Storia dell'alpinismo

56 anni fa la tragedia di Günther Messner sul Nanga Parbat: il ricordo di Reinhold

Nel giorno dell'anniversario, Reinhold Messner ripercorre la salita iniziata dopo il lancio del razzo rosso. Dalla storica prima salita della parete Rupal alla prima traversata del Nanga Parbat, fino alla morte del fratello Günther: una vicenda che ha cambiato per sempre la storia dell'alpinismo.

“Cinquantasei anni fa oggi, dopo il razzo rosso di segnalazione, iniziai la mia salita verso la vetta del Nanga Parbat. All’inizio ero solo. Poi mi resi conto che mio fratello Günther mi aveva seguito. Nessuno dei due poteva sapere che quel giorno sarebbe diventato parte della storia dell’alpinismo e della storia della nostra famiglia per sempre.”

Con queste parole, pubblicate ieri, 28 giugno, sui suoi canali social, Reinhold Messner ha ricordato una delle giornate più significative e dolorose della sua vita. Era il 29 giugno 1970 quando lui e il fratello Günther si trovarono alle pendici del Nanga Parbat (8126 m), la nona montagna della Terra. Quel giorno riuscirono in una delle imprese più straordinarie dell’alpinismo himalayano, ma fu anche l’inizio di una tragedia destinata a segnare per sempre la loro famiglia.

La storica prima salita della parete Rupal

Nel giugno del 1970 Reinhold e Günther Messner partecipavano alla spedizione tedesca guidata da Karl Maria Herrligkoffer, organizzata per tentare la prima ascensione della gigantesca parete Rupal del Nanga Parbat. Con i suoi quasi 4500 metri di sviluppo, la Rupal è la parete montuosa più alta della Terra e rappresentava allora una delle grandi sfide ancora irrisolte dell’alpinismo himalayano.

Dopo mesi di spedizione, alla ricerca della miglior via verso la vetta, finalmente gli alpinisti erano riusciti a raggiungere la parte alta della montagna, pronti a un tentativo di vetta. Ma, le previsioni meteo erano instabili e segnalavano un peggioramento in arrivo. Da qui nasce la storia del razzo rosso, citata da Messner. Secondo il sistema di segnali adottato da Herrligkoffer, quel razzo indicava il rischio di un peggioramento del tempo. Secondo gli accordi presi dall’alpinista con il capo spedizione, in caso di peggioramento della meteo l’alpinista altoatesino sarebbe partito solo, per un tentativo di vetta prima dell’arrivo del maltempo. Reinhold decise così di partire immediatamente, da solo e con un equipaggiamento ridotto, per tentare la cima nel minor tempo possibile.

Durante la salita, però, accadde qualcosa di inatteso. Voltandosi, vide che alle sue spalle stava avanzando anche il fratello Günther. Così lo attese e insieme coprirono gli ultimi metri fino in vetta. La raggiungero nel pomeriggio, realizzando la prima ascensione della parete Rupal.

La traversata del Nanga Parbat e la scomparsa di Günther

Il raggiungimento della vetta arrivò nel tardo pomeriggio del 27 giugno 1970. In un primo momento Reinhold e Günther tentarono di rientrare lungo la parete Rupal, la stessa percorsa in salita. Ben presto, però, Reinhold si rese conto che il tempo, l’ora ormai avanzata e le condizioni fisiche di Günther rendevano impossibile raggiungere i campi in sicurezza. Furono così costretti a trascorrere la notte all’addiaccio a quote improbabili, senza tenda né sacchi a pelo.

All’alba ripresero la marcia. Fu allora che decisero di proseguire verso il versante occidentale della montagna, il Diamir, nella speranza di trovare una via di discesa più praticabile. La convinzione che spinse Reinhold verso questa decisione fu il ricordo della prima spedizione verso un Ottomila, quella del 1895 guidata da Albert Frederick Mummery che si mosse lungo l’evidente sperone al centro della parete Diamir, che oggi porta il suo nome. Lì, le difficoltà tecniche avrebbero concesso una opportunità di discesa in sicurezza. Quella scelta, dettata dalla necessità più che pianificata, li portò a realizzare la prima traversata del Nanga Parbat. Durante la discesa sul Diamir, però, avvenne la tragedia. Reinhold ha sempre raccontato che Günther venne travolto da una valanga e trascinato via dal pendio quando ormai i due erano in sicurezza alla base della parete. Rimasto solo, Reinhold affrontò giorni disperati, tra la presa di coscienza che suo fratello fosse scomparso nel nulla e la vera e proria lotta con la sopravvivenza. Ai piedi della parete Diamir non c’era niente e nessuno. Non c’erano compagni di spedizione ad attenderlo e non c’era cibo per saziare quel corpo martoriato dai giorni in quota. Davanti a Messner c’era solo una possibilità di sopravvivenza, ed era il movimento continuo verso valle, nella speranza di incontrare qualche villaggio. La storia è nota, Messner sopravvisse, ma con gravissimi congelamenti che gli costarono l’amputazione delle dita dei piedi.

Il prezzo pagato per questa salita era stato altissimo. Al suo rientro Reinhold venne ricoverato con gravi lesioni da congelamento mentre di Günther non fu trovato alcun corpo. La sua sorte rimase avvolta nell’incertezza per decenni, alimentando una delle più lunghe e dolorose controversie della storia dell’alpinismo.

La lunga controversia

La tragedia fu seguita da una lunga controversia. Per decenni alcuni membri della spedizione, a partire da Karl Maria Herrligkoffer, contestarono il racconto di Reinhold, sostenendo che Günther non fosse mai sceso sul versante Diamir, ma che al contrario fosse stato abbandonato da Reinhold durante la salita. La vicenda alimentò libri, polemiche e procedimenti giudiziari, diventando uno dei casi più discussi della storia dell’alpinismo.

Una vera svolta arrivò soltanto nel 2005, quando il ritiro del ghiacciaio Diamir riportò alla luce i resti di Günther Messner. L’identificazione attraverso l’analisi del DNA, eseguita dall’Università di Innsbruck e pubblicata sull’International Journal of Legal Medicine, confermò che appartenevano al giovane alpinista. Il luogo del ritrovamento, ai piedi del versante Diamir, fornì inoltre un importante riscontro alla ricostruzione che Reinhold aveva sempre sostenuto fin dal 1970.

Un ricordo che va oltre l’impresa

A cinquantasei anni di distanza, la storia della prima salita della parete Rupal del Nanga Parbat continua a rappresentare uno spartiacque nella storia dell’alpinismo. Prima la parete Rupal e dopo la traversata del Nanga Parbat, due imprese entrate nella leggenda; dall’altra parte la perdita di Günther, che trasformò un successo sportivo in una tragedia familiare. L’ha scritto bene Reinhold Messner nel suo post: “Nessuno dei due sapeva che quel giorno sarebbe diventato parte della storia dell’alpinismo e della storia della nostra famiglia, per sempre”. Purtroppo fa parte di questo affascinante quanto tragico gioco che è l’alpinismo. Molto meno affascinanti, invece, sono le polemiche, i sospetti e le accuse che troppo spesso l’alpinismo continua a portarsi dietro.

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