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Il ghiacciaio è nudo. La situazione del Monte Rosa

Qualche giorno fa alla Grande Halte, sopra Alagna in Valsesia, ho incontrato Gioele Poddine: 23 anni, originario di Cumiana vicino a Pinerolo, è la più giovane guida alpina italiana. Il giorno seguente avrebbe accompagnato dei clienti alla Capanna Regina Margherita (4.554 m.) e intervistarlo sulla sua esperienza e lo stato dei ghiacciai del Rosa mi è sembrato naturale.

Gioele, come è nata la tua passione per la montagna?

Da piccolo, come tanti, andavo a fare delle passeggiate e ad arrampicare con i miei genitori, prima in falesia, poi qualche via lunga e intorno agli 8 anni ho scalato il mio primo 4.000 al Gran Paradiso mentre la mia prima volta alla Capanna Margherita ne avevo 10.

Quando hai capito che l’alpinismo sarebbe diventata la tua professione?

L’idea mi ha sempre stuzzicato. Quando è uscito il bando per il corso di aspiranti guide alpine avevo soltanto 18 anni e neanche la patente. Nonostante il mio curriculum alpinistico fosse un po’ magro, anche se devo ammettere che su roccia ero già molto preparato, mi hanno selezionato comunque scommettendo sulla mia giovane età e su una forte motivazione. Poi, tra la burocrazia iniziale e la pandemia, i due anni di corso regolari alla fine sono diventati quattro ma questo ritardo forzato, in un certo senso, mi ha permesso di maturare e sentirmi pronto a stare dall’altro lato della corda.

Come hai scoperto di essere la più giovane guida alpina d’Italia?

Dallo scorso gennaio ho iniziato a lavorare a tutti gli effetti come guida alpina freelance. È stata la segretaria del Collegio Regionale Guide Alpine Piemonte a Torino a dirmi, dopo aver controllato negli archivi, che prima di me c’è stata solo un’altra guida così giovane, di 22 anni, però io di più perché quando sono diventato guida ne avevo compiuti 21 il 13 aprile. 

La tua età è un plus o a qualcuno può spaventare?

Nonostante abbia incominciato la mia carriera nel “pieno” del Covid i clienti, tramite le agenzie, gli input dagli altri colleghi e il passaparola, non mi sono mai mancati. È vero ho solo 23 anni ma come guida alpina credo di essere completo, so gestire il mio lavoro in modo professionale e poi (scherza. ndr) dimostro più degli anni che ho.

Dopo la tragedia della Marmolada hai ricevuto delle disdette?

Sì. Come gli altri colleghi ho avuto delle cancellazioni e, ogni giorno, mi capita di dover rispondere alle domande e alle preoccupazioni di chi si è prenotato per la settimana seguente. Mi chiedono se è “sicuro” ma è sempre una domanda difficile a cui rispondere perché che cosa s’intende esattamente? Se il quesito è :«È sicuro che non ci crolli tutto addosso come in Marmolada?», direi di sì. Non è mai successo sul Monte Rosa ed è anche difficile che succeda per la diversa confermazione dei due ghiacciai. Detto ciò, in montagna come nella vita, esiste sempre l’evento imprevedibile.

Oltre a guida alpina, sei uno studente universitario al secondo anno di Scienze Geologiche. Ci spieghi perché sul Monte Rosa è improbabile che succeda ciò che è accaduto in Marmolada?

Qui ci muoviamo a quote molto più elevate, su ghiacciai diversi, più massicci, molto meno inclinati e normalmente ricoperti da uno spesso strato di neve. Pensa al ghiacciaio come a un domino, diviso a fette verticalmente: alla Marmolada è franato tutto perché non aveva niente su cui appoggiarsi. Da quello che si è capito, pare che si sia gonfiato d’acqua e questa abbia lubrificato la parte sottostante, facendo sì che scoppiasse la “sacca”. Sul Monte Rosa, invece, immagina come se avessimo tanti libri impilati in diagonale su una mensola inclinata: o cede la mensola dalla base ma allora cadrebbe giù tutto ovvero il ghiacciaio scomparirebbe da un giorno all’altro e con esso si porterebbe dietro anche tutta la Valle di Gressoney oppure è difficile che questo accada.

