Storia dell'alpinismo

La conquista della nord dell’Eiger (2)

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Avevamo lasciato i due alpinisti al gelo di una notte a 3000 metri. Ma come dopo ogni notte, prima o poi giunge l’alba. E quella che saluta Harrer e Kasparek avvia un altro giorno di bel tempo.

Ogni roccia è imprigionata dal ghiaccio e la salita attraverso il secondo nevaio può essere condotta in sicurezza. E subito il nevaio si fa riconoscere in tutta la sua imprevedibilità. Visto da sotto sembra una superficie liscia, ma da vicino è una lunga serie di gobbe che contribuiscono alla costante illusione di essere ormai prossimi alla meta.

Poco prima di giungere alla fascia rocciosa che separa i due nevai, uno sguardo indietro e la sorpresa. Due uomini salgono letteralmente di corsa. Non è possibile che giungano dalla base, devono per forza aver bivaccato anche loro in parete!

E invece è proprio così, e i due altri non sono che Ludwing Vorg e Anderl Heckmair. Lo stupore è grande, ma qualche battuta stempera il clima fattosi teso. Si decide di proseguire assieme, in due cordate separate. E sarà questa la chiave dell’ascensione.

La pausa di mezzogiorno trascorre al "bivacco della morte", dove i quattro cementano l’unione definitivamente. Insieme si prende la decisione della via da seguire, che non può che essere quella classica, quella che tutti gli alpinisti cimentatisi con l’Orco avevano indivuato come la via di salita ottimale.

Da li bisogna scendere sul terzo nevaio, risalire uno spigolo roccioso noto come "rampa", traversare fino al "ragno" e risalire il sistema di fessure parallele che solcano l’ultima fascia di rocce ed escono sulla calotta sommitale. Facile, ma solo a dirsi.

E le prime difficoltà si presentano già in discesa verso l’ultimo nevaio. Le pendenze superano i sesanta gradi e la parete continua a rivelarsi peggiore di come la si possa vedere dal basso.

La rampa, infatti, non presenta nè placche ruvide nè appigli, Impossibile passarla "al volo". Le fessure chiodabili si contano sulle dita di una mano.

Ma Kasparek, che guida la cordata, si issa con agilità ed è già oltre i 25 metri quando, all’improvviso, perde un appiglio e precipita nel vuoto. 15 metri di volo e poi lo strappo della corda tenuta da Harrer. A 3000 metri, avvolti nelle nubi. Su una delle pareti più infide delle Alpi.

L’esperienza non è da augurare a nessuno, ma Friz non è uomo da lasciarsi intimorire. E riparte. Ma la rampa impiega tutta la giornata dei due austriaci e, nel tardo pomeriggio, le cordate si ritrovano quasi alla fine della salita.

Da qui la via è disegnata in un angusto camino, con una fessura dove scorre acqua nel fondo. Salire ancora vorrebbe dire bivaccare un’altra notte con gli abiti bagnati. E non è il caso.

Si decide quindi di fermarsi li. Ma posti a sedere non ce ne sono, e quelli in piedi scarseggiano. Tutta l’assicurazione disponibile è rappresentata da un solo chiodo, che penetra nella roccia per un centimetro. Un "amico di metallo grigio", come lo descrive Harrer nel suo libro "Parete nord".

Ma nemmeno i tedeschi sono messi meglio. E Vorg da la dimostrazione del perchè è universalmente riconosciuto con il soprannome di "Re del bivacco". Nemmeno qui, in una posizione che definire scomoda e angusta è dir poco, perde la sua placidità. Tanto che non rinuncia a nessuna delle sue comodità, infilandosi ai piedi le sue babbucce da bivacco foderate.

Intanto si profila la seconda notte in parete. 1200 metri sopra i pascoli di Alpiglen. Appesi ad un chiodo, i quattro cercano una posizione che gli permetta di appisolarsi almeno a tratti.

L’umore è alto, e l’idomani si profila l’attacco alla vetta, quella vetta che ancora non ha visto nessuno sbucare dalla parete nord.

 
Massimiliano Meroni
 

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