Gente di montagna

A tu per tu con Thomas Bubendorfer, dalle solitarie in velocità al fascino per il ghiaccio

Il fuoriclasse austriaco ci racconta scopi e motivazioni della sua lunghissima carriera, con uno sguardo sempre rivolto al futuro

Nato a Salisburgo nel 1962, Thomas Bubendorfer ha soltanto 18 anni quando, nell’estate del 1980, sale slegato e in sole quattro ore il diedro Philipp-Flamm, in Civetta. Da quel momento, la sua carriera alpinistica, specie nelle solitarie veloci, è un susseguirsi di imprese tanto incredibili da apparire quasi irreali. Diventa suo, per esempio, nel 1987, il record di velocità lungo la via Heckmair alla nord dell’Eiger, percorsa in sole quattro ore e cinquanta minuti. Un tempo che dovrà attendere quasi vent’anni per poter essere migliorato, nel 2003, da Christoph Hainz – e successivamente dai continui ritocchi, a fasi alterne, di Ueli Steck e Dani Arnold.

L’anno successivo, Bubendorfer è in Dolomiti con un progetto sui generis: il concatenamento in free solo di cinque pareti nord su tre gruppi montuosi differenti. Nel mirino ci sono la Cassin alla Ovest di Lavaredo, la Comici-Dimai alla Grande, la Innerkofler alla Piccola, Schwalbenschwanz e Don Quixote sulla parete Sud della Marmolada e la via Niagara al Sass Pordoi, da percorrere tutte entro il tramonto dello stesso giorno. La scelta di spostarsi da una parete all’altra in elicottero sollevò però all’epoca non poche polemiche, ammantando i mesi successivi del fuoriclasse austriaco di una lunga ombra nera, dura a dileguarsi. Fu così che, pochi mesi più tardi, un banale incidente nella gola del Liechtensteinklamm, durante le riprese per uno spot televisivo, sembrò porre fine ad ogni velleità alpinistica di Bubendorfer. «I medici mi dichiararono invalido al 30% – ci racconta durante la nostra intervista – ma non ho voluto abbattermi e ho deciso fin da subito di volermi rimettere in gioco nella cosa che amavo fare di più». Arrampicare, per dirla con un verbo soltanto. Ma anche il desiderio di farlo perseguendo al contempo uno scopo così intimo che rifugge alle spiegazioni razionali di chiunque altro. La nostra chiacchierata con Bubendorfer parte infatti da qui: da quello scopo che Thomas aveva ben chiaro fin da ragazzo, durante il suo primo vagabondaggio fra i monti, reo d’esser stato una vera e propria chiave di volta per tutto il percorso successivo.

«Ero poco più di un bambino, – spiega – avrò avuto dodici anni, ma ricordo che dal paese in cui vivevo, St. Johann, si poteva vedere ad occhio nudo la cima del Kleines Fieberhorn, una vetta di 2.100 metri circa, che misteriosamente attirava la mia curiosità. Decisi allora di partire da casa in bicicletta, dopo la scuola, seguendo il torrente fino alla parete e scoprendo così che l’acqua proveniva da un canalone piuttosto impervio e, prima ancora, da una cascata aggettante che quel pomeriggio mi impedì di proseguire oltre. Non sapevo ancora che esisteva un sentiero, per me era naturale seguire il corso del fiume. Fu un contadino a dirmelo, mentre tornavo indietro con la coda fra le gambe. Così il giorno dopo tornai su posto, sempre dopo la scuola, e trovai il sentiero, che decisi ingenuamente di percorrere al tardo pomeriggio, in maniche di camicia, pantaloncini corti e Clarks, mentre nel cielo si addensavano nubi minacciose. Fatto sta che anche quel giorno andò male e mi persi in cresta durante quello che ricordo ancora come il temporale più brutto della mia vita. Ma non bastò a fermarmi, perché, attirato ancora da quella cima, cercai di raggiungerla nuovamente un paio di giorni più tardi, con meteo migliore. E vi riuscii».