Qual è la situazione attuale del ghiaccio sul Monte Rosa?

La zona compresa tra 4.000 e 3.500 metri non ha neve. Il ghiacciaio è “nudo” e “bucato”, senza le coperture nevose che normalmente si accumulano in inverno coprendo i crepacci e creando quei famosi “tappi” chiamati “ponti di neve”. Lo si vede a occhio nudo. Appena fuori dalla funivia di Indren c’è una roccia su cui solitamente mi siedo per togliere i ramponi: da una settimana all’altra, il ghiaccio che lambiva il sasso è arretrato di sei metri. Pazzesco. O la prima volta che sono salito alla Capanna Gnifetti, 11 anni fa, per scendere sulla lingua del ghiacciaio dal rifugio bastava fare due scalini mentre oggi la situazione è più complessa, con altri gradini, ponti e assi di legno da superare per coprire un dislivello che ormai avrà raggiunto i 15 metri. D’altronde basta uscire dalla funivia di Indren, guardare verso la Punta Giordani poi andare a casa, sedersi davanti al computer e digitare su Google “Gulliver Punta Giordani”: clicchi su una qualsiasi gita del luglio 2021 e vedi la differenza, normalmente è una parete in neve, ora è una pietraia. 

Quali precauzioni si possono prendere per salire in sicurezza?

Già normalmente, che ci sia poca o tanta neve, è buona norma rientrare presto perché specialmente alle quote più basse la neve si scalda prima e diventa “paciòch”, molle in piemontese. Immagina di camminare su un asse di legno messo tra due sedie, è bello duro e anche se è sottile non cadrai, mentre se tra le due sedie c’è un asse fatto di gelato è facile che si sfondi. Alla mattina presto, quando la notte è stata serena e ha ghiacciato, la neve è dura come un asse di legno ma quando il sole comincia a scaldare, i ponti di neve si sciolgono come gelati. E quest’anno, con il caldo record che sta facendo (questa settimana alla Capanna Regina Margherita si è registrata una temperatura di +10°C) tardi significa che, se entro le 9.30, non si raggiunge la meta (Gioele prima di partire dà ai suoi clienti dei cancelletti, orari da rispettare, ndr) è meglio girare i tacchi e tornare indietro, anche se mancano 50 metri. Proprio per questo, la colazione alla Capanna Gnifetti è stata anticipata di un’ora, alle 3 e di conseguenza la partenza alle 3.30 (con i clienti Gioele calcola una media di 5-6 ore per la salita, ndr). Lo stesso vale anche per la Punta Parrot e la Punta Zumstein mentre le salite più a valle del Colle del Lys che normalmente si potevano fare in giornata prendendo la prima funivia da Alagna, come il Corno Nero, il Cristo delle Vette e la Ludwigshöhe non sono già più fattibili. Non le prendo o sarei costretto ad annullarle tutte.

Cosa ci può insegnare la situazione attuale?

Avere un ghiacciaio “nudo”, senza la copertura che fino all’anno scorso in questi giorni di luglio ci permetteva di scendere tranquillamente con gli sci dalla Margherita alla Gnifetti mentre ora non è fattibile, ci mostra com’è fatto “sotto” un ghiacciaio e ci fa comprendere cosa serve legarsi a una corda anche quando ci sembra tutto “liscio” e “facile”. Paradossalmente, per chi non è mai stato su un ghiacciaio la salita di quest’anno è molto più formativa rispetto a quella dell’anno scorso. 

Qual è la tua previsione per i prossimi anni?

Fa impressione vedere come i ghiacciai, la nostra riserva d’acqua, se ne stiano andando alla velocità della luce e nonostante non piova da settimane, i fiumi siano in piena (è il ghiaccio che direttamente si scioglie, ndr). E anche i rifugi stanno chiudendo per l’emergenza idrica. Certo, spero che non sia così catastrofico tutti gli anni e che torni a nevicare un po’ in inverno per coprire queste “voragini”. Sul Monte Rosa non c’è un tema di impercorribilità del ghiacciaio ma se il trend si confermasse o addirittura ci fosse un peggioramento la salita alla Capanna Regina Margherita diventerebbe uno zig zag tra i crepacci, faticose e tutto sommato non più così divertente.

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