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Broad Peak, la prima salita (prima puntata)

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Nel 1957 poche vette, tra le più alte del Karakorum, potevano fregiarsi dell’aggettivo "inviolate". Tra queste il Broad Peak, alto 8.047 metri, rimaneva ancora senza un primo salitore. Nell’aprile di quell’anno una piccola spedizione austriaca partì per tentare l’impresa..

Ma chiamarla spedizione forse non è proprio corretto. Per il volere stesso di colui che l’aveva ideato, l’avventura himalayana si configurava come un viaggio di un gruppo di amici, quattro, che andavano a tentare una cima inviolata. Senza ossigeno nè portatori. d’alta quota. Via di salita lo sperone ovest, con la sua linea diretta e ideale.

Mente del gruppo colui che qualche anno prima aveva salito il Nanga Parbat in prima assoluta. Stiamo parlando di Hermann Buhl, 33 anni, vera leggenda dell’alpinismo austriaco e mondiale.

Con lui un arrampicatore di classe, Marcus Schmuck, e Fritz Wintersteller. Insieme ad una giovane promessa dell’alpinismo, Kurt Diemberger, allora 24enne, contattato da Buhl in seguito all’impresa sulla meringa gigante del Gran Zebrù, considerata ai tempi il passaggio più difficile delle Alpi.

Un sogno per il giovane Kurt. La meringa gigante gli stava spalancando le porte dell’Himalaya, fino ad allora sconosciuta e quasi irraggiungibile.

Fu così che nel mese di aprile Diemberger e Wintersteller partirono alla volta dell’Asia su una nave insieme a viveri e materiale. Hermann Buhl e Mercus Schumck li raggiungeranno a Karachi successivamente, per iniziare insieme la grande avventura.

Cinque settimane di marcia portano i 4 al punto prescelto per il primo campo, a 4.900 metri. Da qui, e su per lo sperone, più nessun portatore potrà essere utile ai 4 e tutto il materiale che serve ad attrezzare la montagna va portato da se.

Kurt è il più giovane del gruppo e ovviamente tocca a lui fare il "bocia". Su e giu con zaini che a volte arrivano a sfiorare i 30 chilogrammi.

Ma non è questo il problema principale. Solo lo spirito della montagna e il comune obiettivo della vetta tengono uniti Marcus e Fritz a Herman Buhl. Ognuno infatti tende a voler fare di testa sua e ad atteggiarsi a capospedizione. Energie vengono spese inutilmente nel tentativo di dimostrare chissà cosa.

A volte durante la salita nella neve fresca vi sono 3 tracce diverse. E chiunque abbia mai "ravanato" in salita nella neve fino alle ginocchia sa quanta fatica costa e quanto tempo nevitabilmente si perda.

Ma tra alti e bassi, screzi e discussioni, la notte del 29 maggio i 4 sono riuniti al "campo d’assalto", una tendina a 6.950 metri, pronti l’indomani al primo tentativo di vetta.

La sera gelida vede Kurt intento fino a tarda ora a sciogliere neve e preparare ovomaltina, riempiendo le borracce di tutti. uno sforzo  encomiabile, come lo definirà lo stesso Buhl. Uno sforzo che però Diemberger pagherà salato la mattina dopo.

All’ora della partenza infatti Kurt non si sente per niente bene. Trascina i piedi e giungere alla sella dei 7.800 metri è un’impresa. Ma nemmeno Hermann e Marcus appaiono in forma oggi. E forse nemmeno il meteo sembra voler dare loro una mano.

Alle sei di sera infatti, stanchi e infreddoliti i 4 giungono su quella che in un primo tempo sembrava essere la cima. Ma, tra ciuffi di nebbie vaganti, si intravede una lunga cresta orizzontale che declina verso sud. E in fondo la cima vera e propria, alta 20-30 metri in più del punto raggiunto dagli austriaci. Un’ora di cammino in tutto.

Ma ormai è tardi, e la stanchezza suggerisce un rapido ritorno al campo. Le condizioni del tempo peggiorano, ma in qualche modo tutti fanno ritorno nella tenda. Fritz e Marcus finiscono nel ghiaccio vivo, precipitando. Ma in qualche modo riescono a rimettersi in piedi e a salvarsi.

Forse solo l’istinto di sopravvivenza li ha guidati tutti, sani e salvi, fino ai 7.000 metri del campo 3. Ma ora c’è da pensare al da farsi, la montagna non è ancora ufficialmente stata vinta, e un secondo tentativo deve essere fissato al più presto. 

 
Massimiliano Meroni

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