Ricordi molto nel dettaglio questa tua prima esperienza.
«Sì, perché fu un punto di svolta molto interessante. Diciamo che, arrivato in cima, mi sono reso conto per la prima volta che tutte le domande che posso pormi prima di salire su una montagna finiscono in vetta, dove non esistono più altre risposte. Ed è lì, in quel momento lì, che ogni altra cosa si fa superflua, persino la discesa. Fu una sensazione unica, che tentai di replicare sempre, seguendo la stessa domanda che mi ero posto quella prima volta, in bicicletta, da bambino».

Ovvero?
«Il ‘What if?’ inglese. ‘Che cosa succede se?’. Che cosa succede se salgo su quella montagna? Che cosa succede se arrivo fino a quel punto, o se supero quel passaggio? Ogni mia impresa, da quel momento in poi, è stata ispirata da un ‘What if?’».

Come s’inserisce in questo discorso il tuo grande amore per le solitarie?
«Sicuramente non è stato immediato, nonostante la mia prima avventura fosse di per sé una scarpinata in solitaria. È stato piuttosto un percorso. A 13 anni, galvanizzato dalla scoperta dell’anno prima, salii sul Großglockner con l’Alpenverein della mia zona (l’equivalente del nostro Club Alpino, ndr) e ricordo di aver visto da lontano alcuni arrampicatori impegnati sulla parete nord. Fu un colpo di fulmine, un’esigenza ancestrale. Scoprii che nel mio quartiere abitava un ragazzo di ventidue anni che era capace di arrampicare. Si chiamava Pauli e fu il mio primo mentore, durante quegli anni di scoperta. Ad un certo punto, però, alcune esigenze familiari gli impedirono di continuare con profitto e costanza, per cui iniziai ad avventurarmi da solo in alcune scalate che reputavo più facili, o comunque alla mia portata».

Tutto questo sempre nei Tennengebirge, catena montuosa non proprio appannaggio di tutti.
«I lunghissimi avvicinamenti che abbiamo qui non mi spaventavano e gli oltre 1.000 metri di sviluppo che mi offrivano queste pareti erano un buonissimo incentivo. Parallelamente accaddero due cose che mi portarono a cercare la solitaria come dimensione d’elezione: conobbi Albert Precht e venni a patti con le mie paure».

Da quale delle due cominciamo?
«La paura, quella più facile. Di per sé capii con l’esperienza che, durante la mia azione in parete, la paura spariva. Non è che si volatilizzasse, ma non era più un tema centrale. La concentrazione si faceva così intensa che il tempo si comportava in modo contrario a ciò che comunemente pensiamo, per chi arrampica in velocità: rallenta, cioè, non accelera. Ed è lì che capisci come sia fondamentale la distinzione fra una paura soltanto immaginata e il pericolo oggettivo che ti circonda. La paura preventiva è irreale, mentre il pericolo c’è, ma puoi affrontarlo con la consapevolezza dei tuoi movimenti».

Quale fu il ruolo di Albert Precht in tutto questo?
«Fu il mio secondo mentore e m’insegnò l’essenzialità. Anzitutto nell’equipaggiamento, veloce ed efficiente. Il suo carattere lo portava ad essere francamente poco interessato ai compagni di cordata. E non è un giudizio di valore, ma il suo approccio all’arrampicata prescindeva dalle relazioni interpersonali. Ciononostante mi volle con sé in molte avventure, specialmente dolomitiche, ma ricordo di non aver mai legato molto con il gruppo. Ero una persona molto sensibile, un vorace lettore. Avevo sempre con me un libro, Precht e i suoi amici mi prendevano abbastanza in giro per questo. Il suo approccio al free solo ha però molto a che fare con il mio e uno degli obiettivi della mia carriera divenne ben presto quello di ripetere tutte le sue vie più dure».

