Ambiente

In un clima sempre più caldo, dove si rifugeranno gli uccelli alpini d’alta quota?

Il cambiamento climatico sta determinando un fenomeno evidente ormai su scala globale: l’alterazione  degli equilibri ecosistemici con conseguente migrazione di specie animali e vegetali alla ricerca di una “nuova casa”, a latitudini e/o altitudini maggiori, ove poter ritrovare condizioni ideali alla propria sopravvivenza. Immaginando le montagne come una scala verso il cielo, risulta evidente che prima o poi i gradini finiranno. Ciò significa che le specie in fase di migrazione verso quote più elevate siano destinate inevitabilmente all’estinzione (a meno di essere in grado di arrestare l’incremento termico nei prossimi decenni)? Uno studio condotto sulle Alpi, con  focus specifico sugli uccelli di alta quota, dimostra che sia possibile identificare dei “rifugi climatici”, luoghi in cui le specie potranno sopravvivere nonostante il cambiamento climatico in atto.

Lo studio, i cui risultati sono stati di recente pubblicati sulla rivista scientifica Global Change Biology in un paper dal titolo “Identifying climate refugia for high-elevation Alpine birds under current climate warming predictions”, è stato condotto da un team internazionale, composto da ricercatori italiani, svizzeri, sloveni, austriaci e tedeschi, inclusi esperti della associazione BirdLife e della Lega Italiana Protezione Uccelli (Lipu).

I protagonisti

I ricercatori si sono concentrati su 4 specie target di uccelli di alta quota, le più minacciate nell’ambiente alpino europeo dai cambiamenti climatici: pernice bianca (Lagopus muta), sordone (Prunella collaris), fringuello alpino (Montifringilla nivalis) e spioncello (Anthus spinoletta). Specie distribuite lungo l’intero arco alpino.

Per ciascuna delle specie sono stati elaborati modelli predittivi atti a descriverne la distribuzione in funzione di 4 differenti scenari climatici. Il periodo di tempo considerato è un futuro neanche troppo remoto: 2041-2070.

Nei 4 scenari futuri potenziali sono stati identificati 3 tipi di rifugi:

  • Rifugi in situ, ovvero aree idonee alle specie sia nelle condizioni future che nelle attuali.
  • Rifugi ex situ, che potrebbero risultare idonei ad accogliere le specie in tutti e 4 gli scenari futuri.
  • Rifugi ex situ, che potrebbero risultare idonei in almeno 3 condizioni su 4.

“Per molte specie, la perdita di habitat ottimali a causa del cambiamento climatico, può essere compensata dalla colonizzazione di nuove aree che potrebbero diventare idonee in futuro”, spiegano i ricercatori nel paper.

“Quasi tutte le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici includono la resilienza come concetto chiave a scopo conservazionista. Possiamo considerare resilienti le popolazioni in grado di recuperare quando le condizioni ottimali vengano ristabilite. I sistemi resistenti sono invece in grado di restare sostanzialmente invariati nonostante la presenza di un disturbo”, si legge ancora.

Resistenti sono dunque popolazioni o unità che, nonostante il cambiamento climatico, mostreranno una debole alterazione della distribuzione. Da cui la identificazione di rifugi in situ. Resilienti sono unità che saranno in grado di assicurare la ripresa della popolazione dopo aver trovato un nuovo posto in cui stare, e stare bene, ovvero i rifugi ex situ.

Il supporto essenziale della citizen science

Lo studio conferma che la citizen science non rappresenti un semplice modo per giocare a fare gli scienziati ma possa davvero essere un tool importante a sostegno della ricerca scientifica. I dati alla base della elaborazione dei modelli statistici sono infatti stati forniti da osservazioni dei cittadini. Un ampio dataset che raccoglie migliaia segnalazioni di avvistamenti delle 4 specie – in maniera indipendente l’una dall’altra – effettuate dal 2000 ad oggi, su vasta scala e ad ampia risoluzione.

I dati forniti dalla citizen science hanno così consentito agli scienziati di avere una immagine complessiva della distribuzione attuale delle specie lungo l’arco alpino e elaborare modelli predittivi per valutarne i cambiamenti futuri, andando a identificare i rifugi potenziali, in situ e ex situ, aree delle Alpi che potrebbero massimizzare la persistenza a lungo termine delle specie target.

Dove andranno a finire gli uccelli d’alta quota?

I modelli statistici hanno evidenziato per tutte e 4 le specie, con parziale eccezione dello spioncello, la tendenza a uno spostamento verso quote sempre più elevate, con conseguente riduzione del range di distribuzione attuale per il quale si stima una contrazione del 17-59%. La specie più sensibile risulta essere la pernice bianca.

Sono stati identificati circa 15.000 chilometri quadrati di aree alpine riconducibili alla categoria dei rifugi in situ (dunque aree in cui le specie già vivono e in cui potranno continuare a sopravvivere negli scenari futuri), per almeno 3 specie, di cui il 44% ricadono attualmente in aree protette. Il che è decisamente un bene.

Le aree rifugiali, siano esse già incluse in parchi che non, andrebbero protette fin da oggi per assicurare la sopravvivenza delle specie target. Dovrebbero rappresentare una priorità nelle strategie nazionali e internazionali di conservazione della natura, prevenendo effetti di alterazione e degradazione causati dalle attività umane.

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