“Non è uno scandalo dell’alpinismo”: Felix Berg fa chiarezza sul caso Everest
Il fondatore di SummitClimb analizza lo "scandalo Everest" tra realtà e sensazionalismo, offrendo un punto di vista privilegiato sul turismo d'alta quota in Nepal.
Il Nepal è stato recentemente investito da un’ondata di polemiche legata a truffe assicurative e soccorsi in elicottero “irregolari”, una vicenda che minaccia di pesare sulla stagione turistica 2026. Ma di quale turismo stiamo parlando esattamente? Il mondo alpinistico è davvero coinvolto o definirlo “Scandalo Everest” è stato solo un errore mediatico che rischia di confondere il turismo dei trekking con le spedizioni d’alta quota? Per fare luce sulla questione, abbiamo contattato Felix Berg, alpinista di fama internazionale e fondatore dell’agenzia SummitClimb. In qualità di guida e capo di un’organizzazione con sede a Innsbruck, che da oltre un decennio coordina spedizioni tra le vette del mondo – Everest compreso – Berg ci ha fornito un punto di vista da “insider” per andare oltre i titoli giornalistici e spiegare cosa sta succedendo realmente sul Tetto del Mondo. Un’occasione per approfondire anche se e come stia mutando l’approccio agli Ottomila.
Felix, l’agenzia SummitClimb è attiva in Nepal da molti anni. Come avete accolto la notizia dello “scandalo Everest”? Eravate già a conoscenza di movimenti illeciti dietro le quinte del mondo turistico nepalese?
Non è stata una vera e propria sorpresa. Ricordo che uno scandalo simile era emerso già anni fa, se non vado errato nel 2018. Ricordo di alcune agenzie accusate di pagare commissioni alle guide in caso di attivazione di soccorsi in elicottero. Quel che mi ha stupito è il modo in cui la notizia è stata divulgata nelle scorse settimane. Molti giornali hanno titolato “scandalo sull’Everest” e questo, a mio avviso, è stato un errore. Si tratta di un’esagerazione che ha portato il pubblico ad associare lo scandalo alle spedizioni sugli Ottomila. A livello di comunicazione, comprendo che alla stampa giovi utilizzare la parola Everest, perché la montagna più alta del mondo ha un forte richiamo. Ma sarebbe stato più corretto parlare di uno scandalo in Nepal. Le spedizioni alpinistiche sull’Everest non ne sono state realmente colpite. E’ un problema che riguarda soprattutto la dimensione del trekking.
Pensi che per i tuoi clienti europei questo scandalo influenzerà il turismo in entrata in Nepal, o credi che i clienti siano in grado di capire che è relativo solo a un certo numero di agenzie?
Non credo che influenzerà l’alpinismo d’alta quota in Nepal. Per quanto riguarda il turismo legato al trekking, l’effetto negativo potrebbe esserci. La clientela è più sensibile e c’è chi potrebbe decidere di non partire, per la preoccupazione di essere “avvelenati” – come si è raccontato sui media – per poter poi forzare il soccorso in elicottero. Ma in fondo è coinvolta una percentuale molto bassa di agenzie, e ci sono abbastanza agenzie affidabili e oneste che vogliono solo farti vivere una buona esperienza in Nepal. Importante è orientarsi con cautela.
Parlando di turismo d’alta quota, che è quello che vi vede maggiormente coinvolti come SummitClimb hai visto cambiamenti nei clienti specialmente dopo il Covid, in termini sia numerici che di preparazione? E se sì, come state rispondendo a questo fenomeno?
Sicuramente è vero che riceviamo sempre più richieste per gli Ottomila da parte di persone che non sono più esperte di alpinismo come lo si era, diciamo, dieci o quindici anni fa. Ma in ogni caso noi continuiamo a fare selezione. Siamo chiari nel dire ai nostri clienti quale esperienza e quale livello di forma fisica dovresti avere per unirti a una determinata spedizione. Questo approccio non vale solo per gli Ottomila, ma anche per le spedizioni a quote inferiori, a partire dai trekking impegnativi, come può essere il Kilimanjaro o cime di 6.000 o 7.000 metri.
Pensi che il turismo sugli Ottomila aumenterà nel corso degli anni? Siamo in una sorta di picco al momento o diventerà ancora più interessante per le persone?
