Ghiacciai: il 2025 conferma un’accelerazione della perdita di massa senza precedenti
Cinque piscine olimpioniche al secondo: è questo il ritmo della scomparsa dei ghiacciai nel 2025. I dati di un nuovo monitoraggio globale confermano una crisi idrica senza precedenti, dalle Svalbard alle vette italiane.
Il 2025 ha rappresentato per i ghiacciai un ennesimo anno di sofferenza, a conferma di un trend drammatico: la Terra sta perdendo i suoi giganti bianchi a una velocità quasi quadruplicata rispetto a cinquant’anni fa. Secondo l’ultimo studio internazionale coordinato dal World Glacier Monitoring Service (WGMS), nell’anno idrologico 2025 sono andate perdute a livello globale – escluse le calotte di Groenlandia e Antartide – ben 408 gigatonnellate di ghiaccio. Un valore equivalente a un innalzamento dei mari di circa 1,1 millimetri.
Ma quante sono, concretamente, 408 gigatonnellate di ghiaccio? Come spiegato dal direttore del WGMS Michael Zemp – autore principale dello studio pubblicato sulla rivista scientifica Climate Chronicles di Nature Reviews Earth & Environment – la perdita di massa registrata nel 2025 avrebbe potuto riempire cinque piscine olimpioniche ogni secondo per l’intero anno.
Il dato più allarmante non risiede tanto nel volume perso nel 2025, quanto nella continuità del fenomeno. Dal 1975 a oggi, si stima una perdita globale di quasi 9.600 gigatonnellate, traducibile in un innalzamento dei mari di oltre 26 millimetri. Se tra il 1976 e il 1995 la perdita media era di circa 100 gigatonnellate annue, nel ventennio successivo è più che raddoppiata (230 gigatonnellate annue), arrivando a sfiorare la media di 390 gigatonnellate annue nel decennio 2016-2025.
Questa impennata è confermata da un dettaglio statistico: ben sei dei sette anni con la maggiore perdita di massa mai registrati si sono concentrati proprio nell’ultimo settennio.
2025: un anno di emorragia globale dei ghiacciai
I dati raccolti nel 2025 – frutto di una rete globale di monitoraggio che unisce satelliti e rilievi sul campo – evidenziano come la perdita glaciale non sia uniforme su scala globale. Le diminuzioni medie più significative sono state registrate in Nord America, Islanda ed Europa Centrale.
In particolare, il Nord America occidentale (Canada e USA) e le isole Svalbard, in Norvegia, hanno mostrato le anomalie più preoccupanti rispetto alle medie climatiche storiche. Se guardiamo invece al contributo totale all’innalzamento dei mari, le regioni che hanno “pesato” di più nel 2025 sono state l’Alta Asia, l’Alaska e l’Artico russo.
All’interno di questo scenario, la situazione italiana appare particolarmente critica. Il contributo allo studio fornito dall’Università di Pisa e dal Comitato Glaciologico Italiano ha permesso di fotografare lo stato di salute delle nostre vette, dove il bilancio di massa del 2025 è ovunque negativo.
“Nell’anno idrologico 2025 tutti i ghiacciai italiani monitorati hanno registrato bilanci negativi, a conferma di una tendenza ormai consolidata e preoccupante per il futuro delle nostre risorse idriche”, spiega il professor Carlo Baroni dell’Ateneo pisano.
Tutti i 16 ghiacciai monitorati lungo l’arco alpino, insieme al glacionevato del Calderone nel Gran Sasso, hanno registrato sostanziali perdite di massa. Le situazioni più drammatiche si sono verificate sulla Vedretta Pendente, sul Ghiacciaio di Malavalle e su quello del Careser. Nemmeno le abbondanti nevicate invernali nel settore piemontese e valdostano sono riuscite a invertire la rotta: il calore estivo prolungato ha infatti vanificato anche gli accumuli più generosi. Un declino che non minaccia solo il paesaggio, ma pone a rischio le riserve idriche strategiche per l’agricoltura, l’energia e il consumo umano.
Colpa del cambiamento climatico?
La fotografia del 2025 restituisce l’immagine di un Pianeta che sta mutando senza tregua. La ricerca internazionale evidenzia che non siamo di fronte a fluttuazioni naturali nelle masse dei ghiacciai, ma a una risposta diretta all’aumento delle temperature globali.
“I ghiacciai stanno rispondendo molto rapidamente a un clima che si riscalda, e ciò che stiamo vedendo ora è il risultato cumulativo di decenni di riscaldamento – commenta Nicholas Barrand, glaciologo presso l’Università di Birmingham, che ha contribuito allo studio globale – Un monitoraggio continuo e coordinato è essenziale se vogliamo capire come questi cambiamenti influenzeranno il livello del mare e le comunità montane negli anni a venire.”







