Medicina e benessere

Piante di montagna: usi terapeutici e rischi tossicologici

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Alla meravigliosa bellezza della montagna, da sempre si accompagna la presenza di piante spontanee che con i loro variegati fiori e colorate bacche attraggono l’attenzione degli alpinisti. Molte hanno proprietà terapeutiche, ma attenzione: non sempre naturale è sinonimo di benefico. Dietro l’angolo ci sono pericoli di intossicazione e avvelenamento.

 

E non è raro che queste piante vengano raccolte con l’intento di utilizzarle a scopo terapeutico o alimentare. Infatti, da secoli gli uomini hanno imparato ad utilizzare le piante per curare le malattie che li affliggevano. Esse contengono sostanze che agiscono sul nostro organismo determinando effetti terapeutici.
 
Belladonna, papavero da oppio, salice, artemisia, tasso sono solo alcune delle moltissime piante che ci hanno fornito principi attivi che la scienza chimica e farmacologica hanno purificato e reso disponibili in dosi calibrate nei farmaci.
 
Purtroppo naturale non è sinonimo di beneficio e sicurezza: queste medesime sostanze possono, a dosaggi superiori (a volte anche minimali), determinare effetti tossici sull’organismo e, in alcuni casi, possono essere causa di morte per avvelenamento acuto.
Esistono due tipi di intossicazione: per contatto o ingestione.
 
Intossicazione per contatto
In caso di contatto con le parti tossiche possono insorgere irritazioni, bruciori, arrossamenti.
Cosa fare?
Non si tratta di situazioni serie: basta lavare la zona interessata e applicare una pomata antistaminica o cortisonica.
 
Intossicazione per ingestione
Se la parte tossica o velenosa viene ingerita possono comparire tutta una serie di disturbi, diversi a seconda dei tipi di piante. I più comuni sono quelli gastroenterici (nausea, vomito, diarrea, dolori addominali) e quelli irritativi a livello locale (bruciore e arrossamento della gola, talvolta accompagnati da rigonfiamenti). A volte possono comparire anche disturbi più preoccupanti come alterazioni della funzionalità cardiovascolare (per esempio aumento o diminuzione della pressione arteriosa, aritmie cardiache) e della funzionalità neurologica (come le convulsioni).
Cosa fare?
E’ importante rivolgersi immediatamente al 118 e ai Centri Antiveleni (al 800 883300 risponde il Centro Antiveleni di Bergamo) e fornire il maggior numero possibile di informazioni.
 
Se non si conosce la pianta in questione, la cosa migliore è raccoglierne un campione, con tutte le parti disponibili (ramo con foglie, fiori, bacche necessari per facilitare il riconoscimento) e recarsi da un fioraio, o in un vivaio: molto probabilmente qui sono in grado di riconoscerla.
 
A questo scopo è importante anche riferire i sintomi che sono insorti. Sarà il medico del Centro Antiveleni a indicare come comportarsi. Nelle situazioni meno pericolose può suggerire un trattamento domiciliare (esempio la somministrazione del carbone attivato, che impedisce l’assorbimento delle tossine) ma nelle situazioni più serie consiglia invece di rivolgersi a un pronto soccorso per terapie mirate e, in alcuni casi, con il ricorso ad antidoti specifici.
 
In conclusione, all’appassionato alpinista che ci chiede quali erbe utilizzare per guarire ferite o altre malattie che dovessero determinarsi durante una escursione, rispondiamo che tutto quello che si rende necessario è quanto troviamo in una buona cassetta di primo soccorso: disinfettanti, garze, bende e i pochi farmaci da automedicazione necessari per curare i disturbi più semplici e comuni.
 
Dr. Giuseppe Bacis, Dr. Claudia Panzeri
Centro Antiveleni di Bergamo
 
 
 Il Dr. Giuseppe Bacis, e la Dr. Claudia Panzeri (Centro Antiveleni di Bergamo, Ospedali Riuniti di Bergamo) organizzano periodicamente delle serata nei Rifugi Cai dal titolo "Le intossicazioni acute in ambiente di montagna". Le serate affrontano i seguenti temi: Vipere, scorpioni, ragni e imenotteri; Erbe spontanee; Funghi;  Monossido di carbonio.

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