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La mia salita al Castore (2)

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…Sveglia alle 4! Per scongiurare l’ipotesi di non sentire la suoneria della sveglia, ne attiviamo tre. Nottata abbastanza tranquilla (nessun rombo di tuono). Mi sveglio perché mi scappa la pipì, ma preferisco non uscire al freddo, comunque controllo l’ora: le 2 del mattino. Anche Cristina è sveglia: dice di aver dormito poco, la rassicuro e le consiglio di rilassarsi e tentare di dormire ancora, ma anch’io stento a riprendere sonno…

Alle 3.55 apro gli occhi e vedo Raffaele, con la frontale accesa che sta alzandosi, velocemente azzero le due sveglie che avevo attivato per non recare disturbo agli altri che si alzeranno più tardi.

Cercando di fare meno rumore possibile, ci alziamo e facciamo colazione. Io e Raffaele usciamo per controllare il meteo (andiamo a fare pipì!), poi anche gli altri, alla spicciolata ci seguono. La situazione metereologica è peggiorata, infatti non si vedono chiaramente le stelle come la sera precedente, ma confidiamo in un miglioramento con il sorgere del sole.

Alle 5,00 siamo fuori dal rifugio (temperatura –10°), calziamo i ramponi (per Cristina e Caterina è la prima volta, quindi hanno bisogno di aiuto), ci leghiamo in due cordate: Raffaele, Cristina e Caterina, la prima, Lorenzo ed io, la seconda. Controllo generale prima di partire: lampade frontali efficienti, imbrachi ben stretti, nodi a posto, ramponi, picca…E finalmente si parte!

Dovrebbero essere le 5,30 circa, ma non importa né l’ora, né la data, né il posto dove ci troviamo (tanto per ora non si vede niente, se non le nostre sagome che avanzano in salita sulla superficie crostosa del ghiacciaio rischiarate solo dalle frontali). Importa solo che ci siamo noi, tutti insieme, legati gli uni agli altri da una corda che è l’amicizia vera! (Non fatevi inumidire gli occhi per favore…)

Man mano che risaliamo il pendio, la luce del sole inizia a rischiarare l’ambiente, quindi possiamo spegnere le frontali ed avanzare in sicurezza con la luce del giorno. Raggiungiamo il Colle di Verra, evitando alcuni crepacci e saltandone altri (sono stretti, ma dove possiamo vedere, veramente profondi), ma la fiducia sulla competenza e la conoscenza del luogo di Raffaele non ci fa temere.

Cominciamo a liberarci di alcuni indumenti, infatti, anche se siamo sul versante non baciato dal sole e nonostante stiamo guadagnando quota, l’adrenalina e la fatica alzano la temperatura corporea (il termometro segna ora –14°!).

Per darvi un’idea della difficoltà della quota: la mattina in rifugio ho dovuto fare una pausa di una quarantina di secondi dopo aver allacciato uno scarpone e prima di allacciare l’altro, respirando profondamente per sopperire alla mancanza d’aria: figuratevi cosa significa camminare in queste condizioni in salita!

Dal Colle di Verra, ora bisogna dirigersi verso la nostra destra per raggiungere la parete Ovest del Castore, che si presenta ai nostri occhi come un pendio più o meno scosceso ed abbastanza vicino. Ma la montagna inganna e la neve ancora di più: la base della parete è più lontana di quanto sembri e la pendenza del ghiacciaio è più sostanziosa di quanto appaia da lontano.

Comunque, con brevi pause per riprendere fiato e raccogliere le energie, raggiungiamo la base, evitando e saltando in continuazione i crepacci. Poi iniziamo la salita vera e propria, affrontandola in zig-zag continui cercando la via migliore per inclinazione e consistenza della superficie. I momenti di sosta, man mano che si sale, diventano più frequenti a causa della quota che ti toglie il fiato e dell’accumulo di stanchezza (ora si fa sentire anche lo sforzo di ieri).

Raggiungiamo comunque indenni il punto cruciale della salita: salto della stretta crepacciata finale e risalita degli ultimi metri del ghiacciaio a 60° con difficoltà su ghiaccio di 4°, prima di raggiungere la cresta. Sale Raffaele utilizzando il secondo attrezzo in piolet canne: conficcare la becca della picca sul pendio ghiacciato ed utilizzare le punte frontali dei ramponi, salendo faccia alla parete, cioè quasi una piolet traction, ma con la presa sul manico della picca subito sotto la becca, anziché sull’impugnatura “canonica”.

Raggiunta la cresta finale, Raffaele attrezza una sosta e mette in sicura Cristina e Caterina che salgono con lo stesso metodo, ma con un solo attrezzo: essendo legate non corrono rischi. Poi Raffaele cala il secondo attrezzo per Lorenzo, che sale pure lui in piolet canne. In questo frangente, mentre scatto delle foto, mi scivola un guanto che, come un bimbo gioioso sul suo slittino, si fa a ritroso tutto il ghiacciaio fino al Colle di Verra, ma non importa, sono stato sciocco a perderlo, ma abbastanza previdente da portare un altro paio di guanti, quindi, una volta salito Lorenzo, salgo velocemente anch’io l’ostacolo che mi separa dagli amici sulla cresta.

Ora non ci resta che raggiungere la vetta! Ma la cosa non è così semplice, almeno dal punto di vista psicologico, perché dobbiamo superare un tratto di cresta affilatissimo, fortunatamente priva di cornice, comunque “spaventosamente bella” come l’ha definita Caterina.

Ormai l’adrenalina è a mille, quindi in un batter d’occhi (o quasi), raggiungiamo l’agognata cima del Castore! La Turris non è mai stata così in alto!

Si badi bene: la cima del Castore la si raggiunge con minori difficoltà tecniche dal versante est, ma Raffaele ha scelto di salire il versante Ovest per rendere la salita meno banale e rendersi conto delle nostre capacità (sempre nella massima sicurezza) su un tracciato alpinistico di rilevanza superiore alla normale, e di questo lo ringrazio per l’emozione che ciò ha suscitato!

Sulla cima scattiamo le foto di rito, ma siccome siamo in ritardo ed oggettivamente non è che lo spazio a disposizione sia paragonabile alla piazzola d’atterraggio per elicotteri  (per scattare le foto mi sono assicurato con un  nodo barcaiolo alla mia piccozza conficcata nella neve per calarmi sul pendio Est), ce ne andiamo, con rammarico, abbastanza in fretta ed iniziamo ad affrontare la lunga ed elegante cresta che permette di perdere quota abbastanza rapidamente fino al Colle di Felik (m. 4000 circa). Anche questa cresta non è banale, perché le cornici sono eccezionalmente sottili, ma la traccia risulta evidentissima, quindi solo in caso di sbilanciamento dovuto a disattenzione o al vento, si rischia veramente…

 

 

Peppe 

Ci vediamo tra pochi giorni con la terza ed ultima parte del racconto!

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