L’alpinismo britannico c’è ancora. A tu per tu con Victor Saunders
Oltre 90 spedizioni, decine di vie nuove in tutto il mondo, 6 ascensioni all’Everest, le Seven Summits. Victor Saunders, 75 anni, è poco noto in Italia ma è un protagonista dell’alpinismo britannico. Nel 2026 tornerà in Pakistan con il suo amico Mick Fowler
“Ho avuto bisogno di una vita intera per capire che, alla fine, ho apprezzato più la gente dei luoghi. Ho partecipato a più di novanta spedizioni, accumulando più di sette anni di notti in tenda. Ho arrampicato in tutti i continenti, con molte grandi avventure e qualche prima ascensione. Alla fine, però, quel che resta non sono le montagne ma le amicizie”.
Si legge così nel capitolo introduttivo di Structured Chaos. The Unusual Life of a Climber (Caos strutturato, la strana vita di un alpinista), il sesto libro, pubblicato nel 2021, nel quale Victor Saunders ha via via raccontato le sue avventure in montagna.
Oggi, probabilmente, ci sarebbe materiale per un settimo libro, perché nel settembre del 2024, quarant’anni dopo la loro prima spedizione in Pakistan, Victor e il suo amico Mick Fowler hanno compiuto la prima salita dello Yawash Sar, 6258 metri, il “Cervino del Khunjerab”.
Quando lo incontro a San Martino di Castrozza, dov’è arrivato per i Piolets d’Or, mi racconta di essere tornato dal Karakorum da due mesi, e che la spedizione di quest’anno è fallita a causa del maltempo. “Ma quella del 2026 andrà meglio” sorride.
Alla domanda sulle sue origini, Saunders risponde “sono scozzese”. Ma la realtà è più complessa. Suo nonno Victor Saloschin era un ebreo di Monaco di Baviera, appassionato di montagna e socio del Club Alpino austriaco, che riuscì a fuggire nel 1936 in Gran Bretagna. “Erano ricchi, sono arrivati senza un penny ma vivi” ha raccontato Victor junior in un’intervista.
Suo padre George, eroe della Seconda Guerra Mondiale, aveva studiato a Gordonstoun, una spartana scuola scozzese fondata da un altro ebreo tedesco emigrato, Kurt Hahn, e poi apprezzata dal Duca di Edimburgo. Trent’anni fa, quando Nigella Lawson, celebre giornalista del Times, scrisse che “trascinarsi su una montagna non sembra un’attività per ebrei”, il giovane Victor rispose “potremmo chiedere a Mosè”.
Una carriera alpinistica straordinaria
Ma torniamo al Saunders alpinista. L’elenco delle sue spedizioni include capolavori come lo Yawash Sar, la parete Est dell’Uzum Brakk e l’elegantissimo Pilastro Nord dello Spantik in Pakistan, il Sersank in India, la parete Ovest face dell’Ushba nel Caucaso e il Jitchu Drake in Bhutan.
Già nel 1978 si è fatto notare con una ripetizione invernale della parete Nord dell’Eiger e con l’apertura della Shield Direct, la prima via invernale di VI grado del Ben Nevis. Nel 1994, dopo decenni trascorsi a Londra a fare l’architetto e l’alpinista dilettante, Victor è diventato guida alpina UIAGM e si è trasferito a Chamonix, dove risiede anche oggi. Per lavoro ha salito per sei volte l’Everest, e ha completato le Seven Summits. Dal 2021 al 2024 è stato presidente dell’esclusivo Alpine Club. In una recente intervista su un blog britannico è stato descritto come “un uomo del Rinascimento, a suo agio anche con la scrittura”.
Mister Saunders, tornerà davvero nel Karakorum nel 2026 con Mick Fowler? Non siete, con rispetto parlando, troppo vecchi?
Nella prossima estate io avrò 76 anni e Mick 70, ma entrambi ci sentiamo a posto ad alta quota. L’età mi pesa durante il viaggio, il trekking fino al campo-base, l’avvicinamento sulle morene e sul ghiacciaio. Poi, superata la crepaccia terminale, mi sento come tanti anni fa. E’ bellissimo.
Lei ha compiuto salite in tutto il mondo, ma dall’elenco si nota la sua passione per la valle di Hunza e il Nord-ovest del Pakistan. C’è un motivo?
