Turismo

Viaggio tra i tabià della Val di Zoldo

Gioielli dell’architettura rurale sono disseminati tra borghi e pascoli ai piedi del Pelmo e del Civetta. E raccontano storie antiche

Sono giorni di vacanze. E sono giorni in cui la montagna è protagonista più che mai. Con tutte le sue sfaccettature, con la neve e le attività ad essa connesse, con un turismo che spesso è overtourism, ma anche con la possibilità di viverla in modo più soft. Per esempio esplorando borghi appartati rispetto alle mete più frequentate o che sembrano aggrapparsi ai pendii per non scivolare giù.

Vi proponiamo di “perdervi” in Val di Zoldo, adagiata tra Pelmo e Civetta nelle Dolomiti venete, andando alla scoperta dei tabià e delle antiche case rurali, che ancora numerose costellano la valle. Respirerete un’atmosfera tranquilla e resterete stupiti di fronte allo scorrere del tempo.

Senza un itinerario ben definito, ma allontanandosi dal flusso veicolare diretto alle piste e agli impianti di risalita e, lasciata l’auto, incamminandovi lungo le strette strade che si insinuano tra i borghi. È così scoprirete autentici tesori della memoria storica di una realtà rurale, in luoghi che ancora trasudano di antichi saperi.

Fornesighe è un borgo che da secoli si aggrappa sulle prime salite della strada verso il Passo Cibiana, dove la tipologia tipica di abitazione è il tabià , costruzione in legno adibita un tempo a fienile sorretta da un piano terra edificato in pietra. Ma altri tabià adibiti ad abitazioni, mirabilmente restaurati li troverete a Coi, frazione del nuovo comune di Val di Zoldo (fino al 2016 Zoldo Alto e fino al 1890 San Tiziano di Goima). E ancora in diversi altri borghi come Maresòn e Pècol , con le loro strette vie, i tabià, le fontane.

In Val di Zoldo, così come in generale in montagna, le scelte degli insediamenti abitativi, più che altrove, sono state sempre condizionate dalla natura dei luoghi: da un versante della valle più assolato rispetto al suo opposto, dall’accessibilità più o meno facile, dalla consistenza del terreno, dalla disponibilità d’acqua e dalla difesa idrogeologica, dal contesto dei boschi e dei campi coltivabili, dei prati falciabili, delle eventuali miniere presenti. Tutto in funzione di quell’economia di sussistenza che le popolazioni insediatesi in montagna dovevano garantirsi.

Condizioni che hanno plasmato nel tempo gli usi, i modelli e le infrastrutture, elementi strettamente correlati ai bisogni alimentari ed energetici da assicurare, in un territorio difficile, in luoghi aspri, soprattutto alle quote più elevate e difficilmente penetrabili delle vallate, ma allo stesso tempo caratterizzati dalla magnificenza del paesaggio, dall’estensione dei boschi e dalla potenza delle vette sovrastanti.

Un discorso valido per tutte le Alpi, che qui leggiamo, dove esso è ancora leggibile, per quanto è possibile riconoscerlo dopo le radicali trasformazioni apportate dal turismo, nel contesto dolomitico.

È stato un lento costituirsi delle forme urbane, che rivelano la fatica delle generazioni che si sono succedute, ma anche lo svilupparsi di un senso di appartenenza, di identità, di autonomia culturale. Questi insediamenti danno infatti l’idea di essere in relazione diretta con il paesaggio e con esso vengono percepiti unitariamente, coerenti con l’ambiente in cui si inseriscono.

Va però ricordato, come afferma Edoardo Gellner, nella premessa al suo straordinario e documentatissimo volume “Architettura rurale nelle Dolomiti venete” (dato alle stampe nel 1988 per le Edizioni Dolomiti Cortina, da cui per gentile concessione sono tratte le immagini che qui pubblichiamo) che non esiste “un determinato organismo fabbricativo, magari arbitrariamente scelto, come «tipo» rappresentativo per una vasta area come quella delle Dolomiti …”, aggiungendo poi che non sono “collocabili nel tempo manufatti che invece non sono databili, in quanto espressione della cultura materiale della tradizione”.

Si possono notare comunque elementi comuni del costruire in queste montagne, quali l’uguale inclinazione degli spioventi dei tetti, l’orientamento dei colmi in direzione della massima pendenza del terreno e ovviamente l’utilizzo dei due materiali da costruzione principali, il legno e la pietra. Regole seguite persino in uno degli insediamenti più recenti, Costa di Zoldo Alto, a 1425 metri di altitudine, su forte pendenza distrutto dagli incendi negli anni Trenta, ma ricostruito rispettando la tradizione.

E ancora a Foppa, dove le case rurali, in apparenza di notevoli dimensioni, sono quasi solo facciate, visto il terreno molto acclive su cui sorgono.

In Val Zoldana, come fa rilevare Gellner, si distingue una decisa differenza nella distribuzione interna dei locali della casa rurale, tra la parte alta della valle e la parte bassa. La ragione sta nel fatto che l’economia di Zoldo Alto era legata allo sfruttamento dei pascoli alpini ed esigeva case con unità abitative dimensionate per famiglie medie dedite alle attività agro- silvo-pastorali, mentre a Forno di Zoldo, l’attività primaria era quella estrattiva mineraria, rilevabile anche nel toponimo, con unità abitative familiari minime.

Fin che ancora resisteranno al trascorrere del tempo e più ancora all’avanzata turistica che spesso cancella queste testimonianze (non certamente solo in Val di Zoldo) vale la pena di godere il racconto che intrinsecamente, nella loro povera bellezza ricca di saperi e di grandi sacrifici, i tabià e le case rurali ci narrano.

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