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Lovari: vi racconto l’animale del mistero

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Il suo accento lascia trasparire l’origine toscana. La sua parlata è vivace, e particolare come i progetti di ricerca di cui si occupa. Sandro Lovari, 59 anni, da oltre trenta si occupa di fauna di montagna. Soprattutto di quella himalayana. "Lavoro in Nepal dal 1989, grazie alla collaborazione con il Comitato Ev-K²-Cnr che mi ha permesso di svolgere importanti ricerche non solo nel Sagarmatha (il nome locale dell’Everest) National Park, ma anche in Annapurna e nelle Himalayan Foothills dell’Himachal Pradesh (India)".
 

Professore, il suo ambito consueto di ricerca è la biologia del Tahr (parente nepalese dello stambecco). Stavolta invece studierà anche il leopardo delle nevi. Com’è nato il progetto Snow Leopard? 
Per caso. O forse per destino. Era la vigilia di Natale del 2003, quando il nostro team di ricerca, in Nepal per studiare gli ungulati, ebbe il primo incontro con il leopardo delle nevi. Adagiato sotto una pianta, guardava a vista la carcassa di una preda, catturata il giorno precedente. Fu incredibile. Soprattutto se si considera che il leopardo delle nevi scomparve dalla zona dell’Everest negli anni ’60, per ragioni ancora sconosciute.

Quali sono le ragioni di questo recentissimo "ritorno"?In realtà, tracce di leopardi delle nevi nella zona dell’Everest ricomparvero già negli anni Ottanta, anche la loro presenza non è mai stata provata. Si è trattato probabilmente di esemplari provenienti dal Tibet, attirati nell’area dalla ricerca di cibo. Forse ha contribuito la maggiore tutela della biodiversità conseguente alla dichiarazione del territorio Parco Nazionale, nel 1976.

Quanti esemplari potrebbero esserci sul territorio?
A livello globale, esistono circa 2500 individui adulti, in grado di riprodursi, più un numero imprecisato di giovani. All’interno della nostra area di ricerca stimiamo la presenza di almeno 4-5 esemplari.

Che cosa mette a rischio la sopravvivenza di questo splendido animale?
Come altri grandi predatori, il leopardo delle nevi è…malato d’uomo! Mi spiego meglio. Qualsiasi grande predatore, per sopravvivere, ha bisogno di spazi aperti e molte prede. Purtroppo l’uomo tende a cacciare le prede selvatiche, ad alterarne l’habitat e a sostituirle con il bestiame. Il bestiame dunque diventa l’unico cibo disponibile per i predatori. Che a loro volta vengono perseguitati. Il leopardo delle nevi, poi, ha anche il problema di vivere in ambienti poveri di risorse e semidesertici, ecologicamente molto delicati (montagne e altopiani dell’Asia Centrale). L’impatto che l’uomo ha su questi ecosistemi può essere ancora più letale di quello in ambienti ricchi e produttivi. E non sono da dimenticare le conseguenze del riscaldamento globale: tutte le specie animali che vivono ai climi freddi rischiano di sopperire alle specie competitrici di clima caldo. Una grandissima perdita per la biodiversità: non mi piace granché l’idea di un leopardo comune alle falde dell’Everest…

Come si muoverà il suo progetto?
Cercheremo di identificare gli esemplari presenti nella zona, prevalentemente attraverso analisi di impronte ed escrementi (da cui si può risalire al DNA). E faremo dei censimenti annuali delle potenziali prede (tahr, mosco e un paio di specie di grossi fagiani). Il monitoraggio con collari satellitari, per ora, è un sogno. Ci sono due grossi ostacoli: i rischi connessi alla cattura e i costi. Ogni collare costa infatti circa 8000 euro.

Ricerca scientifica pura, insomma… Non solo. Buona parte del programma (quadriennale) è dedicata a promuovere la conservazione del leopardo delle nevi presso le istituzioni, le popolazioni locali, l’opinione pubblica. Con un protagonista di questo genere, non sarà difficile trovare storie ed idee accattivanti per sensibilizzare molte persone.

Quali sono le maggiori  difficoltà che si aspetta d’incontrare?
L’ambiente, innanzitutto. Lavorare a circa 4000 metri, nelle valli himalayane, non è come farlo dentro a un bel laboratorio attrezzato. E poi c’è la leggendaria elusività dell’animale. Si tratta certamente di un programma ambizioso. Ma vorrei provarci…

Sara Sottocornola

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