C’è un altro tassello piuttosto importante: la velocità. Com’è nato il bisogno di esprimere la tua arrampicata attraverso i record?
«Io penso che sia stato un processo naturale, non una ricerca intenzionale. Se entri in parete, vuoi uscirne il più velocemente possibile, sia per questioni logistiche che di meteo. I record, nel mio caso, sono stati soltanto un prodotto dell’efficienza e della leggerezza di cui parlavo poc’anzi. Anche se poi la definizione del termine record deve molto ad un confronto proattivo con altre performance analoghe alle tue».

Con chi allora, della tua generazione, hai subito il confronto più importante? Anche in termini di ispirazione, non necessariamente di conflitto.
«Christophe Profit fu un asso, un vero fuoriclasse. Specie per i concatenamenti. Il suo background era però molto più alpinistico del mio. Io sono nato come scalatore su roccia, su pareti di calcare. Nei primi dieci anni della mia attività in solitaria ero anche molto naïf nell’approccio: non ho mai avuto piani specifici, pensavo che le sfide mi avrebbero trovato in maniera naturale».

Come su quella prima montagna sopra casa.
«Esatto. Poi entrarono in scena gli sponsor, le pressioni mediatiche e una certa tendenza al conformismo di chi, d’un tratto, diventa noto e famoso. L’approccio cambiò radicalmente: dovevo attirare l’attenzione su di me per guadagnarmi da vivere in quel modo. La scelta di concatenare le cinque pareti dolomitiche nel 1988 nacque proprio da quest’esigenza, non dallo scopo iniziale che ti ho raccontato. Le Dolomiti erano montagne conosciute, un record su quelle pareti avrebbe alzato notevolmente il mio livello. In ogni caso, fu solamente un’esperienza molto fortunata. E dicendo questo non voglio affatto sminuirne la portata: arrampicavo pressocché a vista, tant’è che sulla via Niagara al Pordoi e, in parte, anche sulla Sud della Marmolada, mi sono perso un paio di volte. Ero all’apice».

E dall’apice si poteva soltanto cadere.
«È ciò che successe. L’incidente di qualche mese più tardi ricalibrò il mio approccio all’arrampicata come nient’altro avrebbe potuto fare. Riacquisii consapevolezza e capii che mi ero allontanato un po’ dalle mie origini e motivazioni. Avevo cominciato a pensare ai numeri, alla quantità e non alla qualità, errore che purtroppo ripetei in maniera diversa nel 2017, quando fui vittima di un incidente ancora più grave».

In quel caso su ghiaccio, ai Serrai di Sottoguda, durante una doppia.
«Fu banale e ovviamente involontario. Ma mi fece capire che talvolta la mia motivazione intrinseca supera non tanto la mia capacità quanto piuttosto i veri e propri limiti del possibile. Il recupero di questo secondo incidente, benché molto più serio, fu abbreviato dal ricordo del primo e dalle consapevolezze maturate. Nondimeno, leggendo i diari di quel periodo, mi resi conto che prima di cadere avevo fatto, in otto mesi, soltanto tre giorni di riposo. Ero in burnout totale, ma talmente preso dalle mie progettualità che non me ne accorsi minimamente».

Eppure su ghiaccio, oggi, ci ritorni spesso e con piacere.
«È una dimensione che prima non mi apparteneva ma che ora mi dà molte soddisfazioni. Ieri ho fatto sette tiri in una gola qui vicino, giovedì andrò forse ad aprire una via nuova con un amico. C’è un entusiasmo che parte da dentro, come all’inizio della mia avventura con l’arrampicata su roccia, e seguirlo è l’unica cosa che mi va di fare».

Oltre a questo, e per concludere, quali altri progetti hai in cantiere?
«Ho nel mirino un paio di seimila/settemila in Tibet, ma che realizzerò probabilmente sul lungo periodo. Altrettanto lunga sta diventando la gestazione del mio memoir: lo sto scrivendo in inglese e ci sto lavorando da almeno otto anni. A marzo, invece, sarò in Patagonia».

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