Non credo che ci troviamo in una fase di picco, forse lo abbiamo già superato, perché sull’Everest l’anno più affollato ipotizzato sia stato il 2019, appena prima del Covid. L’interesse per l’alpinismo è effettivamente cresciuto dopo la pandemia, che ha portato a un boom generale delle attività outdoor. Molte persone si sono quindi avvicinate all’alpinismo ma, d’altro canto, ci sono anche molti alpinisti che, di fronte a una crescente attenzione verso gli Ottomila – caratterizzati da crescente affollamento, permessi sempre più costosi e, come nel caso dell’Everest, dal fatto che ci si aspetta che tu salga con le corde fisse dal campo base alla vetta – stanno puntando a nuovi obiettivi. Ricercano una componente più esplorativa: salire un Ottomila lungo una via diversa o in una stagione diversa, oppure puntare a spedizioni in aree più remote. Stiamo notando crescente interesse per i 7.000 dell’Asia Centrale, che richiedono un approccio più tecnico e risultano anche più convenienti in termini di rapporto tra esperienza e costi. Credo comunque che la percezione di un aumento di presenze sugli Ottomila debba essere considerato nel suo complesso: non sono soltanto i clienti ad aumentare, c’è molto più supporto, è aumentato anche il numero di professionisti – Sherpa, guide – che aiutano i clienti a raggiungere i loro obiettivi.
A tal proposito, SummitClimb si è sempre mostrata molto legata a un alpinismo etico. Qual è il tuo approccio nei confronti di ausili come l’ossigeno supplementare o il gas Xenon?
Confermo che continuiamo a promuovere le nostre salite senza supporto di ossigeno supplementare, e in tal senso ci sentiamo un po’ degli operatori di nicchia. Ma offriamo la possibilità di disporre di ossigeno d’emergenza (rapporto one-to-one) nell’attacco alla vetta. Una scelta intelligente, perché bisogna essere consapevoli che scalare senza ossigeno supplementare è molto più difficile e rischioso. Deve esserci un equilibrio tra la forma fisica e lo stile che si vuole seguire nell’ascesa. Quello che abbiamo visto è un boom enorme delle salite sugli Ottomila con ossigeno supplementare, noi siamo uno dei pochi gruppi che prova a farlo, per così dire, con “mezzi leali” (by fair means). Riguardo al gas Xenon, credo sia principalmente una trovata di marketing per spillare più soldi alla gente. Perché se usi già le camere ipossiche e vedi che funzionano, non c’è motivo per cui tu debba aver bisogno anche dello Xenon. Al massimo, per accorciare ulteriormente i tempi di acclimatazione prima della spedizione.
Un’altra domanda. Pensi che le azioni intraprese dal governo nepalese riusciranno a fermare questo “marketing occulto” o rimarrà un problema, per quanto celato, anche negli anni futuri?
Penso sia nell’interesse del Governo creare un buon ambiente per il turismo, quindi probabilmente proveranno a migliorare la situazione per quanto possibile. Ma è sempre difficile ipotizzare quanto si possa regolamentare il tutto. Specialmente sull’Everest vedi che ci sono così tante regole, e probabilmente il 95% di queste regole non viene seguito. Ci sono regole da rispettare sulla dimensione delle tende che ti è permesso mettere al campo base e la gente continua a montare grandi cupole con TV e letti all’interno. Sono state introdotte regole precise sull’esperienza richiesta per poter ottenere i permessi, ma nessuno le controlla. Sinceramente, penso sarà difficile per il Governo imporre un cambiamento se non sono le compagnie locali stesse a decidere di farlo.
Pensi che il turismo in Nepal nei prossimi mesi sarà influenzato maggiormente dallo scandalo o dalla guerra, che determina un clima di incertezza e timore, ma anche un aumento dei costi dei voli?
Penso che per l’alpinismo d’alta quota il costo dei voli non rappresenti un grosso problema; per il turismo escursionistico, invece, tariffe così alte potrebbero avere un impatto significativo. Inoltre, influisce la percezione subconscia dei conflitti in atto, che trasmette insicurezza e potrebbe indurre molte persone a non mettersi in volo. Oggettivamente il Nepal è molto lontano dalle zone critiche. In estate andremo in Pakistan, che è geograficamente più vicino ai teatri di guerra ma non è coinvolto. Se guardiamo invece a regioni come l’Hindu Kush, al confine con l’Afghanistan, dove gli scontri sono reali e presenti, la situazione cambia decisamente.