E’ vero, sono affascinato da quelle montagne e dalla gente che vive ai loro piedi. Otto secoli fa gli Hunza erano buddhisti, da secoli si sono convertiti all’Islam. Non sono un antropologo, ma credo che, da molti dettagli, si veda che sotto alla fede islamica è rimasto un po’ di buddhismo. Anche nella lingua sono rimaste delle espressioni più antiche.
Può uno straniero sentirsi a casa in una terra dove le tradizioni sono così importanti come Hunza?
Sì, se si avvicina con rispetto. Sono sempre stato accolto bene sia sulla sinistra orografica della valle di Hunza, dove prevale l’Islam sciita, sia sulla destra orografica dove la popolazione è di fede ismailita.
Il Rakaposhi, che sorveglia Hunza, è una delle cime più imponenti della Terra ma tocca “solo” i 7788 metri. Dal fondovalle si vede anche lo Spantik, 7027 metri, di cui lei e Fowler avete salito nel 1987 il magnifico Golden Pillar, aprendo una via di 2000 metri di sviluppo. Però a Hunza non ci sono “ottomila”. Questo cambia l’atmosfera rispetto al Baltistan, la terra del K2 e dei Gasherbrum?
Certamente sì, a Hunza e nella valle che sale al Khunjerab Pass, circondata da meravigliose montagne, non ci sono le carovane di clienti delle spedizioni commerciali. Rispetto al Khumbu, il versante nepalese dell’Everest, la differenza è ancora più marcata. I lodge ogni pochi passi, gli elicotteri, la pressione dei social media. La valle di Hunza è molto più autentica.
Però lei sulla via normale dell’Everest c’è andato…
Sì, per sei volte, sempre come guida e insieme ai miei clienti. Lo considero una Sacrificial mountain, una “montagna dei sogni” che le persone vogliono assolutamente salire. Vale anche per il Monte Bianco e il Cervino, che è la vetta più emblematica del mondo.
Insomma, nelle sue spedizioni lei cerca vette e vie nuove, ma come guida porta i suoi clienti sulle vie classiche.
Sì, come professionista della montagna preferisco andare sul classico. So a cosa vado incontro, quasi sempre ci sono già stato, trovo luoghi meravigliosi che rendono felice chi mi accompagna. Si può ascoltare Beethoven molte volte, ed entusiasmarsi sempre allo stesso modo.
Cosa pensa dei record di velocità sugli “ottomila”, in particolare sull’Everest e sul K2?
L’alpinismo ha al centro una serie di regole, l’importante è che siano chiare e che vengano rispettate. Lo ha spiegato perfettamente Ludwig Wittgenstein, ma non ricordo la citazione esatta.
Lei segue delle regole per le sue spedizioni?
Sì, ne ho tre. Prima regola, tornare vivi. Seconda regola, tornare da amici. Terza regola, una volta rispettate le prime due, tornare dopo aver salito la montagna.
Un’altra sua regola, a quel che ho letto, è “meglio venti minuti in ritardo in questa vita che venti minuti in anticipo nella prossima”…
Vero. In montagna, e nella vita, è bene rallentare e valutare bene la situazione piuttosto che essere troppo precipitosi.
A proposito di regole, i Piolets d’Or, che lei conosce bene, sono una celebrazione dello stile alpino più rigoroso.
Nei Piolets d’Or si incarna la visione di una comunità di alpinisti di cui sono orgoglioso di far parte. Ma non bisogna essere troppo rigorosi. Il mio amico Doug Scott diceva che “tutto può essere stile alpino, basta mettere il campo-base abbastanza in alto”.
Al tempo di Eric Shipton e Bill Tilman, voi britannici eravate i maestri delle spedizioni leggere. Oggi team di due, tre o quattro alpinisti partono da tutto il mondo, ma voi siete rimasti i maestri nello humour. Mi regala un’altra citazione?
Volentieri, conosce Aleister Crowley?
Certamente, ne ho scritto più volte nei miei libri. Mi dica…
“L’alpinismo è diverso dal calcio e dal cricket perché, negli altri sport, non puoi prendere una guida e farti tirare su”.
Concludiamo con un altro mito nato tra il Regno Unito e l’Everest, quello di Mallory e Irvine. Cosa pensa della loro ricerca? E’ legittima o si sta esagerando?
Sono incuriosito dalle ricerche, sono affascinato da quel dubbio che è destinato a rimanere nel tempo. “Non ce l’hanno fatta, ma se ce l’avessero fatta…”





