è che le grandi aree protette siano superflue. Al contrario, ecosistemi estesi e continui rimangono fondamentali per molte specie, soprattutto quelle che necessitano di grandi territori, come i grandi mammiferi come il lupo e l’orso. Le ricerche più recenti suggeriscono però che, accanto a queste, anche i piccoli frammenti naturali possono svolgere un ruolo prezioso nella conservazione della biodiversità. In altre parole, più che contrapporre grandi e piccole aree, la sfida è progettare reti di aree protette che siano estese, ben distribuite e connesse tra loro.






