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La peste suina è una catastrofe per i Parchi. Intervista a Roberto Costa di Federparchi

Dopo due inverni segnati dal dramma del Covid-19, sulla montagna italiana e su chi la frequenta per piacere o per lavoro, si sta per abbattere un’altra epidemia drammatica. Finora se n’è parlato poco, perché la peste suina africana colpisce maiali e cinghiali e non si trasmette all’uomo, e perché i casi finora individuati (meno di una decina, fino a oggi) hanno riguardato l’Appennino tra la Liguria e il Piemonte, in una stagione in cui agriturismi e altre strutture sono chiusi, e gli escursionisti sono pochi.

Nei giorni scorsi Angelo Ferrari, direttore dell’Istituto Zooprofilattico di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta è stato nominato Commissario all’emergenza, e un incontro dei presidenti delle Regioni Liguria e Piemonte, Giovanni Toti e Alberto Cirio, con i ministri Stefano Patuanelli e Roberto Speranza ha varato un primo pacchetto di ristori per le aree colpite. Intanto, però, la zona rossa si è ampliata. Al primo elenco di 114 Comuni (78 in Piemonte e 36 in Liguria) se ne sono aggiunti altri 75 nelle province di Alessandria Asti e Cuneo, e 16 in quella di Pavia, in Lombardia. In queste zone, oltre alla macellazione dei suini e al commercio dei loro prodotti, sono vietate tutte le attività nella natura, dall’escursionismo alla mountain-bike, dalla ricerca di funghi al turismo equestre. 

La chiusura prolungata (si parla di sei mesi) di interi territori montani ad attività così importanti rischia di trasformarsi in un nuovo lockdown per l’entroterra” spiega Roberto Costa, coordinatore di Federparchi Liguria. La pandemia da Covid-19 ha già bloccato il lavoro di rifugi, agriturismi, alberghi, guide naturalistiche, centri educazione ambientale e di turismo equestre, produttori di carne, miele, latte e formaggi. Se la chiusura dovesse interessare la primavera e l’estate il colpo sarebbe durissimo”.

Quali aree protette liguri sono interessate dalla peste suina e dai divieti?

“Fino a oggi l’intero Parco del Beigua, che scende a poca distanza dalla costa di Arenzano, è chiuso alle attività nella natura. Il Parco dell’Antola è chiuso a metà, quello della Val d’Aveto finora non è stato toccato. Sono in zona rossa i Comuni del Parco delle Capanne di Marcarolo, in Piemonte ma a pochi chilometri da Genova”. 

Ci sono timori per un’ulteriore espansione della zona rossa?

“Il Parco dell’Antola, verso est, sfiora il confine con l’Emilia-Romagna. Nell’Appennino piacentino, e soprattutto in quello parmense, ci sono allevamenti giganteschi, con migliaia di maiali. Se arrivasse l’ordine di eliminarli sarebbe un colpo enorme per l’economia. Anche in Toscana c’è molta preoccupazione”. 

Torniamo in Liguria. Com’è la situazione dei cinghiali da voi? E cosa ha fatto fino a oggi la politica regionale per gestirli? 

“I cinghiali, in Liguria come in altre parti d’Italia, da anni dilagano a macchia d’olio. Per controllarli la Regione ha delegato tutto ai cacciatori, e per il 2021-’22 è stato autorizzato l’abbattimento di 23.000 capi. Prima del lockdown ne erano stati uccisi circa la metà”.

Non è un numero sufficiente?

“Il problema non è questo. La caccia, di cui non discuto perché è autorizzata dalle norme nazionali, viene considerata un’attività ludico-sportiva, e regolata come tale. L’attività di selezione e di contenimento dei cinghiali è diversa, e dev’essere praticata in altro modo”. 

Mi può spiegare meglio?

