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Tamara Lunger e Circle in Africa contro le mutilazioni genitali delle donne

Nel cuore dell’Africa, in una natura tra le più belle della Terra, c’è un gigantesco problema di civiltà e di salute da affrontare. I ghiacci del Kilimanjaro, le rocce del Monte Kenya, gli elefanti e i leoni di Maasai Mara, Serengeti, Ngorongoro e Amboseli sono testimoni di un dramma che riguarda un numero enorme di donne. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi al mondo vivono oltre duecento milioni di donne che hanno subito mutilazioni genitali. Ogni anno, se questa pratica non verrà fermata, circa tre milioni di ragazze di meno di 15 anni rischiano di aggiungersi all’elenco. Per l’OMS la pratica è diffusa in circa 30 Paesi dell’Africa subsahariana e della Penisola Arabica, con epicentro tra il Kenya, la Tanzania, la Somalia e il Mozambico. Un rapporto del Parlamento Europeo spiega che circa 600.000 donne che vivono nell’Unione sono state vittime di questa pratica, e che altre 180.000 ragazze sono a rischio in tredici Paesi europei. Tra questi c’è anche l’Italia. 

Tamara Lunger, un anno e mezzo dopo la drammatica esperienza invernale sul K2, è tornata ad alta quota anche per combattere contro la mutilazione genitale delle donne. Alla fine di luglio, su invito dell’associazione altoatesina Circle, con sede a Merano, l’alpinista altoatesina ha raggiunto i 5895 metri del Kilimanjaro, la vetta più alta della Tanzania e dell’Africa. Il gruppo, formato da 16 europei e da ben 62 tra guide e portatori, ha seguito la via di Lemosho, ed è scesa per quella classica di Marangu. Dopo il ritorno sull’altopiano, l’esperienza è proseguita nei villaggi di Moika, Ndiniyka e Lekrumuni, tutti di etnia Maasai. Ci sono stati incontri con le donne e gli uomini del posto, ci sono state discussioni con i capivillaggio, alcuni dei quali si oppongono alle mutilazioni genitali. 

Circle, con sede a Merano, è nata nel 2013, e ha all’attivo decine di interventi nelle aree più povere dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, portati avanti con la collaborazione della Curia vescovile di Bolzano e Bressanone, della Provincia Autonoma di Bolzano, della Regione Trentino-Alto Adige, del Comune di Merano e di sponsor privati come Rothoblaas ed Energytech. L’elenco degli interventi comprende la costruzione di aule, laboratori, dispensari medici e dormitori per comunità rurali in Ecuador, Tanzania, Uganda, Kenya e nello Stato dell’Assam, uno dei più poveri dell’India. Nei villaggi di Wami Dakawa e Moshono, in Tanzania, sono stati realizzati degli acquedotti. In Camerun sono stati messi a disposizione fondi per i profughi della parte anglofona del Paese, che hanno dovuto abbandonare le loro case a causa della guerra civile. Un anno fa Tamara ha fatto una conferenza a Merano, abbiamo saputo che voleva impegnarsi per il sociale, l’abbiamo contattata e ci siamo messi d’accordo” spiega Umberto Carrescia, coordinatore di Circle. “All’inizio del 2021, sul K2, il mio amico cileno Juan Pablo Mohr mi ha chiesto di restare in Pakistan dopo la spedizione, e di aiutarlo a insegnare ad arrampicare ai bambini di alcuni villaggi” racconta Tamara Lunger. “Gli ho risposto di sì, ma il 5 febbraio Juan Pablo è morto. Sono riuscita a portare avanti il progetto nell’estate successiva, ed è stata un’esperienza bellissima”.

Durante la missione in Tanzania abbiamo girato un documentario con la produzione altoatesina White Stone. Nel video due ragazze, Nema e Blandina, raccontano la loro storia a Tamara, una di loro ha subito la mutilazione genitale e l’altra no. Lo presenteremo al pubblico il 9 aprile 2023, nel decennale della nascita di Circle” dice Carrescia. “Parlando con le ragazze ho scoperto che la famiglia africana si basa raramente sull’amore. Mogli e figlie spesso vengono picchiate, magari solo perché il padre è ubriaco” riprende a raccontare Tamara. “A volte, per comprare la birra, si sprecano i soldi necessari per la scuola dei figli. Una delle due ragazze mi ha raccontato di essere andata via di casa, con una naturalezza che mi ha impressionato 

Dalle ragazze dei villaggi africani, però, ho scoperto che anche loro fanno progetti per il futuro” prosegue Tamara Lunger. “C’è chi vuole diventare insegnante, chi medico, chi pilota d’aereo. Ma se subiscono la mutilazione genitale, l’unica via davanti a loro sarà sposare degli uomini che oltre a loro potranno avere altre mogli. E’ una forma di oppressione drammatica”.  

E’ utile ricordare che per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con l’espressione “mutilazioni genitali” si fa riferimento a “tutte le pratiche di rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o ad altre alterazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche.” Sono atti “estremamente traumatici”, con “gravi conseguenze sulla salute fisica, psichica e sessuale delle bambine e delle ragazze che le subiscono”. Nonostante tutto questo, Circle ha un approccio soft al problema. “La mutilazione genitale in Africa è una tradizione antica. Alcune comunità l’hanno già abolita spontaneamente, per altre il processo è più lungo. Noi cerchiamo di arrivare nei villaggi con l’aiuto di medici, psicologi e ostetriche, e dei capivillaggio, che hanno un ruolo decisivo” spiega ancora Umberto Carrescia. 

Vogliamo avvicinarci, intervistare, discutere. Ci auguriamo che il nostro film venga proiettato nei villaggi, e contribuisca a superare queste pratiche” prosegue il coordinatore di Circle. Non basta dire che le donne devono avere una vita diversa, bisogna aiutarle a costruirla. Per questo motivo, abbiamo lanciato una raccolta di fondi per aiutare delle ragazze della Tanzania a diventare guide per il Kilimanjaro e per i safari nei Parchi di Serengeti e Ngorongoro. Il corso dura tre anni e costa 650 dollari all’anno. Finora abbiamo raccolto fondi per aiutare le prime tre ragazze. Ma il numero deve aumentare”. 

Tamara Lunger, qualche giorno fa, è caduta mentre correva in montagna, e si è fatta male ai legamenti di una caviglia. Ora, per qualche settimana, è a riposo. Alla domanda se tornerà in Africa, e se continuerà a collaborare con Circle, risponde “ci devo pensare. Quella del Kilimanjaro è stata una bella esperienza, ma ho voglia di lavorare per un progetto tutto mio”. Staremo a vedere, e intanto auguri.

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Un commento

  1. Una info per appassionati di luoghi molto piacevoli.
    Dall’Italia si va e si torna in circa 12 giorni con visite ai parchi, salita alla cima con guide e supporto logistico e tutto il resto, anche la carriola per scendere sui pianori lavici in caso di malessere, con circa 5.000 euro.
    Per me sono eccessivi contrasti di civiltà.

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