Medicina e benessere

Ipotermia: rianimare anche i più gravi

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Rianimare le vittime dell’ipotermia anche nei casi più disperati. Questo il messaggio lanciato nel convegno internazionale sull’ipotermia accidentale tenutosi a Zermatt il 25 settembre scorso, durante il quale un gruppo di medici norvegesi ha presentato il caso della prima paziente salvata dopo essere stata colpita da ipotermia severa cadendo in un corso d’acqua, d’inverno, nella fredda regione di Tromso: quando è stata recuperata, presentava una temperatura corporea di ben 13,7° C.

La donna, il cui caso è stato pubblicato sulla rivista "The Lancet", è una giovane radiologa norvegese, vittima di un’ipotermia profonda, con perdita di conoscenza. E’ sopravvissuta grazie all’utilizzo della circolazione extracorporea ed alla tempestività dei soccorsi e delle cure dei medici e dei paramedici che l’hanno salvata da una morte praticamente certa.

Fondamentali, in questo caso, quattro fattori: l’organizzazione dei soccorsi, l’educazione ed il “training” delle persone coinvolte nel soccorso, l’esperienza del team di soccorso e l’effetto che questo caso ha avuto poi negli anni successivi: ha creato infatti un importante precedente, che ha permesso di salvare altre persone colpite da ipotermia severa.

Il convegno di Zermatt, titolato "Second International Symposium on Accidental Hypothermia", è un incontro di aggiornamento che avviene ogni due anni, organizzato dal cardiochirurgo di Ginevra Beat Walpoth in collaborazione con la commissione medica della Cisa-Ikar. Lo scopo è il coordinamento delle ricerche riguardanti l’ipotermia, la condivisione delle varie esperienze nel mondo, una corretta educazione sanitaria sia per i soccorritori che per i medici e per i paramedici che lavorano in ospedale e, per finire,  la raccolta dei dati statistici riguardanti un registro internazionale per l’ipotermia che dovrebbe rendersi disponibile anche via web all’indirizzo www.hypothermia-registry.org.

Il fisiologo francese J.P. Richalet ha affermato che i processi di riscaldamento dei pazienti ipotermici richiedono molto ossigeno. Ha parlato infatti della fisiopatologia dell’ipotermia, con particolare riferimento ai rapporti esistenti tra ipotermia ed ipossia, spiegando che spesso la carenza di ossigeno legata allo stare in alta quota è associata all’ipotermia. Ha parlato anche degli effetti terapeutici dell’ipotermia, per esempio, sul sistema nervoso (effetto neuroprotettivo), che comporta un rallentamento del metabolismo del cervello, una inibizione dei processi infiammatori, un rallentamento dello stress ossidativo ed una diminuzione dei processi di necrosi e dell’apoptosi.

Numerosi gli altri contributi, provenienti da ogni parte del mondo. Bruno Jelk e Oliver Reisten hanno parlato degli incidenti in crepaccio, con riferimento agli oltre 400 casi verificatisi nella regione di Zermatt a partire dal 1980. Il medico inglese John Ellerton ha presentato un algoritmo messo a punto dalla Società svizzera di medicina di montagna per i pazienti colpiti da ipotermia severa ed ha parlato della sua esperienza in Inghilterra con pazienti ipotermici. Bruno Durrer ha illustrato i vari ,controversi aspetti del trattamento preospedaliero dei pazienti ipotermici sul terreno. Il francese Emanuel Cauchy ha presentato un video da lui realizzato nel corso di un caso di ipotermia verificatosi nel massiccio del Monte Bianco e ha descritto le due strategie utilizzabili in caso di incidente in montagna con pazienti ipotermici (una casistica raccolta tra il 1988 ed il 1996 a Chamonix): "play and go" ( decisione più metodica ) oppure "scoop and run" (decisione più legata ad un aspetto emozionale) : una grossa controversia non ancora risolta.

Hermann Brugger ha parlato del trattamento medico delle vittime da valanga sulla base della sua esperienza tra il 1987 ed il 2007. Il francese Xavier Ledoux ha descritto i vari sistemi utilizzati per rilevare la temperatura corporea nei pazienti ipotermici (termometro epitimpanico e sonda endoesofagea).

Una parte importante del convegno è stata dedicata al trattamento ospedaliero e della fase di riscaldamento dei pazienti ipotermici. Peter Paal ha parlato dell’utilizzo di metodi non invasivi per riscaldare i pazienti ipotermici. Il cardiochirurgo Khabiri di Ginevra ha presentato una comunicazione circa l’utilizzo della circolazione extra-corporea per il riscaldamento delle persone colpite da ipotermia.

Il cardiochirurgo italiano Faggian dell’università di Verona, e altri colleghi, hanno parlato delle prospettive della ricerca sull’ipotermia.Importante il messaggio lanciato dal convegno, che incoraggia medici e soccorritori a portare avanti un nuovo tipo di educazione sanitari , che prevede di rianimare le vittime dell’ipotermia anche nei casi più disperati. Sempre fondamentale il discorso della prevenzione.

Giancelso Agazzi
Commissione Medica Cai Bergamo

 

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