“Certo. I cacciatori, anche per farsi una bella foto a fine battuta, amano sparare ai grandi maschi che raggiungono i 200 chili di peso, oppure alle “matrone”, le femmine adulte che sono le sole a figliare nel branco. Ma quando si uccide una matrona, le femmine giovani iniziano ad accoppiarsi e a riprodursi, e quindi la popolazione aumenta, non diminuisce. Per fare selezione, anche se agli animalisti non piace, bisogna sparare alle femmine e ai maschi giovani”. 

Ci sono degli esempi positivi, in materia di peste suina africana, in altri paesi europei?

“Sì, in Belgio nel 2018 c’è stata un’epidemia importante di peste suina africana. Per sradicarla sono state costruite recinzioni via via più strette, costruendo una specie di tonnara per cinghiali. Alla fine sono stati eliminati tutti”. 

Cosa si può fare per limitare i danni causati dalle chiusure? 

“Come Federparchi Liguria chiediamo che i ristori siano rapidi e adeguati. Devono interessare tutte le categorie colpite, che spesso non sono state tutte raggiunte dai ristori post-Covid 19”.

Cosa chiedete per gli escursionisti, e quindi per chi lavora grazie a loro?

“Chiediamo che i provvedimenti che limitano la mobilità a piedi o in bici siano quanto più possibile temporanei e provvisori, e che vengano graduati per livello di rischio. Qualche giorno fa la Regione Liguria ha permesso di passeggiare sulle strade asfaltate. E’ un primo passo positivo, ma non basta”.  

Esiste una serie di regole da imporre agli escursionisti in queste zone, invece della chiusura pura e semplice?

“L’ordinanza del Ministero della Salute sembra contemplare la possibilità di deroghe, che potrebbero essere utili per l’entroterra ligure. Al posto del lockdown totale si potrebbe prescrivere l’obbligo di seguire i sentieri segnati e di di non portare cani. Si può consentire l’accesso a piccoli gruppi guidati, soprattutto se diretti verso rifugi, altre strutture di accoglienza e beni ambientali, storici e architettonici”.

Ha un esempio preciso da fare?

Sì, il Castello della Pietra, una spettacolare fortezza all’interno del Parco dell’Antola. Per raggiungere l’ingresso si cammina per 10-15 minuti su un sentiero, e quindi ora l’accesso è vietato. Federparchi, insieme ad AIGAE, propone di autorizzare l’accesso a piccoli gruppi guidati, che seguano dei protocolli precisi. C’è il rischio di calpestare escrementi infetti? Al ritorno, prima di salire in auto, si possono sanificare le scarpe. Negli ultimi due anni abbiamo imparato molte regole nuove, ne possiamo sopportare qualcun’altra”.

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3 Commenti

  1. Comunque io continuo a non capire… Tutte le settimane giro e corro per boschi e sentieri e mulattiere non ho mai pestato escrementi o carcasse di animali grandi o piccoli… Tutto questo pericolo io non lo capisco. Un po di attenzione in più è basta.

  2. Se possibile usare stivali da caccia allacciabili impermeabili e a fine escursione lavarli e disinfettarli.Piu’facile a dirsi che a farsi.Oppure togliere le calzature ed insaccarle in sacchi ermetici e sanificare in posto adatto piu’comodo.

  3. Con la pandemia le persone si sono appassionate alle gite outdoor, nei boschi e sulle montagne. Sembra quasi che questa cosa dia fastidio in quanto poco incline al modello consumistico. Si crea comunque un modesto indotto. Ora ad arrestate, in alcune zone d’Italia, questa nuova tendenza arrivano i divieti imposti a seguito della peste suina probabilmente per tutelare i grossi allevamenti e la caccia a discapito di una sana pratica escursionistica outdoor. Occorre ripensare questi provvedimenti. Già con la pandemia abbiamo pagato caro con i lockdown che son serviti così tanto che ad oggi, dopo due anni, siamo ancora in mezzo… ad un ginepraio.

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