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Boyan Petrov, salire nonostante tutto. Il ricordo a 8 anni dalla scomparsa

A otto anni dalla scomparsa di Boyan Petrov, il 5 maggio diventa occasione per ricordare uno degli alpinisti più interessanti della sua generazione. Un ritratto che unisce montagna e scienza, resilienza e visione, nel segno di una passione più forte di ogni ostacolo.

Un corpo segnato dalla malattia, una mente allenata alla resistenza e un sogno troppo grande per essere messo da parte. Raccontare Boyan Petrov significa inevitabilmente confrontarsi con parole come “eccezionale” o “inspiegabile”, anche se sembrano cariche di retorica. La realtà è che Petrov è stato un uomo che non ha mai smesso di salire.

Zoologo e alpinista, ha vissuto due vite parallele. Da una parte la ricerca scientifica, con il suo lavoro al Museo Nazionale di Storia Naturale di Sofia e l’impegno nella conservazione della biodiversità; dall’altra l’alta quota, affrontata con uno stile essenziale, senza bombole di ossigeno e senza supporto di portatori d’alta quota. Due mondi che in lui non si opponevano, ma si completavano.

Lo chiamavano “l’alpinista scienziato”. Nei suoi zaini trovavano spazio strumenti per il monitoraggio ambientale accanto all’attrezzatura tecnica, e nei suoi quaderni convivevano appunti di spedizione e osservazioni naturalistiche. La montagna, per Petrov, non era solo una sfida fisica: era parte di un dialogo continuo con la natura.

L’alpinismo

La sua carriera alpinistica parla chiaro: dieci Ottomila saliti senza ossigeno. Un risultato già notevole, che diventa straordinario se si guarda alla sua storia personale. Petrov era affetto da diabete di tipo 1 e, nel corso della vita, ha affrontato anche tre tumori maligni, oltre a un grave incidente stradale che lo ha lasciato con lesioni importanti. Ogni volta, però, è tornato in piedi. Ogni volta, è tornato in montagna.

Non c’era retorica nelle sue scelte, ma una determinazione lucida. Gestiva la malattia anche in altissima quota, monitorando costantemente i livelli di glicemia, adattando il suo corpo a condizioni che per molti sarebbero state incompatibili con l’alpinismo di alto livello. La sua non era incoscienza, ma una forma radicale di consapevolezza. Nel 2018 parte per il Tibet con l’obiettivo di salire lo Shisha Pangma, l’unico Ottomila interamente in territorio cinese. Il 3 maggio viene visto per l’ultima volta nei pressi del campo 3. Da quel momento, il silenzio.

Le ricerche si attivano immediatamente, ma nonostante gli sforzi, resi difficili dalle condizioni meteo e dall’ambiente, di Petrov non verrà trovata traccia. Solo il suo zaino sarà recuperato successivamente, a circa 7500 metri di quota. La montagna, ancora una volta, non restituisce.

La sua storia è ben raccontata nella pellicola Here I Am, Again, diretto da Polly Guentcheva. Un film che restituisce una testimonianza intensa e umana della sua vita. Non solo una spedizione, ma il ritratto di un uomo che ha scelto di misurarsi costantemente con i propri limiti. Petrov non inseguiva record fine a sé stessi. Cercava una forma personale di equilibrio tra fragilità e forza, tra scienza e avventura, tra corpo e volontà. In un’epoca in cui l’alpinismo è spesso legato a numeri e prestazioni, la sua figura rimane diversa, quasi controcorrente.

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